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La strage di Thyssenkrupp

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di FABRIZIO RESTA

 

Accanto alla bellezza dei paesaggi, Torino è anche una delle città più industrializzate d'Europa.

 

Gente laboriosa i torinesi, al punto di essere considerata il simbolo della crescita economica dell'Italia nel secondo dopoguerra.  Patria del Martini, del cioccolato gianduia, dell'industria automobilistica ma anche dell'editoria, dello sport e persino del settore aerospaziale. Tra le tante aziende che operano in questa città c'era anche la Thyssenkrupp di corso Regina Margherita, un grosso stabilimento siderurgico che produce nastro d'acciaio (quello che per esempio serve per fare le lavatrici), posseduto da uno dei gruppi più importanti della siderurgia europea che ha sede in Germania. Lavorare in questa azienda non era facile: il forno in cui l'acciaio passava a 25 mt al minuto era alto come un vagone ferroviario e sviluppava un calore di 1100 gradi. È un lavoro in cui bisogna fare molta attenzione perchè basta un niente per arrivare alla tragedia...e in effetti un maledetto giorno, il 6 dicembre 2007, è bastato che un nastro d'acciaio sfregasse contro qualcosa per creare una scintilla per far prendere fuoco ad un mucchietto di carta imbevuto d'olio. Non è una cosa insolita e senza alcun problema gli operai intervengono con gli estintori. Questa volta però succede un'altra cosa: si rompe un tubo che porta olio ad alta pressione, che a contatto con il fuoco ha creato un vero e proprio muro di fuoco. È la strage della Thyssenkrupp.

Non è neanche il primo caso. Nello stesso anno, qualche mese prima c'era stato un disastro simile nella filiale della Thyssenkrupp a Kreten, in Germania. Dopo il disastro l'azienda aveva deciso di installare in tutte le filiali un sistema antincendio sofisticato, quindi anche in quello di Torino. Il 6 dicembre 2007, tuttavia, quel sistema non era ancora presente. Secondo Antonio Boccuzzi, uno degli operai sopravvissuti quella notte e successivamente deputato Pd, gli estintori utilizzati quella sera erano mezzi vuoti.Le indagini portano al rinvio a giudizio di sei manager. Le accuse sono di non aver installato a Torino il sistema antincendio, di avere estintori semivuoti, la mancanza di un pulsante d'emergenza per chiudere i condotti dell'olio in caso di emergenza e nessuno specializzato in sicurezza in turno.La Thyssenkrupp  aveva due stabilimenti in Italia: uno a Torino e uno a Terni. Nei giorni precedenti alla tragedia si decide che lo stabilimento piemontese verrà chiuso e la produzione spostata a Terni, ragione per cui vennero diminuite le spese per le misure antinfortunistiche.

Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, rispettivamente ex amministratore delegato e dirigente della ThyssenKrupp Acciai Speciali sono stati condannati dalla procura di Essen a restare in carcere solo di notte: durante il giorno potranno lavorare e tornare a casa durante il weekend, in base ad una legge del Nord Reno-Westfalia, che si chiama Si chiama “offener Vollzug”. La Corte di Cassazione italiana li aveva ritenuti colpevoli di omicidio colposo e doloso e condannati rispettivamente a 9 e 6 anni di carcere.  Il 16 maggio 2016, dopo il verdetto della Cassazione, il sostituto procuratore generale di Torino Vittorio Corsi e il procuratore generale Francesco Saluzzo avevano emesso un mandato di arresto europeo e avevano chiesto l’estradizione, ma gli accordi tra Italia e Germania prevedono che i condannati possano rifiutare l’arresto e così hanno fatto i due manager. Galeotto quindi è stato il sistema di accordi in materia penale tra Italia e Germania che permette ai tedeschi di poter scontare nel loro paese natale la condanna per la durata massima prevista dal loro codice penale; in questo caso 5 anni. Nessuno di loro quindi farà un giorno intero di carcere.

La sicurezza sul lavoro è un diritto prioritario del lavoratore e si fa rispettare anche con le sentenze: se a chi ha così sfacciatamente eluso la sicurezza sul lavoro all'interno della propria azienda, provocando la morte di tante persone, è permesso di andare tranquillamente a lavorare e di tornare a casa durante il weekend, ci chiediamo: chi si curerà di far osservare le leggi in materia di sicurezza?

Quello che emerge purtroppo è una falsa filosofia, un modo insano di concepire il lavoro, dove l'importante è far soldi; poco importa come si lavori, l'importante è produrre alla svelta e nel modo più economico possibile. A volte, troppo spesso, in verità, succede anche perché la criminalità si è fatta imprenditore. È una filosofia che a questo punto investe anche le leggi. Dopo questa sentenza è evidente che la tutela dei lavoratori non è sufficientemente tutelata in Europa.  Ci vuole una nuova mentalità e nuove leggi al più presto. Anche in questo l'Unione Europea dovrebbe dare segnali confortanti, magari unificando le leggi dei vari paesi, allo scopo di fare della sicurezza sul lavoro un diritto effettivo del lavoratore. Il problema però è anche italiano. In Italia si muore sul lavoro perché pur essendoci le leggi non c’è possibilità di fare i controlli per mancanza di risorse, perché non si incentiva la formazione e l’etica della sicurezza. Si muore perché in Italia anche sul campo della sicurezza siamo riusciti a farne oggetto di malaffare: sono decine le società indagate per contraffazione, truffa e associazione a delinquere che, con la complicità di un ente paritetico (cioè di un sindacato o di un’associazione dei datori di lavoro), falsificano gli attestati di formazione e addirittura non svolgono neppure i corsi, ma si limitano a rilasciare dei patentini contraffatti. Tanto il massimo che può capitare al datore di lavoro è una multa. Spesso si muore due volte, perché oltre al danno di aver subito una perdita, c’è la giustizia che non riesce a fare il proprio dovere se non dopo molti anni, con il rischio prescrizione sempre in agguato. In Italia, infatti, abbiamo oltre 120 procure e molte sono piccole, con 3-4 magistrati che si devono occupare di tutto e non sono perciò in grado di crearsi una competenza specifica.  Raffaele Guariniello, che ha svolto le indagini proprio sul rogo della Thyssenkrupp.è uno di coloro che si stanno battendo per la creazione di una Procura nazionale sulla sicurezza sul lavoro con competenza su tutto il territorio e con magistrati specializzati. Forse non risolverebbe il problema alla radice ma sarebbe sicuramente un passo in avanti.

Termino con le parole di Piero Barbetta, un altro operaio sopravvissuto: “Non si può uscire di casa, andare a lavorare e non tornare più”.

Fonte foto: radiopopolare