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di FABRIZIO RESTA

Ormai tutti noi conosciamo i riders:  sono i ragazzi che ci portano la merce che compriamo dai servizi online, che ci sia il sole, la pioggia, il vento; che sia lunedì o domenica, di giorno o di sera.I riders sono lavoratori autonomi anche se non possono concordare né la paga né le modalità con cui devono svolgere l'attività ed il loro datore di lavoro sono le piattaforme online di food delivery. Spesso viene applicato il contratto di collaborazione occasionale, ma al raggiungimento della soglia massima di 5 mila euro di compenso ai lavoratori viene chiesto di aprire la partita Iva per continuare a lavorare.

Quella dei riders è una delle categorie di lavoratori che durante la pandemia del covid19 più impegnate a consegnare medicine, spesa e pizze alla maggior parte degli italiani che erano chiusi in casa. Pagati pochissimo, costretti a turni di lavoro lunghi e faticosi, in scarse condizioni di sicurezza, dato che spesso non erano equipaggiati con dpi (alcune piattaforme hanno mandato delle mail tramite le quali si demandava al lavoratore di rifornirsi per poi garantire un rimborso forfettario), e dato che spesso dovevano aspettare il loro turno davanti ai locali senza poter rispettare le distanze di sicurezza dai colleghi; senza contare le multe e le aggressioni. Come se non bastasse ogni piattaforma ha un algoritmo per valutare l'efficienza dei suoi riders basato sul tempo di consegna, se il lavoratore “crea difficoltà”ed altre opzioni da cui crea un ranking dei più meritevoli. Per capire meglio, questi algoritmi mettono in competizione tra loro i riders a chi brucia più semafori e a chi va a lavorare anche infortunato o con la febbre (d'altra parte se resti a casa scendi di classifica). Una vera e propria guerra tra poveri.

Recentemente la Uber, società di consegne a domicilio, è stata commissariata dal tribunale di Milano, accusata di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, ossia reclutamento di lavoratori in condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno (spesso migranti “richiedenti asilo”), da parte di intermediari, ossia società di intermediazione, in riferimento all’art. 603 bis del codice penale, il cosiddetto “caporalato”. L'indagine riguarda anche la filiale di Bari, dopo il caso di Raza Ahmed, il ragazzo pakistano che dopo essere stato rapinato al San Paolo, denunciava la decurtazione dallo stipendio della somma rubata. Foodora un paio di anni fa fece molto discutere per la sua decisione di lasciare a piedi i propri fattorini per prenderne di nuovi con prestazione occasionale e paga a cottimo. Spesso chi sposa questa linea di condotta si giustifica affermando che i modelli tradizionali dei contratti collettivi non sarebbero applicabili ad un modello di mercato caratterizzato da una continua evoluzione. Tuttavia, è difficile pensare che non sia possibile creare un contratto collettivo ad hoc, sia perchè non è certo un problema di origine economica dato il boom dei profitti di queste piattforme durante il covid19, sia perchè qualche passo in questo senso è stato fatto: Nel 2018, infatti, è stato sottoscritta una prima intesa tra Confetra, Fedit, Assologistica, Federspedi, Confartigianato trasporti, Fita – CNA, Filt CGIL, Fit CISL e Uiltrasporti all’interno del CCNL della logistica, dove si definisce il lavoro di riders come subordinato all’interno dell’area professionale C del personale viaggiante, con esclusione della corresponsione della indennità di trasferta. Viene previsto un trattamento salariale crescente correlato all’anzianita di servizio. Il parametro è differenziato in relazione al mezzo di trasporto utilizzato. L'orario di lavoro può essere distribuito su 6 giorni e non può superare le 48 ore settimanali comprensive dello straordinario e prevede una assicurazione, a carico delle aziende, per danni a terzi causati da biciclette o altri mezzi non a motore usati dai lavoratori. Sempre nel 2018 La Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano è stata firmata a Bologna nel 2018 dallo sforzo comune del sindaco Merola, di Riders Union e dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, allo scopo di far crescere le piattaforme digitali, tutelando, al tempo stesso, i diritti dei lavoratori del settore. Il senso della Carta è che a prescindere dall'aspetto giuridico del contratto (dipendente o autonomo) chi vuole lavorare in questo settore a Bologna, deve seguire uno standard di tutele minimi, in termini di sicurezza e salario. La Carta è una grande conquista, frutto di una lunga negoziazione che ha visto il capoluogo emiliano autore della prima carta europea sui temi della gig economy. Tuttavia, se l'obiettivo è quello di promuovere una nuova cultura del lavoro digitale in Italia, molto dipenderà dalla sua capacità di essere ripresa dagli altri comuni italiani. I rider sono ancora lvoratori di serie b: non hanno ferie, non hanno assicurazione contro gli infortuni, non hanno una pga fissa ad orario. Successivamente la Corte di Cassazione si è pronunciata sull'argomento decretando che i ciclofattorini diFoodora di Torino (il caso in questione) non sono lavoratori subordinati ma sono equiparati ad essi nell'ambito delle tutele. Successivamente, attraverso il cosìddetto “Decreto Rider” legge 128/2019, il governo ha sentenziato che ogni persona che svolga un'attività di servizio unilateralmente organizzato da un altro, viene tutelato come se fosse lavoro subordinato. L'ordinamento giuridico ha fatto dei passi da gigante in questo ambito, a dispetto della problematia posta in precedenza: 1) ha stbilito che il reato di caporalato non si utilizza solo nel'ambito agricolo 2) è colpevole non solo l'intermediario ma anche chi ne befecia. 3) il legislatore si è espresso per la prima volta legiferando sulle piattaforme digitali.

La normativa nazionale vigente prevede comunque la possibilità di trovare un accordo con le piattaforme che si dovrebbe realizzare a novembre. Sarebbe anche meglio se queste tratttive fossero mediate dal governo, dato che le multinazionali non hanno mai dimostrato una grande volontà di cambiare le cose.

Fonte foto: ilmessaggero