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Home Legalità Il Governo abroga i voucher, ma già pensa a come sostituirli

Il Governo abroga i voucher, ma già pensa a come sostituirli

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di SAVINO ALBERTO RUCCI


Il Governo con Decreto legge n. 25 del 17 marzo 2017 ed entrato in vigore lo stesso giorno,

 

ha abolito la disciplina dei voucher in  tutti i settori e modificato la disciplina sulla responsabilità solidale in materia di appalti.

Il provvedimento quindi appena verrà convertito in legge eviterà definitivamente  lo svolgimento del Referendum.

Per cui dal 17 Marzo non è più consentito l’acquisto di voucher, mentre solo quelli acquistati prima dell’entrata in vigore del decreto legge potranno ancora essere utilizzati entro il 31 dicembre 2017.

Il  leader della CGIL  Susanna Camusso, promotrice del referendum, si è detta molto soddisfatta mentre Confcommercio  afferma che con i voucher si cancella «uno strumento molto apprezzato che consentiva di operare legalmente». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Confagricoltura e Confprofessioni , che la definisce «Una scelta azzardata che rischia di creare una implosione sociale».

La fretta del Governo, combinata con un meccanismo transitorio così restrittivo, secondo qualcuno potrebbe avere un impatto fortissimo su alcuni settori produttivi dove il voucher era molto utilizzato - in maniera regolare e trasparente - per gestire attività occasionali e sporadiche.

Ci si riferisce ad esempio alle famiglie che dopo l’abolizione dei voucher dovranno ricorrere a una baby sitter, a un insegnante per le ripetizioni scolastiche oppure a una badante occasionale e si troveranno totalmente spiazzate.

Qualcuno invece potrebbe giustamente obiettare che con l’abrogazione del lavoro accessorio cesseranno finalmente gli abusi, tante volte denunciati in questi mesi come motivi dell’abrogazione dell’istituto e addirittura citati, nelle premesse del decreto legge, come motivi della «necessità e urgenza» dell’intervento.

Il Ministro del lavoro Poletti ha ammesso di temere una reviviscenza di lavoro nero ed  ha annunciato a breve una revisione della materia con lo studio di un provvedimento che regolamenti i lavori occasionali.

Per le famiglie ad esempio, l’idea è riprendere il modello della Francia, cioè quello degli “assegni di lavoro” (a volte chiamati con la sigla CESU), che possono essere usati soltanto dalle famiglie per pagare un’agenzia che fornisce personale oppure per pagare direttamente il collaboratore. Hanno limiti temporali e di guadagno abbastanza stringenti e, soprattutto, è molto difficile abusarne, visto che tutte le operazioni devono avvenire registrandosi presso il centro nazionale CESU, che gestisce tutto il sistema e si occupa, in maniera automatica, di fornire la busta paga, compreso il calcolo dei contributi e delle altre voci di spesa.

Oppure si parla di un sistema simile ai “mini-job” tedeschi, introdotti in Germania nel 2003, che possono essere utilizzati da famiglie e imprese di tutti i tipi e servono a pagare prestazioni di lavoro occasionale. C’è un limite massimo a quanto si può guadagnare in un mese, 450 euro, anche se la regola importante da rispettare è non ricevere più di 5.400 euro in un anno (450 euro per 12 mesi), mentre in un singolo mese è possibile superare la soglia dei 450 euro, per via di picchi stagionali o momenti di attività particolarmente intensa. I mini-job garantiscono una migliore copertura assicurativa, contributiva e sanitaria rispetto ai vecchi voucher: il lavoratore ottiene uno stipendio di 450 euro e il datore di lavoro ne paga circa 200 sotto forma di contributi e assicurazione.

Ma il problema politico di questa soluzione è che di fatto finirebbe con il reintrodurre i vecchi voucher sotto una veste legale diversa, rischiando quindi di trasformarne l’abrogazione in un vero boomerang sociale.