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Home Legalità Ancora un morto a Borgo Mezzanone, la deludente sconfitta di un paese intero

Ancora un morto a Borgo Mezzanone, la deludente sconfitta di un paese intero

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di FABRIZIO RESTA

 

Ancora un morto all’alba per un incendio tra le baracche di Borgo Mezzanone, ancora una volta la morte è la regina sovrana di questo luogo infausto.

La vittima si aggiunge a quelli di Backary Secka, 34 anni del Gambia, morto il 4 novembre 2018 per le ustioni riportate 3 giorni prima; di Samara Saho , altro gambiano di 26 anni, il cui corpo carbonizzato venne rinvenute tra le macerie la notte sul 26 aprile 2019 dopo un rogo che distrusse la baracca dove dormiva; e quello di una giovane africana forse nigeriana e non ancora identificata ufficialmente, deceduta in ospedale il 6 febbraio, 48 ore dopo essere estratta dalle macerie della sua casupola con ustioni sull’80% del corpo. Questa volta a morire è stato un senegalese di 37 anni, il quarto in un anno, sperando sia l’ultimo. Solo qualche giorno prima si era tenuta la marcia anti caporalato da Borgo Mezzanone al Ghetto dei bulgari, con la partecipazione di scrittori, giornalisti ed intellettuali, per battersi contro questa forma di schiavitù. In Italia anche se l’argomento è purtroppo sempre in prima pagina, per vie delle continue disgrazie, non c’è la cultura né la volontà di affrontare il problema: troppa superficialità, associazioni di categorie (non tutte per fortuna) con troppi interessi da tutelare ed una politica che più che incapace sembra più aver rinunciato a intervenire. A Terracina, agli inizi di marzo, un bracciante indiano ha chiesto mascherina e guanti al proprio “padrone”. Una richiesta che gli costerà lesioni riscontrate dall'ospedale di Terracina su varie parti del corpo. La politica ha reagito per bocca dell’l'europarlamentare di Fratelli d'Italia, Nicola Procaccini, accusando Marco Omizzolo (giornalista e sociologo che si batte da anni contro il caporalato, n.d.r.) di fare una campagna denigratoria della buona imprenditoria locale. Le organizzazioni di categoria delle imprese non sono da meno, dato che nessuna di loro si è mai costituite parte civile nei processi per caporalato.  Con l’indignazione non si va avanti, bisogna trovare una soluzione. I ghetti vanno chiusi e va trovata una soluzione definitiva e decorosa per i braccianti agricoli, senza timore di essere accusati di favorire gli stranieri, perché Borgo Mezzanone ma altri luoghi simili sparsi qua e là in tutta Italia sono una vergogna per un paese civile che ha la nostra storia. Né bastano gli sgomberi senza prima trovare una soluzione abitativa idonea. Tuttavia, dalla politica non arriva alcuna soluzione strutturale. Di questa situazione ne parlava già nel 2016 Alessandro Leogrande, compianto giornalista e scrittore tarantino, nel libro “Uomini e caporali” in cui smascherava la filiera dell’illecito agricolo in Puglia, tra gli abusi dei caporali e l’indifferenza dello Stato e della società civile.

Borgo Mezzanone è il novello antro dell’inferno, dove in mancanza del controllo delle istituzioni, il potere viene esercitato da una minoranza: i senegalesi, sono la classe proletaria, mentre i nigeriani sono quella intermedia che ha il controllo e titolare dei rapporti con gli italiani; sono i caporali per lo più che però hanno anche la funzione di controllo dello spaccio di stupefacenti e della prostituzione (anche minorile) all’interno della baraccopoli. Entrambi i traffici avvengono tramite le prostitute: gli italiani consumano il rapporto e in quel momento avviene la consegna della droga in cambio del denaro. Successivamente le ragazze le consegnano ai pusher. Si tratta prevalentemente di marijuana proveniente da Manfredonia ma entra anche cocaina ed eroina nel ghetto. Borgo Mezzanone quindi è un ricettacolo di schiavitù, prostituzione e spaccio di stupefacenti dove la parte del leone la fanno i nigeriani che recentemente hanno cominciato anche a prestare ad usura. Agli altri gruppi è lasciato il poco redditizio traffico di merci ed indumenti.

Giorgio Agamben li definirebbe “spazi d’eccezione in cui non dimorano portatori di diritti ma nude vite, prive di ogni statuto giuridico”; nude vite che sono paragonati spesso all’immondizia, dato che nessuno li vuole vicini di casa ma che al tempo stesso tutti vogliono per poter raccogliere i prodotti agricoli a costi “più competitivi”. A coloro (e ce ne sono molti) che fanno propaganda anti immigrati, che vorrebbero chiudere le frontiere ricordiamo che i lavoratori stagionali sono coloro che mandano avanti il settore agricolo italiano e che chi sfrutta queste persone, chi evade fisco e previdenza sono italiani. Contro questi veri e propri centri di detenzione e contro gli interessi che li creano, la marcia va bene per smuovere le coscienze sul tema ma non può bastare, è necessario lanciare proposte concrete. Una di queste potrebbe essere la creazione di pool speciali nei luoghi maggiormente esposti per poter agire più incisivamente. Altre soluzioni potrebbero essere la ristrutturazione di alloggi su beni pubblici o in disponibilità pubblica, recupero e autorecupero di immobili abbandonati e di aree a rischio di spopolamento, promozione di azioni finalizzate a favorire gli affitti e il cohousing". Tuttavia, anche questa è solo una goccia nel mare; bisogna creare un’azione di coordinamento tra collocamento pubblico, trasporti e rispetto dei contratti. Questo lavoro era stato già sperimentato con discreto successo dalla Rete del lavoro agricolo (presso l'INPS al fine di selezionare imprese agricole e altri soggetti indicati dalla normativa vigente che, su presentazione di apposita istanza, si distinguono per il rispetto delle norme in materia di lavoro) ma che stranamente poi si è bloccato. Le leggi ci sono (la 199/2016), bisogna solo cominciare a far rispettare la legalità in questo paese. Si specchia, ancora in questa morte, la deludente sconfitta di un Paese intero.

Fonte foto: Rassegna Stampa