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Reddito di cittadinanza: workfare o commonfare?

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di MARCO SPAGNUOLO

In questa campagna elettorale, pregna di promesse da fiera generale, uno dei leitmotiv che animano il dibattito è quello del reddito di cittadinanza. Dal M5S fino agli artifici retorici berlusconiani, una proposta girata e rigirata in tutte le salse – fino alle «pensioni di cittadinanza». Ma cosa intendono dire i pentastellati, avanzando questa iniziativa? Queste le parole di Di Maio, rilasciate lo scorso lunedì su Radio 105: «Dovrà, per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare, perché la persona viene reinserita nel mondo del lavoro». Che tradotto significa: “disoccupato, povero, lavoratore ultraprecario, lavora gratuitamente per lo Stato e avrai il reddito, ma dopo un anno avrai meno, perché sarai inserito nel mondo del lavoro”. Quindi, finalmente si svela la natura della proposta del m5s – natura liberista, che segue la tendenza a controllare per mezzo del denaro e del lavoro i poveri, relativi e assoluti. Infatti, un reddito di cittadinanza così formulato si può ben inscrivere nelle misure, adottate da vari paesi UE, promosse sotto il nome di «workfare» – e cioè la sostituzione del welfare, cancellato e distrutto, con la promessa dell’inserimento lavorativo e della sicurezza dei rapporti di lavoro, attraverso lavoro coatto o gratuito. Ma workfare significa anche altro: come Ken Loach ha ben inquadrato nel suo film “Io, Daniel Blake”, un simile sistema di organizzazione del lavoro va solo nella direzione del mantenimento dello status di povero, tiranneggiato da un lato dalla ragion di stato e dall’altro dalla mano del mercato.

 


A fronte di tale angolatura da cui i pentastellati guardano al reddito di cittadinanza, vi sono due proposte sul tema, ma alternative: una dell’Oxfam e l’altra elaborata in un convegno di Macao, a Milano, organizzato da BIN (la rete globale per il reddito). I primi hanno, come ogni anno, presentato il loro rapporto sulle disuguaglianze di classe, sulla sicurezza del lavoro, sulla povertà. Ne emerge, come loro stessi hanno riportato, che «di tutta la ricchezza creata nell’ultimo anno, l’82% è andato all’1% della popolazione, mentre il 50% meno abbiente non ha beneficiato di alcun aumento». Come uscire da questa situazione? Gli economisti di Oxfam suggeriscono due vie: «impegnarsi pubblicamente a perseguire servizi pubblici universali gratuiti e una piattaforma universale di tutela sociale» e «astenersi dal destinare fondi pubblici a incentivi e sussidi per le aziende private che erogano servizi sanitari ed educativi; ampliare l’offerta di servizi essenziali da parte del settore pubblico».

Più radicali e più profonde, invece, le proposte elaborate a Macao, durante lo scorso ottobre. «Il Welfare del Comune deve dotare la vita di qualità, autodeterminazione e consentire di esercitare il diritto alla gioia». I mezzi per attuare un nuovo Welfare, basato sulla cooperazione e sui beni comuni, si propongono quattro «pilastri», di cui uno è appunto il reddito di cittadinanza. Quale reddito? Un reddito incondizionato (svincolato, quindi, dal lavoro) e universale. Perché «la possibilità incondizionata di rifiuto del lavoro apre prospettive di liberazione che vanno ben oltre la semplice misura distributiva, a prescindere dalla condizione professionale».