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Home Politica Politica Una legge sulla certificazione etica del pomodoro contro sfruttamento e caporalato

Una legge sulla certificazione etica del pomodoro contro sfruttamento e caporalato

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di NICO CATALANO

Mercoledì scorso a Roma presso il Ministero per le Politiche Agricole si è tenuto un primo incontro di concertazione per discutere nel merito di  una futura proposta di legge che possa regolamentare l’intera filiera del pomodoro italiano tramite un’etichettatura etica e trasparente a cui hanno partecipato le principali organizzazioni sindacali di categoria e diversi operatori della grande distribuzione e di trasformazione agroalimentare presenti nel nostro Paese.


L’incontro è stato convocato dal Ministro Martina in seguito sia alle numerose denunce della stampa nazionale e internazionale scaturite dall’inchiesta della procura di Lecce in relazione alla morte del bracciante sudanese Muhamed Abdullah avvenuta nel 2015 a Nardò  in un campo di pomodori di proprietà dell’imprenditore Giuseppe Mariano rinviato a giudizio per i reati di omicidio colposo e caporalato ma anche da quanto hanno rilevato le motivazioni della sentenza definitiva al processo SABR, concluso sempre nel capoluogo salentino il 17 luglio scorso con le condanne di quattro imprenditori agricoli e nove caporali a pene variabili fra i tre e gli undici anni.

Sia la sentenza emessa dai giudici della Corte d'assise di Lecce così come  le varie  inchieste giornalistiche svolte in questi anni hanno messo in evidenza e confermato un modello sistemico di sfruttamento degli extracomunitari  ma spesso anche di braccianti italiani, che si regge sul caporalato, vergognoso fenomeno purtroppo presente sia nelle aziende agricole del Salento ma identicamente riprodotto anche in Capitanata, nel Barese, nel Tarantino, in Lucania,  in Calabria, Sicilia e Campania.

In un momento storico come quello attuale in cui grazie all’assenza totale della politica che ha perso da anni il suo ruolo di governo e controllo, le filiere agricole dipendono letteralmente dalle multinazionali della grande trasformazione e distribuzione organizzata, le quali riunite in veri e propri cartelli economici impongono ai produttori bassissimi prezzi alla pianta per i loro  prodotti, di conseguenza gli agricoltori per non finire sul lastrico sono costretti a comprimere i fattori della produzione, in primo luogo i salari, sottopagando i lavoratori, operazione questa facilitata dalle  tante normative di riduzione dei diritti e deregolamentazione del mercato del lavoro varate dagli ultimi governi, così come spesso gli stessi imprenditori agricoli ricorrono purtroppo ai “servizi” illegali forniti da veri e propri sodalizi criminali che avvalendosi di diffusi silenzi e complicità istituzionali sono dediti all’ estorsione, al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, allo sfruttamento e addirittura alla riduzione in schiavitù  nell’ambito del settore primario, il tutto reso possibile dalle precarie condizioni di  soggezione, debolezza e vulnerabilità in cui versano alcune categorie di lavoratori.

Prodotti come angurie, ciliegie, uva, arance o pomodori come in questo caso, che dalle aziende agricole vengono comprati da alcuni dei più grandi gruppi di trasformazione, elaborazione, commercializzazione e quindi arrivano sulle tavole degli ignari consumatori italiani ed Europei,  fotografia questa di un modello economico insostenibile che privilegia solo le varie fasi di intermediazione e grande distribuzione organizzata multinazionale mentre da un lato determina e produce le condizioni del ricorso ad una manodopera sottopagata e sfruttata e dall’altro penalizza sia i produttori agricoli ma anche gli stessi consumatori.

Sarebbe opportuno per tutte le Istituzioni di adoperarsi per introdurre  subito una legge che contempli una certificazione etica per l’intera filiera del pomodoro e magari estenderla successivamente ad altre colture, un’attestazione che non può essere rappresentata dai pericolosi fenomeni delle autocertificazioni di prodotto o peggio ancora di territorio, ma un vero e proprio marchio di garanzia riconosciuto legalmente che possa informare il consumatore finale non solo sull’origine del prodotto, ma anche sulla eticità e sostenibilità dell’intero processo:  dalle operazioni di coltivazione, alla raccolta, sino alle fasi di trasformazione ed elaborazione dei prodotti con particolare riferimento al rispetto per la condizioni materiali di lavoro delle persone e all’uso razionale delle risorse naturali non rinnovabili senza sprechi e varie forme di  inquinamento ambientale.