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Scusate se siamo donne

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di LAVINIA ORLANDO

Nonostante sia da poco trascorsa la data dell'8 marzo, con tutto il carico di simbolismo che essa reca con sé, le scorse settimane si sono caratterizzate per alcune sentenze che, in tema di violenza di genere, sembrano aver generato un repentino arretramento in un ambito che avrebbe ancora bisogno, al contrario, di notevoli passi in avanti.


È esattamente l'inverso di quanto si sta verificando nella giurisprudenza italiana, laddove oramai si sprecano pronunce in un certo qual modo giustificative di omicidi e stupri commessi da uomini a danno di donne, mogli e compagne in alcuni casi, semplici conoscenti o del tutto sconosciute in altri, tutte vittime non solo dei rispettivi carnefici, ma altresì e soprattutto di una società che, anche  alla luce delle decisioni di alcuni giudici, non sembra rendersi pienamente conto della gravità della problematica.

Ad esempio, la Corte d'Appello di Bologna ha deciso di derubricare l'assassinio commesso da colui con cui la vittima medesima aveva una relazione da soli due mesi, dimezzando la pena (da trenta a sedici anni di reclusione). Tale riduzione deriva non solo dalla scelta del giudizio abbreviato, ma altresì dall'applicazione di un'ulteriore attenuante, la c.d. “tempesta emotiva”, che avrebbe colto l'uomo in misura talmente devastante da determinarne una gelosia tale da spingerlo all'omicidio. Si giunge in questo modo all'assurdo per cui, invece che considerare la gelosia come un'aggravante, la si valuta quale ragione di rivalutazione – riduzione, nello specifico – della misura della responsabilità penale, generando un pericolosissimo precedente, che potrebbe essere preso in considerazione da altri tribunali della penisola.

Non si tratta, tuttavia, dell'unica pronuncia scioccante in materia. Il Tribunale di Genova, difatti, con riferimento all'omicidio di una donna ecuadoregna per mano del marito, anche lui sudamericano e reo confesso, ha dimezzato la pena (rispetto a quanto richiesto dal Pubblico Ministero), grazie alle attenuanti generiche riconosciute, ironia del caso, da una giudice. Secondo la sentenza, “l'uomo non ha agito sotto la spinta della gelosia, ma di un misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento, in uno stato d'animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile” e “ha agito come reazione al comportamento della donna, che lo ha illuso e disilluso” - l'uomo era tornato in Ecuador dopo aver scoperto il tradimento della moglie, per poi riapprodare in Italia, invitato dalla congiunta medesima con la promessa, non mantenuta, di lasciare l'amante. Secondo la giudice di Genova, dunque, basterebbe il venire meno della parola data per concedere le attenuanti viste in un giudizio su di un femminicidio – o, meglio, su uno tra i tanti femminicidi che si verificano nel nostro Paese.

Un'ulteriore perla proviene dalla Corte d'Appello di Ancona, con riferimento alla vicenda riguardante una giovane di origini peruviane, stuprata da un ragazzo, condannato in primo grado a cinque anni di reclusione unitamente all'amico (a cui sono stati comminati tre anni) che avrebbe svolto il ruolo di “sentinella”. In appello, tuttavia, la Corte, composta anche in questo caso da tre donne, decide per l'assoluzione, giungendo a non escludere che sia stata proprio la presunta vittima ad organizzare la messinscena, poiché all'imputato “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di “Vikingo”, con allusione ad una personalità tutt'altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”. Per quanto assurdo possa sembrare, per le tre magistrate la ragazza sarebbe troppo poco avvenente per essere stuprata. Non resta che la Corte di Cassazione, successivamente intervenuta disponendo l'annullamento della sentenza con rinvio in appello, eccependone incongruenze e vizi di legittimità, a tentare di ribaltare un verdetto che urla vendetta.

Per quanto le sentenze vadano rispettate ed analizzate nella loro interezza, non si può far finta di non aver letto i passaggi incriminati, tutti fondamentali ai fini delle pronunce finali e tutti neanche così velatamente incriminatori nei confronti delle stesse vittime che, anche se defunte, sono state considerate in un certo qual modo artefici del loro macabro destino o, addirittura, giudicate più o meno violentabili a seconda della loro maggiore o minore avvenenza fisica, svelando un retaggio sociale che andava per la maggiore decine e decine di anni fa e per nulla confacente ad una magistratura che dovrebbe interpretare la legge anche alla luce degli sviluppi culturali del nostro Paese.