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Corneliani fine di un incubo?

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di FABRIZIO RESTA

La Corneliani sarà probabilmente la prima azienda a beneficiare del fondo previsto dall’articolo 43 del decreto Rilancio, cioè quello finalizzato anche al salvataggio e alla ristrutturazione di imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale, per limitare l’impatto economico dell’emergenza sanitaria su imprese, lavoratori con partite Iva, dipendenti, famiglie e terzo settore.

Grazie a questa garanzia, vengono subito sbloccati i 5,3 milioni di euro nelle casse della Corneliani e, in questo modo, nell’arco di una settimana, massimo dieci giorni, riprenderà la produzione, ovviamente dopo il via libera del Tribunale La fabbrica aveva riaperto dopo il lockdown per poi chiudere il 15 giugno per via di una crisi di liquidità. Lo stabilimento si manteneva in piedi a fatica in questi ultimi anni ma il covid è stata la mazzata finale. È uno scenario che ormai siamo abituati a vedere in qualunque parte d’Italia: stiamo parlando della Corneliani, prestigiosa casa di moda mantovana, famosa nel mondo per le sue giacche; un’azienda d’eccellenza che ad un certo punto crolla.

Tutto comincia quando nel 2016 quando Carlo Alberto Corneliani decide di vendere. Ne prende il posto l’araba Investcorp. Il mondo è cambiato rispetto agli anni del vecchio patron: gli uomini preferiscono ora vestirsi casual, uno stile più informale rispetto alla classica giacca. Tuttavia, quello che veramente cambia è il modo di gestire gli affari: manager non altezza si susseguono uno dopo l’altro in pochi anni, sperperando molti soldi e quando chi deve decidere cambia sempre il primo elemento che salta è il fatturato che in soli 3 anni cala dell’20% e la produzione dell’8%, a differenza delle aziende concorrenti che, nonostante la crisi del mercato, si fermano al 4%. Ma c’è di più: I nuovi soci non riescono ad andare d’accordo con i vecchi soci. Si giunge persino a due cause intentate dagli eredi dei Corneliani nei confronti degli arabi per gravi irregolarità di gestione, che però vedranno avere la meglio l’Investcorp. In questo clima tutt’altro che sereno, si arriva a novembre 2019 quando i sindacati vengono convocati per discutere del nuovo piano industriale. Durante questa riunione la proprietà dichiara di voler fare dei tagli sul costo del lavoro; per essere precisi gli esuberi sono 130, tutti nella sede di Mantova. La risposta dei sindacati non si fa aspettare e si dà subito vita a presidi, scioperi. L’agitazione sindacale dà i suoi frutti e nel febbraio l’azienda si arrende: niente più esuberi ma ci si limiterà alle uscite agevolate per chi è vicino alla pensione ed incentivi destinati a chi vuole cambiare lavoro. Sembra tutto risolto ed invece sta per succedere l’ennesima sciagura che ha l’effetto di un vero colpo da k.o.: scoppia il Covid19. Con la crisi economica provocata dalla pandemia hanno tutti paura, persino le banche che non sono più disposte a finanziare il piano industriale presentato dai datori di lavoro. L’Investcorp non ha più scelta e il concordato in bianco diventa l’unica opzione possibile. Con il concordato si nomina un commissario straordinario che dovrà cercare, entro novembre, di formulare un piano che permetta all’azienda di far fronte ai debiti. Come prima cosa il commissario chiede agli azionisti un po’ di liquidità ma anche loro non se la passano bene, il mercato è fermo e i soldi non ci sono, oppure è l’effetto dei contrasti interni all’interno degli azionisti. In un modo o nell’altro niente iniezione di liquidità ma la società resiste fino a giugno. Poi non ce la fa più, l’azienda chiude e i dipendenti vanno in cassa integrazione. La chiusura è arrivata come una doccia fredda prima ancora che questo si fosse palesato. I lavoratori non si arrendono, costituiscono un presidio permanente e nonostante tutte le difficoltà del caso, continuano a lavorare, producendo abiti da uomo come se nulla fosse accaduto. C’è infatti un problema più grosso della carenza di liquidità. Se non si riuscirà a produrre la collezione primavera-estate 2021 e consegnarla entro settembre, scatteranno le penali da pagare. A quel punto, liquidità o no, sarà molto difficile che la Corneliani possa riaprire i cancelli. I lavoratori ci stanno provando ma vogliono una mano.  Per questo motivo i lavoratori hanno scritto una lettera a Conte chiedendo un intervento da parte del governo: perché si riapri l’azienda ma anche per avere la cassa integrazione, ancora latitante. Il Presidente del consiglio durante l’emergenza aveva dichiarato di essere fermamente intenzionato a non lasciare nessuno indietro. Le intenzioni ci sono: il ministro Patuanelli ha già tenuto un primo aproccio, ovviamente online, con la Regione Lombardia. Il tempo però passa e ora i dipendenti di Corneliani stanno rimanendo indietro. Il 21 luglio si è tenuto un vertice con gli azionisti e con i sottosegretari Alessia Morani e Alessandra Todde. I sindacati hanno rivelato in un comunicato che il Mise ha deciso per un finanziamento completamente pubblico di 10 milioni entro settembre. L’intervento permetterà il rientro immediato dei lavoratori in fabbrica. Certamente l’intervento dello Stato è una vera e propria boccata d’aria ma non è sufficiente. Il resto toccherà agli azionisti che dovranno superare le frizioni interne e versare nuovo capitale entro settembre per sostenere congiuntamente lo sforzo. Fine di un incubo?

Fonte foto: ilfattoquotidiano