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La nuova via della seta

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di SIMONE DEL ROSSO

Nelle ultime settimane è stata al centro del dibattito politico l’adesione dell’Italia al memorandum sulla “Nuova Via della Seta”,

 

 

conosciuta anche come Belt and Road Initiative (BRI). La questione ha spaccato il governo, che ha posizioni molto diverse in merito. I principali fautori di un’apertura a Oriente sono i Cinque stelle, mentre la Lega è restia all’iniziativa. Il memorandum, siglato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Presidente cinese Xi Jinping, consiste in un accordo, non vincolante, teso a favorire le esportazioni italiane nell’enorme mercato cinese e a permettere alla Cina di espandere i suoi flussi di investimenti internazionali e di fornire sbocchi commerciali per i suoi prodotti. L’intesa si presenta al culmine di un periodo di intensi scambi commerciali tra i due Paesi. Tra il 2014 e il 2016 l’Italia è stata, infatti, uno dei maggiori destinatari nell’UE degli investimenti cinesi, dopo Francia e Germania. L’accordo bilaterale rientra nel grande piano strategico commerciale della BRI, che mira a migliorare i collegamenti tra la Cina e l’Europa passando per l’Asia centrale e per l’Africa e a promuovere il ruolo della Cina nelle relazioni commerciali globali. La Nuova Via della Seta, che richiama il nome della rete di oltre ottomila chilometri su cui si sviluppava il commercio tra Impero Cinese e Impero Romano, si compone di due vie. Quella terrestre, che attraversa tutta l’Asia centrale e arriva dalla Cina fino alla Spagna, e quella marittima, che costeggia l’Asia Est e Sud e arriva fino al Mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Secondo molti osservatori l’accordo non è però solo una questione commerciale ma soprattutto un tentativo cinese di far entrare l’Italia nella sfera di influenza geopolitica di Pechino, allontanandola dalla storica alleanza atlantica e incrementando l’influenza commerciale e politica del Paese sul resto del mondo. Le posizioni più critiche sull’accordo italo-cinese arrivano dai principali alleati dell’Italia: USA e UE. Gli USA hanno sollevato il problema della sicurezza e della condivisione di dati sensibili con l’Italia in ambito NATO, qualora il nostro Paese portasse avanti la partnership con la Cina in settori strategici come quello delle telecomunicazioni. Da Bruxelles, invece, arrivano segnali non positivi da parte della Commissione Europea, che intende lanciare un “richiamo formale agli Stati Membri che vorrebbero cooperare con la Cina, chiedendo loro di mantenere la piena unità dell’UE”. Se da un lato, avviando relazioni commerciali con la Cina, l’Italia rischia l’isolamento nel G7, essendo il primo delle principali potenze europee a sottoscrivere il memorandum sulla BRI, va sottolineato come anche Francia, Germania e altri paesi europei abbiano in diverse occasioni stretto accordi commerciali strategici con la Cina autonomamente. Il piano Italia-Cina prevede investimenti per circa 7 miliardi, finalizzati a colmare il gap a livello di export del nostro Paese in Cina rispetto ai livelli degli altri paesi europei. Sono previsti consistenti investimenti da parte dalla Banca Industriale e Commerciale della Cina e dalla Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture. Nella logistica, un ruolo strategico lo gioca la compagnia nazionale COSCO che in Europa è già entrata nella gestione dei porti in Grecia con l’acquisizione del porto del Pireo, Spagna, Belgio e Italia nel porto di Vado Ligure, con l’ottica di allargare i propri interessi anche al porto di Trieste. È indubbio che il flusso di investimenti derivante dalla partecipazione all’iniziativa cinese possa tradursi in un’occasione vantaggiosa in termini di maggiore occupazione, crescita, innovazione tecnologica, infrastrutture, così come i finanziamenti, incluse le acquisizioni di quote del debito pubblico. Tuttavia, la BRI suscita non pochi dubbi in merito a numerose questioni quali: la scarsa reciprocità nell’accesso ai mercati, l’affidamento degli appalti pubblici, l’inadeguato sistema di protezione dei diritti industriali per le imprese straniere che investono in Cina, la poca trasparenza del sistema burocratico cinese e il tema dei diritti umanitari in Cina. L’intesa non presenta alcuna concreta garanzia circa la cessazione delle politiche commerciali aggressive portate avanti da Pechino fin dal suo ingresso nel WTO e che le hanno permesso di conseguire quote significative di mercato internazionale a scapito di interi settori industriali e manifatturieri di economie avanzate, inclusa quella italiana. Inoltre, esiste il rischio reale che i finanziamenti derivanti da tali accordi vincolino il nostro paese alle banche e alle imprese cinesi, provocando una dipendenza finanziaria dalla Cina dell’Italia, in quanto il nostro paese necessita di investimenti in infrastrutture e di risorse economiche per finanziare il debito pubblico. Tuttavia, la Presidenza del Consiglio ha in più occasioni ribadito la massima attenzione alla difesa degli interessi nazionali e alla protezione delle infrastrutture strategiche. È chiaro che per un sistema Paese centralizzato come quello cinese, l’economia e la politica sono strettamente connesse come in nessun altro Paese al mondo.

Di conseguenza, affrontare il tema della BRI pensando di poter separare il piano tecnico-economico da quello politico sarebbe un grave errore per la classe dirigente italiana ed europea.

La globalizzazione e il liberismo hanno condotto gli equilibri internazionali verso una fase inedita della nostra storia contemporanea. Da una parte, gli USA di Trump procedono verso una politica estera sempre più isolazionista basata sul protezionismo, dall’altra parte c’è la Cina comunista, espressione del cosiddetto capitalismo politico, aperta al commercio internazionale con un preciso obiettivo: affermarsi nei prossimi decenni come la prima super potenza mondiale.

In questo schema, l’Europa rischia di rimanere schiacciata tra il protezionismo americano e l’imperialismo cinese. L’unica via per impedire ciò è la costruzione di una politica industriale ed economica europea, basata sulla cooperazione tra i membri UE. Se l’Europa non riuscirà a riformarsi e a rigenerarsi, ci sarà un unico destino ineluttabile per tutti i paesi europei: la totale dipendenza di tanti piccoli stati dalle grandi superpotenze. Tanti piccoli stati che diventerebbero province in un quadro di forze egemoniche contrapposte.

Immagine presa da: “Affari Italiani”