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La Sanità tra pubblico e privato

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di FABRIZIO RESTA

Se si legge la legge n.833 del 1978 si trova la dichiarazione che “L’attuazione del sistema sanitario nazionale compete allo Stato, alle regioni e agli enti locali territoriali, garantendo la partecipazione ai cittadini” configurandolo in massima parte come un sistema gratuito, poiché i cittadini hanno diritto a ottenere dallo Stato le prestazioni sanitarie, per lo meno quelle essenziali.


Tuttavia non è sempre così. C’è un’altra sanità, prevista dal Decreto Legislativo n. 502 del 1992, che introduce il sistema dell’accreditamento istituzionale, che prevede l’ingresso nel mercato sanitario anche di erogatori sanitari privati. A partire da questa data rimane pubblica la natura del servizio reso al cittadino, mentre l’ente erogatore può essere sia pubblico sia privato, a condizione che abbia ottenuto l’accreditamento all’esercizio dell’attività sanitaria o socio-sanitaria e abbia stipulato un contratto con la Regione e con le Aziende Sanitarie Locali.

Tra queste aziende erogatrici di assistenza, un posto di rilievo lo occupano gli istituti religiosi. La “hospitalitas cristiana” ha origini e tradizioni secolari e ha avuto un ruolo importante nella storia del nostro paese. I primi ordini religiosi votati all’assistenza sono già presenti durante le crociate per confortare i fedeli in viaggio per la Terra Santa. In seguito, soprattutto dal XIII secolo, queste strutture di accoglienza si moltiplicarono nelle città italiane, affrancandosi dalla iniziale dipendenza dei monasteri e possono definirsi i progenitori della rete ospedaliera italiana. Successivamente, con l’avvento dello Stato sociale del Novecento, si è creato un secondo binario, quello della sanità pubblica che conosciamo bene. Sono binari paralleli ma che spesso s’intrecciano inesorabilmente.

Nel secondo dopoguerra venne costituita l’ARIS, Associazione Religiosa Istituti Sanitari, costituita da tutte le organizzazioni cattoliche, religiose e laicali, coinvolte nella gestione di strutture sanitarie e socio-sanitarie Gli Istituti religiosi di assistenza possono contare ai giorni nostri di circa 300 ospedali, e 100.000 dipendenti. Numeri importanti e realtà che riescono ancora a garantire livelli di eccellenza nelle cure nonostante la crisi dovuta al frequente ritardo dei rimborsi da parte delle regioni, che hanno in molti casi portato alla chiusura di molte aziende erogatrici, oppure venduti ai grandi gruppi privati italiani come Gruppo Giomi, forte di circa 35 fra ospedali e case di cura in tutta Italia, che ha rilevato il Cristo Re di Roma.

Lo scorso 25 settembre, l’Aris ha firmato la pre-intesa, dando il via libera al rinnovo del contratto per i dipendenti delle aziende associate, che entrerà in vigore il prossimo 8 ottobre. Un passo davvero importante sia perché erano ben 14 anni che i contratti non venivano rinnovati ma soprattutto perché dopo tanti anni ai dipendenti verranno riconosciuti gli stessi diritti di quelli della componente pubblica.  A questo risultato si è arrivati con molta sofferenza, in una vertenza che è stata lunga e complessa che avuto il suo culmine con la mancata ratifica dello scorso 30 luglio e il conseguente sciopero dello scorso 16 settembre. La mancata ratifica ha sollevato parecchi animi dato che le stesse associazioni datoriali avevano sottoscritto la pre-intesa fissando anche gli adeguamenti retributivi da corrispondere ai lavoratori a decorrere dal mese di luglio 2020 e che il Governo e le Regioni si erano impegnati a coprire il 50% del costo del rinnovo contrattuale.

Le conclusioni sono semplici da trarre: il contratto si è fatto solo perché le Regioni si sono offerte di assumerne il costo. Questo perché, come al solito, le aziende private in sanità (ma non solo in questo ramo purtroppo) sono miopi: continuano a guardare il profitto da dividere tra i soci, cercando di limitare al massimo il costo del lavoro e negando i diritti. Queste aziende funzionano così: vivono grazie al rimborso spese della Regione e se per necessità sono costretti ad aumentare i costi, aumentano i costi della prestazione. Perché investire sul personale, garantire un migliore tenore di vita, magari anche aumentarne il numero (dato che il problema della carenza del personale non è solo una questione pubblica) quando ci sono gli enti pubblici (o i cittadini) che possono farlo al posto loro?

D’altra parte è doveroso rendere riconoscimento a Michele Emiliano, che miope non è, che con questa manovra si è garantito il consenso, ha dato uno schiaffo morale ai precedenti governatori che di questa tematica hanno fatto spesso gli gnorri e al tempo stesso, ha mandato un chiaro segnale alla Lombardia. La Sanità in Puglia funziona, anche quella privata e l’ha pienamente dimostrato durante l’emergenza covid. Rispetto alle stesse aziende private, il Governatore pugliese si è dimostrato molto più scaltro, considerando i dipendenti delle risorse su cui investire.

Fonte foto: Nurse Times