Bonomi: ritorno al passato

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di FABRIZIO RESTA

In ogni società, in ogni paese e in ogni epoca c’è un elemento comune che fa ancora più paura in quei paesi che si ritengono più sani e progrediti: le lotte tra imprenditori, sempre pronti a negare i diritti per ottenere più profitti possibili e chi invece i diritti li difende.

Si parla di conflitto industriale per evidenziare il fatto che tra l’imprenditore e la forza lavoro esiste un innegabile e latente conflitto. Tra questi due poli opposti si trova nella stragrande maggioranza dei casi un giusto compromesso. In alcuni momenti, però, il conflitto riemerge.

Quando si sente parlare di conflitto industriale, la convinzione comune è di parlare di retaggi del passato, magari degli anni 60-70 dove il conflitto nelle fabbriche era molto forte ed efficacemente descritto dal cinema da capolavori come “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri oppure “I compagni” di Mario Monicelli. Tuttavia, il conflitto industriale è una storia ancora attuale che l’uomo imprenditore continua a perpetuare, cercando di trovare sempre nuove formule che sembrino ad un primo acchito moralmente legittimi.  Già a partire dagli anni 80 i diritti dei lavoratori, dopo anni di faticose conquiste, hanno cominciato a perdere colpi: Dal taglio della scala mobile del 14 febbraio dell’84 alla sua abolizione nel 1992. Dal pacchetto Treu del 1997 alla legge Biagi del 2003 che hanno introdotto il lavoro interinale. Dal DL 368/2001 al Jobs Act, passando per la legge Fornero, che hanno di fatto progressivamente liberalizzato i contratti atipici. Quelli cioè a tempo determinato. E poi il decreto Sacconi del 2011 che ha consentito accordi sindacali al ribasso rispetto ai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro. E ancora il decreto Poletti del 2014 che ha ulteriormente favorito la precarizzazione facendo aumentare i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato.

Soprattutto nei periodi di crisi come questo, quindi, la prima ricetta degli industriali per favorire la crescita è sempre “chiedere un sacrificio” ai lavoratori, cercando di dare maggiori poteri alle imprese di determinare i livelli salariali e la stessa organizzazione del lavoro (leggasi orari decisi da loro, maggiori mansioni, ferie limitate e tanto altro quanto la mente umana riesce ad ideare). E allora il vero nemico è quello di sempre: il contratto collettivo nazionale.

Mentre nel nostro paese stiamo ancora combattendo contro la pandemia del covid19, c’è chi, come il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, ne approfitta per attaccare il governo e i sindacati, rei di fermare l’Italia, come se le misure adottate non servino a salvare vite umane o come se quest’ultime non siano più importanti dei profitti delle industrie. Per lui la pandemia è stato solo un brutto sogno da cui ci dobbiamo svegliare e tornare in un mondo dove gli eroi sono le imprese e non più gli infermieri, i commessi e tutti i lavoratori essenziali. Si deve tornare alla “normalità” a tutti i costi e per la sua normalità, i contratti collettivi sono un ostacolo. La sua ricetta è cominciare a concedere varie deroghe ai Ccnl. L’obiettivo è “rivoluzionare” (ma in realtà è un termine che significa depotenziare) i contratti collettivi e le relazioni industriali per dare maggiore libertà alle contrattazioni aziendali. In questo modo le aziende possono tornare liberi di imporre le condizioni di lavoro più comodi e devono poterlo fare all’interno delle aziende dove i rapporti di potere sono a loro più favorevoli. Inoltre, la scelta del governo di congelare il mercato del lavoro con ammortizzatori e blocco licenziamenti per il numero uno di Confindustria ritarderebbe gli investimenti e le nuove assunzioni. Come se l’unico modo per investire sia quello di licenziare. Giova ricordare che il costo del blocco dei licenziamenti non è gravato sulle spalle delle imprese ma sulla fiscalità generale attraverso la cassa integrazione Covid. Alla luce di questo e considerando che le aziende private italiane tra le ultime in Europa per la quota di risorse destinate a ricerca, sviluppo e innovazione, il ragionamento del numero uno di Confindustria rimane oscuro. Come non bastasse la Confindustria critica il governo per le varie forme di finanziamento fatte per rispondere alle varie forme di povertà e disoccupazione. I finanziamenti devono andare alle imprese. In pratica lo Stato dovrebbe fare in modo che le persone restino disperati, disponibili a qualsiasi condizione di impiego, pronti ad accettare salari più bassi e al tempo stesso, garantisca risorse a pioggia alle imprese. Un mix di politica assistenziale (alle imprese) e menefreghista (per i lavoratori). Davvero una strana visione dello Stato.

