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La lezione dei catalani

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di LAVINIA ORLANDO

Il 1 ottobre si sarebbe dovuto tenere un referendum sull'indipendenza della Catalogna dallo Stato spagnolo.

 

Il 20 settembre scorso, la Corte costituzionale, su ricorso del governo centrale, l'ha bloccato, considerandolo illegittimo, con tanto di arresti di funzionari del governo regionale catalano e di appartenenti al movimento indipendentista, senza contare il blocco dei fondi federali per evitare che il referendum possa comunque tenersi, oltre al divieto opposto ai Sindaci della Regione di mettere a disposizione della consultazione edifici pubblici (al quale i Primi Cittadini hanno risposto con un corteo di protesta), insieme allo straordinario invio di agenti, molti dei quali, a migliaia, appositamente mandati da Madrid per impedire le elezioni che il governo catalano intende comunque portare avanti.

Nonostante tale importante dispiego di energie, difatti, il popolo catalano non si è lasciato intimidire. Al suono di parole ed espressioni chiave, quali “diritto di decidere”, “libertà”, “autodeterminazione” e “disobbedienza”, non rivendicando l'indipendenza tout court, ma la pura e semplice possibilità di esprimersi attraverso una democratica consultazione, i catalani continuano a scendere in piazza, a farsi sentire, a dare una fortissima lezione di partecipazione ad i tanti che, anche nel nostro Stato, si ostinano a definire impotenza ciò che è in realtà vera e propria abulia.

Il referendum catalano, indipendentemente da quello che si pensi nel merito della vicenda, si è  tramutato in una vera e propria questione democratica ed è giustappunto la circostanza che il Premier Rajoy risponda alle istanze catalane con polizia, perquisizioni, arresti e minacce a rappresentare la reale problematica, oltre ad esacerbare la conflittualità. Nel momento in cui la politica agisce con strumenti che di politico nulla hanno, la politica medesima dimostra di non avere alcuna capacità di composizione del conflitto e di essere venuta a meno al suo principale compito, che dovrebbe essere quello dell'ascolto e della condivisione (senza considerare l'errore tattico di giungere ad un muro contro muro che, usualmente, porta all'accrescimento delle quotazioni della parte chiaramente più vessata).

Ritornando, tuttavia, ai catalani ed allo straordinario esempio da essi fornito, ciò che maggiormente colpisce è la capacità di portare innanzi le proprie istanze nel concreto. La parte di loro che ritiene fondamentale la dichiarazione di indipendenza dalla Spagna non si è lasciata intimidire da niente e nessuno ed ha avuto la forza di manifestare, scendere in piazza, addirittura vedersi sommersa da denunce, pur di non rinunciare alla rappresentazione delle proprie richieste.

E, dunque, il paragone con quanto (non) capitato in Italia giunge davvero semplice a farsi: in una fase in cui si è proceduto (giusto per fare degli esempi) a scardinare il sistema delle tutele lavorative, a modificare nella sostanza il sistema pensionistico, per non dimenticare i grossi interventi che hanno martoriato la scuola pubblica, gli italiani non hanno avuto la forza di opporsi, se non, un minimo, rispetto al mondo della scuola. Manifestazioni quasi inesistenti, poche proposte alternative ed una sostanziale stasi (pur in un clima di malcontento) sono stati il filo conduttore del nulla cosmico partorito da chi ha subito tali mutamenti, peraltro corrispondente alla maggioranza dei cittadini.

La scelta di restare in uno stato di sostanziale silenzio, di non scendere in piazza (ad eccezione di alcune occasioni, comunque poco partecipate), di non ribellarsi in difesa di diritti fino a pochi giorni prima garantiti stride con la forza dei “cugini” catalani e sarà sicuramente presa in considerazione allorquando il legislatore (attuale o successivo) procederà con ulteriori riforme, che andranno a toccare altri punti fermi della nostra civiltà giuridica e sociale e che verranno attuate con la consapevolezza di non doversi preoccupare di alcun tipo di contrasto.

Resti dunque la lotta catalana un esempio di civiltà per tutte e tutti, da cui trarre spunto in occasioni future, affinché le strade e le piazze, anche in Italia, ritornino ad essere terreni di scontro pacifico per rivendicare le proprie libertà ed i propri diritti ed a chiunque asserisca che le manifestazioni non rappresentano altro che una sonora perdita di tempo, si risponda che il silenzio non è che l'anticamera della sottomissione, a sua volta anticamera della sconfitta dei principali punti fermi della democrazia.