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Riders: Scenario gattopardesco

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di FABRIZIO RESTA

Generalmente quando sentiamo parlare di caporalato l’associamo al grave sfruttamento nelle campagne.

 

 

L’art. 603 bis Codice Penale, la famosa legge anti caporalato, tuttavia, è stata concepita in modo da dar copertura ad uno spettro di comportamenti di prevaricazione e di abuso nei confronti dei lavoratori assai più ampio, facendone rientrare quello che i moderni studi sociologici definiscono «super-sfruttamento in ambiente urbano». Si tratta di fenomeni che hanno interessato principalmente il mondo dei servizi, per via di una crescente tendenza alla terziarizzazione da parte delle imprese. All’interno di questa vasta gamma di casistiche, c’è anche il fenomeno del “caporalato digitale”, quello dei riders, di cui abbiamo parlato già in un precedente articolo.

La novità recente è che per i riders si è arrivati al primo CCNL, il primo in Europa: stiamo parlando del contratto sottoscritto da Assodelivery, associazione di categoria coordinata e gestita dai vertici delle principali aziende di food delivery e Ugl. L’accordo sottoscritto per molte testate è stato chiamato così: CCNL. Le cose, però, sono molto diverse da quelle che sembrano. Il “CCNL” siglato non ha cambiato di molto le condizioni dei riders: continuano ad essere lavoratori autonomi pagati a cottimo e soprattutto continuano a non usufruire delle tutele del lavoro subordinato (compensi straordinari, mensilità aggiuntive, ferie, copertura in caso di malattia e maternità, tfr). Sembra di trovarci nell’ambiente del Gattopardo, celebre libro di Tomasi di Lampedusa: “«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Ossia: se tutto cambia esteriormente, tutto rimane com’è.

Assodelivery, infatti, aveva necessità di smuovere le acque, pressata da una serie di multe e denunce dai tribunali di Milano, Torino e ultimamente anche Firenze. Così l’Associazione di categoria ha pensato furbescamente di avviare la concertazione tra le parti, scegliersi un sindacato di comodo e imporre un non contratto collettivo. La furbizia sta soprattutto nel fissare una paga oraria, che però è molto più bassa dei tanti decantati 10€ (se per fare una consegna il tempo stimato è di un’ora, guadagno 10€ lordi, pari a 7,90€ netti a consegna; qualora il tempo stimato fosse minore, a quel punto sarebbe la piattaforma a ridefinire il mio compenso), continuando a basare gli stipendi dei lavoratori sul numero di consegne fatte.  Certo, se l’Associazione l’ha potuto fare, tra l’altro trascurando la sentenza della Corte di Cassazione (n. 1663/2020) che aveva già considerato i riders dei lavoratori subordinati, è perché qualcuno non lo ha impedito. In questo senso il governo non è privo di responsabilità. Né la nota che il Ministero del lavoro ha fatto, lamentandone la scarsa rappresentatività può assolverlo.

Il Governo (quello giallo-verde, n.d.r.), infatti, con il decreto legge 101/2019, aveva stabilito che i rider possono anche essere qualificati come lavoratori autonomi, ma rimangono comunque soggetti alle regole del lavoro subordinato. In assenza di una normativa in grado di rispondere a questa interpretazione, lo stesso decreto sospendeva la propria efficacia per un anno, per consentire alle parti interessate di raggiungere un accordo sul contratto nazionale. Questo ha spronato l’Associazione a darsi da fare perché se si fosse arrivati a novembre senza un contratto, le aziende di delivery sarebbero state obbligate a riconoscere ai rider tutti i diritti previsti per i lavoratori. Peccato perché si è persa un’occasione di fare qualcosa di veramente innovativo senza alcuno sforzo, dato che c’era già l’ottima Carta di Bologna (che prende le mosse dal contratto collettivo nazionale della logistica, che parte da 8,40€ orarie, n.d.r.)  che poteva svolgere la funzione di bozza normativa. D’altra parte la cosa non deve sorprendere più di tanto: l’Assodelivery si è sempre rifiutata di firmare la Carta, sarebbe stato un controsenso che il non contratto prendesse come riferimento una Carta da sempre indigesta. Come se non bastasse, l’Assodelivery ha informato i riders che se non firmeranno il contratto, possono considerarsi licenziati.

Ora la “palla” passa ai sindacati ma soprattutto alla politica, perché, che piaccia o meno, quel falso CCNL, rappresentativo o meno che sia, è valido a tutti gli effetti e toccherà a qualcuno cercare di avviare i negoziati per stracciare il documento gattopardiano e farne un altro. Impresa tutt’altro che facile, a meno che non ci riesca la Magistratura. Per ora il Governo ha fissato un incontro tra le parti per l’11 novembre. Di fatto, il potere contrattuale è rimasto in mano alle aziende.

Scenario gattopardesco. La famosa frase “«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» sembra rappresentare perfettamente la questione Riders ma più in generale la politica italiana dove prevalgono gli slogan e i trionfalismi ma che se si scava più a fondo, restano solo vuote parole. Agli italiani in fondo va bene così: è più facile accettare uno slogan che la verità. “Molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca.”(Gattopardo)

Fonte foto: PMI.IT