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Home Legalità Dal 2008 ad oggi, i prodotti dei tagli alla ricerca

Dal 2008 ad oggi, i prodotti dei tagli alla ricerca

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di MARCO SPAGNUOLO

Tutto ebbe inizio nel 2008: da allora, sono stati tagliati un miliardo alle università e circa 70 milioni al CNR (Consiglio Nazionale di Ricerca).

Di questo, ieri, proprio al CNR, si è parlato in un incontro tra i presidenti degli enti pubblici di ricerca e i rettori delle università. I dati trattati, dall’occupazione ai tagli, portano una forte contraddizione e una controtendenza tra Italia ed Europa, ma non solo. Difatti, se in Europa durante la crisi, l’unica ad aver tagliato i fondi alla ricerca e alla pubblica istruzione è stata l’Italia, questa mantiene l’ottavo posto nella classifica mondiale della produttività della ricerca. E questo grazie soltanto al merito dell’impegno dei ricercatori e delle ricercatrici italiane.

I dati, però, non parlano solo di tagli e di produttività, ma di una seria e pericolosa esclusione di sempre più studenti dal mondo della ricerca. I risultati della politica del “con la cultura non si mangia” (Tremonti) sono questi: restrizione degli spazi di produzione culturale e di ricerca indipendente, esclusione massiccia di molti dal mondo della cultura. Dal 2006, infatti, c’è stata una riduzione del 45% circa dei ricercatori (da 15.733 a 8.737), mentre la quasi totalità dei ricercatori precari non riesce a condurre il proprio lavoro o a proseguirlo, con la costrizione di una fuga al’estero.

Al di là dell’esclusione dalla cultura e di una sua polarizzazione verso l’alto, la questione “fondi per la ricerca” rischia di non essere presa sul serio dall’opinione pubblica. Innanzitutto perché i rettori, durante i movimenti di grande mobilitazione contro la Gelmini, non hanno assolutamente ascoltato le richieste degli studenti, chiudendo il dialogo per via delle promesse (non mantenute) del governo. Poi, proprio per la centralizzazione della cultura nei centri istituzionali e vicini al potere, la distanza fra “intellettuali” e popolo si è fatta sempre più grande, tanto che proporre fondi per la ricerca provoca disgusto fra la popolazione.

Nel frattempo, con prepotenza e con ancora più motivazioni solide, ritorna al centro il tema del diritto al reddito. È forse questa la risposta adatta al gigantesco vuoto di welfare per ricercatori e studenti? E in generale, per il lavoro cognitivo indipendente?