Certamente anche i sindacati sono preoccupati per quello che verrà dopo la fine dell’epidemia ma la loro ricetta è esattamente l’opposta: rinforzare i contratti collettivi anziché indebolirli, approfittando della crisi per “rivoluzionare” i processi produttivi, coinvolgendo i sindacati e i lavoratori sulle scelte strategiche. Le industrie italiani hanno bisogno sì di rivoluzionarsi ma cercando di creare un nuovo modello di sviluppo e non cercando di tornare al passato. Il Covid 19 ha evidenziato tutte le contraddizioni di un sistema economico arcaico basato sui tagli in sanità, sulla precarizzazione del personale e sulla copertura della riduzione della spesa pubblica rinviando gli investimenti e aumentando l’età pensionabile. Se ce l’abbiamo fatta è stato solo grazie agli enormi sacrifici dei lavoratori essenziali, non certo per un’efficienza del sistema. Molti di questi eroi sono tra i 9 milioni di lavoratori che aspettano da troppo tempo il rinnovo dei contratti collettivi: metalmeccanici, alimentaristi, logistica, sanità privata e turismo, solo per citarne alcuni. Tuttavia, la linea di Carlo Bonomi resta quella di non riconoscere alcun aumento nelle buste paga perché non c’è inflazione.  L’inflazione però non è l’unico criterio. Durante questa pandemia ci sono settori che hanno rivelato una crisi profonda mentre altri settori hanno visto aumentare i ricavi. Impensabile quindi fissare una regola assoluta per tutti i settori basandosi solo sull’inflazione. A Carlo Bonomi poco importa se colossi come Barilla, Coca Cola e Ferrero hanno rinnovato il nuovo contratto collettivo concedendo aumenti ai dipendenti. Anzi, queste imprese dovranno riferire a lui il 9 settembre, quasi a doversi giustificare della ribellione. Ci sarebbe da chiedersi a che servirebbe produrre così tanto se poi la gente non ha i soldi per acquistare. Teorie vecchie che non possono portarci da nessuna parte. Lo confermerebbero anche alcuni studi recenti. L’ultimo libro di Sanbu, The economics of belonging spiega come la riduzione del costo del lavoro riduca la produttività. Un costo del lavoro più alto spingerebbe le imprese a investire su modelli produttivi più efficienti, viceversa se i lavoratori vengono pagati poco, l’imprenditore si è già garantito il margine di profitto e non investe. Sembra proprio il caso italiano.

In questa eterna lotta tra industriali e sindacati l’unica autorità in grado di garantire un futuro equo per tutte le parti sociali è il Governo ma non solo: se voglio davvero cambiare il sistema il vero campo di battaglia è l’Unione Europea. Per tornare a crescere dobbiamo superare la logica della politica di austerità che fino ad ora non ha certo migliorato la nostra economia né le nostre vite. Al tempo stesso, sarebbe ora di “rivoluzionare” anche Confindustria ed eliminare definitivamente il legame con il passato fatto di logiche vecchie fatte di tagli e pianti e ripartire con formule nuove. Molto sul pezzo ci sembra una frase di Paul Eluard: “Ad un fratello che rimpiangeva il passato, un anziano disse: il passato è un uovo rotto, il futuro è un uovo da covare”.

Fonte foto: huffingtonpost