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Home Legalità Nazionalizzazione ILVA: Soluzione o chimera?

Nazionalizzazione ILVA: Soluzione o chimera?

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di FABRIZIO RESTA

C’è un punto in comune nella strategia politica italiana: ogni volta che una grande impresa è in crisi, l’unica soluzione che si riesce a trovare è la partecipazione statale.

Circa vent’anni fa, L’Ilva veniva ceduta dall’Iri, quindi dal pubblico, ai privati. Vent’anni fa il mondo era molto differente da oggi. In tutto il mondo si produceva 850 milioni di tonnellate di acciaio. Oggi viaggiamo verso i due miliardi. L’acciaio se lo producono e se lo consumano Cina, Corea, India e Giappone. Adesso che lo stabilimento è al collasso, dopo aver provato di tutto: dall’intervento della magistratura, la proroga dei limiti delle emissioni, ai tavoli tecnici, la politica italiana mostra ancora una volta la sua mancanza di visione politica, tornando al solito intervento statale, attraverso Invitalia, con una governance paritetica con ArcelorMittal che "proietta il sito di Taranto in modo equilibrato verso il futuro, il green e le nuove tecnologie", almeno secondo la versione del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo.

Accantonate quindi altre possibilità come ad esempio far pagare all’Ancelormittal una penale di 500 milioni, lasciando il compito ai commissari di trovare un nuovo compratore, oppure darla in affitto alla stessa multinazionale fino a giugno 2022.

La situazione non è facile, prima di tutto perché non è semplice trovare un acquirente, ma la stessa Ancelormittal non è che sia tanto propensa a concentrarsi sul salvataggio dello stabilimento di Taranto, essendo impegnata ad affrontare una crisi globale del settore dovuta per lo più, alla concorrenza dei produttori cinesi, che da soli soddisfano già il 50% del fabbisogno mondiale ma anche dalla crisi dell’auto. Questo porta a prevedere la possibilità per lo Stato di diventare nel giro di qualche anno il socio di maggioranza. Certo, da una parte, la scelta che sti facendo, di riconvertire l’azienda dal punto di vista energetico, ossia di passare dalla distillazione del carbon fossile a quello elettrico, è sicuramente un miglioramento sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista dei cosi di produzione (se si riuscirà, come si proclama, di creare forni elettrici alimentati anche con il rottame). Tuttavia, il piano richiederà un consistente investimento (si calcola una cifra non inferiore ai 2 miliardi che sarà lo Stato a dover sostenere) sia un lungo periodo di tempo (non inferiore a 5 anni).  C’è inoltre il problema della scarsità della materia prima, il rottame, di cui l’Italia è già forte importatore. Un progetto molto ambizioso ma che, ammesso sia possibile realizzarlo, avrà bisogno di tempo e soldi, da parte di unno Stato che ha già un deficit importante e già devastato dalla pandemia.

Se guardiamo da un altro punto di vista, l’intervento statale per salvare le imprese, per lo meno nella maniera in cui viene fatto in Italia, porta a delle contraddizioni:

-          Si spendono soldi dei contribuenti per salvare imprese solo momentaneamente. Salvaguardare i posti di lavoro è sicuramente una priorità ma farlo senza avere una visione di rilancio industriale, porta solo nascondere i problemi sotto il tappeto. Sarebbe più auspicabile usare quei soldi per riqualificare le imprese non competitive, puntando a produzioni e servizi alternativi che consentano di ritrovare quegli utili che farebbero rinascere quell’azienda, anziché portarsi avanti dei pesi morti che prima o poi chiuderanno lo stesso. Nel caso dell’Ilva di Taranto (e di Genova) continuare a produrre acciaio puntare solo sul miglioramento energetico senza una politica di forte investimento sulle infrastrutture che serve per creare la domanda, salverà sul serio l’azienda? Non dimentichiamo che il settore è globalmente in crisi e non sarà facile trovare un nuovo acquirente in futuro, nonostante i miglioramenti.

-          Lo stesso vale per i lavoratori che dovrebbero essere incentivati a riqualificarsi professionalmente, in modo da ottenere competenze utili da renderli competitivi nella ricerca di un nuovo lavoro. In questo modo si separerebbero i destini dell’imprenditore da quello dei lavoratori.

-          L’intervento statale porta a trascurare il rischio d’impresa, portando gli imprenditori a gestire in maniera spregiudicata, puntando unicamente sui profitti del presente anziché costringere ad una pianificazione di crescita sul lungo termine. In Italia casi di imprese spregiudicate ne abbiamo avute ma nessun governo ha pensato di creare leggi ad hoc per limitarne la portata o meglio, di sanzionarle. Soprattutto nei casi di aziende “strategiche” per lo Stato ma anche per l’economia della città dove si trovano (non è il solo il caso dell’Ilva a Taranto ma anche della Whirlpool a Napoli e tante altre), se sono così importanti (e lo sono) si dovrebbe procedere ad un rigoroso e preventivo controllo dello Stato, prima che queste vengano affossate da gestioni malsane.

-          Iniquità sociali: lo Stato non può salvare tutte le imprese; salva solo quelle più grosse o che hanno maggiore visibilità mediatica. Succede quindi che le imprese virtuose siano danneggiate dalla concorrenza delle aziende salvate ma con la possibilità di non poter usufruire dello stesso “salvagente di Stato” in caso di fallimento. Si vengono a creare, in definitiva, non solo imprese di serie A e di serie B ma anche lavoratori di serie A e di serie B.

In definitiva, il dramma Ilva è ben lungi dall’essere risolto. La nazionalizzazione ad un primo acchito può sembrare la soluzione definitiva ma se andiamo oltre i proclami, la strada è ancora molto tortuosa. Forse il progetto andrà in porto o forse no ma come Winston Churchill diceva spesso che ““Il politico deve essere in grado di prevedere cosa accadrà domani, il mese prossimo e l'anno prossimo, e, in seguito, avere la capacità di spiegare perché non è avvenuto.” Ci sembra che manchi proprio questo.

Fonte foto: Gazzetta del Mezzogiorno