Il SudEst

Thursday
Oct 19th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Politica Politica Reati di opinione e processi all’intenzione

Reati di opinione e processi all’intenzione

Email Stampa PDF

di MARCO SPAGNUOLO

 

Da tempo il dibattito sulla sicurezza e sull’allarme terrorismo sfila imperterrito, quotidianamente, dagli articoli di giornale agli editoriali, passando dai social. E la risposta delle istituzione non si è fatta desiderare. L’approvazione del decreto Minniti, e di tutto ciò ruota intorno ad esso è figlio di questo “dibattito”. Tanto si è detto su queste nuove misure di sicurezza e di controllo dei territori, ma oggi ci troviamo davanti a numerose escalation di violenza, abusi e ritorsioni finanche psicologiche col solo intento di reprimere aree politiche dell’estrema sinistra.

 


Difatti, i diversi G7 che quest’anno l’Italia ha ospitato nelle sue città sono stati dei banchi di prova, come lo sono stati per due interi decenni gli stadi, per raffinare meglio tecniche di repressione politica. Molti, infatti, gli episodi – da Roma a Taormina – di interi pullman di manifestanti respinti, perché in possesso addirittura di felpe nere. Innumerabili, invece, i fogli di via assegnati a tutti coloro che venivano ritenuti dalle Questure della città ospitante di turno come persone pericolose, cioè non gradite: per riceverlo, è bastato essere un non residente ed essere appartenente all’area dell’autonomia o dell’antagonismo.

L’ultimo caso, eclatante per la conseguente portata d’odio politico nei vari editoriali italiani e per l’inevitabile flop burocratico, è stato l’applicazione della cosiddetta “flagranza differita” a un attivista storico del famosissimo centro sociale torinese Askatasuna, nelle ore successive agli scontri del G7 sul Lavoro. La persona in questione, Andrea Bonadonna, è stato tratto in arresto, mentre si stava recando al lavoro dopo la manifestazione, per aver difeso un manifestante strattonando un agente: resistenza e violenza a pubblico ufficiale, aggravate poiché commesse in flagranza differita. Cioè non è stato colto in flagrante, ma questo dato giuridico persiste in quanto vi è un agente a testimoniarlo. Così, è stato trattenuto fino a mercoledì, giorno della sua scarcerazione.

A monte dell’incrementarsi e inasprirsi di questi casi, abbiamo intervistato Carmen Pisanello, attivista del Collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza pugliese “Non solo marange”, attivo nella rete nazionale “Osservatorio sulla Repressione”.

Innanzitutto, le abbiamo chiesto la natura e il modus operandi di tali misure, in particolare per quanto  riguarda il cosiddetto DASPO urbano. «Questo tipo di provvedimenti va ad allontanare individui dai centri urbani, ma non persegue il crimine in sé» perché «chi usa gli spazi pubblici “in maniera impropria”, si sa, è chi non ha i mezzi per fare quello che fa in spazi privati, per cui sono misure altamente discriminatorie perché colpiscono solo gli anelli più deboli della criminalità, cioè i più poveri». Infatti, «sono passibili di DASPO urbano tutti coloro che vengono indicati come persone che usano il suolo pubblico in maniera impropria, cioè dal senza fissa dimora al piccolo spacciatore, dalla prostituta al manifestante».

Il DASPO, tuttavia, non è stato ancora approvato in tutti i comuni, infatti a Bari, in occasione della manifestazione contro il G7, «circa trenta giorni prima del G7 è stato notificato un avviso di foglio di via a tutti  coloro che erano stati denunciati per l’occupazione di Villa Roth [centro sociale barese], che dava circa quindi giorni per produrre una memoria in cui ci si poteva opporre alla misura. Visti i tempi, è stato semplicemente calcolato per evitare la presenza  di chi lo ha ricevuto alla manifestazione».

«Questi dispositivi non sono oggettivi, ma si basano su dati soggettivi che rischiano sempre di diventare politici».