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Referendum in Veneto e Lombardia: il trionfo del qualunquismo

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di NICO CATALANO

Domenica scorsa in Lombardia e Veneto si è svolto un referendum in cui si chiedeva ai cittadini un voto per dare alle due regioni maggiori competenze e  quindi  poter legiferare in maniera esclusiva rispetto allo Stato Italiano riguardo a ben ventitre  materie comprese negli articoli  116 e 117 della Costituzione.

Di queste materie le prime venti, attualmente gestite dalle regioni insieme con lo Stato, rientrano nella cosiddetta "legislazione concorrente” e riguardano temi come i rapporti internazionali delle regioni con l'Unione Europea, il commercio estero, la tutela e sicurezza del lavoro, istruzione e professioni,  ricerca scientifica e tecnologica, la tutela della salute e dell’alimentazione, l’ordinamento sportivo, la protezione civile, il governo del territorio, la gestione di porti e aeroporti civili, delle grandi reti di trasporto e di navigazione, l’ordinamento della comunicazione, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia, la previdenza complementare e integrativa, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, la valorizzazione dei beni culturali e ambientali, le casse di risparmio, casse rurali e aziende di credito a carattere regionale,  gli enti di credito fondiario e agrario regionali, mentre le restanti tre ovvero l’organizzazione della giustizia di pace, le norme generali sull'istruzione e la tutela dell'ambiente, sono materie  che   finora sono state trattate in legislazione di esclusiva potestà statale.


Come era prevedibile nelle due le regioni governate dalla Lega Nord ha vinto il "Sì" attestato ovunque tra il 95 e il 98% ma contrariamente a quanto annunciato  proprio dal partito del “Carroccio” e  dai presidenti delle due regioni Roberto Maroni e Luca Zaia, il referendum, consultivo e non vincolante,  avrà solo un valore politico, infatti  il voto espresso domenica scorsa dai cittadini darà alle due regioni  un maggiore potere contrattuale al tavolo delle trattative con il governo centrale per la  richiesta di maggiore autonomia, nei limiti del quadro Costituzionale;

le due regioni non avranno automaticamente lo statuto speciale e neanche quella “autonomia fiscale” impropriamente teorizzata dai leghisti nel trattenere sul territorio le maggiori risorse finanziarie derivanti dalle imposte locali o di residuo fiscale ovvero la differenza tra ciò che le regioni interessate  versano  e ciò che ricevono da Roma, in quanto materia questa non compresa negli articoli della Costituzione interessati dalla consultazione referendaria.

Ma le dichiarazioni che hanno lasciato sconcerto non sono state quelle ormai note rilasciate dagli esponenti della Lega Nord spesso intrise di populismo e al limite della cialtroneria, i quali forti del responso delle urne hanno subito rivendicato “di fare rimanere al Nord il 90% delle tasse pagate dai cittadini in quelle regioni” cosa peraltro non prevista dalla nostra Costituzione ma imbarazzo hanno lasciato le risposte del governo e delle istituzioni, infatti già a meno di un’ora dalla chiusura dei seggi si assisteva da parte di quasi tutti gli esponenti della politica italiana ad una serie di dichiarazioni incaute, dai paragoni fuori luogo con la situazione Catalana avanzati da qualche esponente del M5S ad un occasione storica in quanto “il futuro non è rappresentato degli stati nazionali, ma delle macroregioni, che si muoveranno in accordo con l’Europa” così come dichiarato dal presidente della regione Puglia Michele Emiliano, sino al sottosegretario per gli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, che comunicava la disponibilità dell'esecutivo a trattare la rivendicazione dei governatori del Nord ma anche quella del  segretario del PD Matteo Renzi il quale dichiarava che “la domanda di autonomia fiscale non va sottovalutata e va presa sul serio”.

Sarebbe stato invece utile ricordare al presidente  Zaia che la Costituzione Italiana su cui lui cosi come le tante e  i tanti che ricoprono ruoli istituzionali in questo Paese hanno giurato prevede che ciascun cittadino contribuisca al buon andamento dello Stato e delle sue competenze che significa in soldoni fornire servizi come istruzione pubblica, università, ospedali, viabilità e trasporti efficienti ed accessibili per tutti,  Stato che ha il dovere  poi di garantire gli stessi diritti a tutti, a prescindere dal luogo di nascita o di residenza e che tutto questo è in contrasto nettamente con la proposta rivendicata dalle regioni del nord.

Così come sarebbe stato auspicabile fare notare a Zaia e Maroni che quella “filastrocca” di un nord che lavora, produce tanto e paga le tasse per mantenere il resto del Paese fannullone, sprecone, incapace ed evasore  è solo una becera diceria peraltro ormai stucchevole e facilmente smentita nei fatti, infatti  osservando proprio la ripartizione di uno degli oggetti delle loro rivendicazioni il  cosiddetto residuo fiscale si può facilmente notare come da circa trenta anni è il nord che invece riceve molte più risorse del Sud;

basta citare i 4.8 miliardi per il centro-nord rispetto ai  60 milioni al sud ripartiti nel 2014 dalle  Ferrovie dello Stato o sempre nello stesso anno i 3.5 miliardi di fondi FAS  sottratti al sud e destinati al nord  per finanziare gli sgravi fiscali del governo Renzi,  ancora i circa 2.5 miliardi  stanziati nel 2015 dal ministero per le infrastrutture riguardanti   71 progetti presentati, 69 per il nord e solo 2 per il Sud  e per finire  il salvataggio proprio delle banche venete costato 5 miliardi di soldi pubblici.

I  periodi difficili come quello che stiamo attraversando, purtroppo connotato da una crisi multifattoriale e multisettoriale senza precedenti non si affrontano esaltando e assecondando gli egoismi dettati dai fini elettorali di pochi individui o di qualche territorio forte rispetto ai territori deboli, si affrontano invece favorendo una maggiore coesione sociale in una Nazione e questo dovrebbe fare la politica italiana anziché correre dietro al consenso e al qualunquismo del momento.

Foto: Il Fatto Quotidiano