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Il crollo del Movimento Cinque Stelle

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di LAVINIA ORLANDO

Abituati alle interminabili lotte fratricide tipiche della sinistra, capace di dividersi e di discutere anche in presenza di vittorie eclatanti,

 

ed alla quasi totale assenza di dibattito nei partiti di destra, la crisi-non crisi del Movimento Cinque Stelle apparentemente risolta in pochissimi giorni dal suo avvio sembra essere quanto di più lontano rispetto alla politica tradizionalmente intesa.

In qualsiasi partito, la repentina emorragia di consensi appena vissuta dai grillini avrebbe rappresentato una tragedia di proporzioni inenarrabili ed avrebbe quantomeno costretto la forza politica in questione ad avviare un'analisi circa le ragioni di tale debacle, per non giungere direttamente a conseguenze più nette, come le abbastanza scontate dimissioni del Segretario.

Nel Movimento Cinque Stelle, tuttavia, appellativi quale “Segretario” e “segreteria” sanno talmente tanto di ancien regime, da considerare chiunque li adoperi come un soggetto reazionario da porre nell'angolo o da indottrinare secondo i dettami del grillismo. Che poi nel Movimento medesimo ci siano organismi e soggetti che svolgono ruoli, sovente celati, molto simili a quanto accade nelle ordinarie forze politiche è circostanza che in pochi, almeno tra i Cinque Stelle, sono disposti ad ammettere; che, inoltre, alcuni meccanismi interni siano difficilmente decifrabili, se non tracciabili, è altra verità difficilmente smentibile, almeno agli occhi di osservatori c.d. esterni.

In ogni caso, passi che non si voglia parlare di Segretario e ci si voglia riferire alla denominazione di capo politico, o che non si condividano le tradizionali assemblee di circolo prediligendo le votazioni on line, quando una realtà politica come il Movimento Cinque Stelle vive, in poco più di un anno, la riduzione di milioni di preferenze, passando dal 32% delle elezioni politiche del marzo 2018 al 17% delle appena passate elezioni europee, con l'aggravante del sorpasso subito per opera dello storico nemico Partito Democratico, assestatosi intorno a quasi il 23% dei consensi, la medesima forza politica non può prescindere da una seria analisi delle ragioni di tale sconfitta. Sia ben chiaro che non è detto che tale ragionamento debba necessariamente condurre all'individuazione di responsabili fisici da porre alla gogna, ma non si può negare il necessario e lungo ragionamento che dovrebbe interessare, a freddo e non a caldo, l'intero Movimento, in virtù della considerazione di ordine generale per cui il quasi totale dimezzamento delle preferenze per una qualsivoglia  forza politica, soprattutto se di governo, rappresenta l'evento che più chiaramente dimostra che c'è qualcosa che non va rispetto alle scelte poste in essere dal raggruppamento in questione.

E non che non ci fossero state avvisaglie. Al di là di quanto ampiamente predetto dai sondaggi, la debacle grillina era già stata chiaramente scritta in seguito ad alcuni dei provvedimenti adottati dal Movimento ed alle decisioni/omissioni di cui lo stesso si è reso protagonista, tutti essenzialmente motivati dalla ferrea volontà di salvaguardare l'alleanza con la Lega, che ha, invece, sbancato l'appuntamento elettorale, raggiungendo il 34% di preferenze, divenendo, così, il primo partito d'Italia e sancendo uno bilanciamento tra i due alleati di cui sarà impossibile non tenere conto nel prosieguo dell'esperienza di governo.

A fronte di tale terremoto, il dibattito interno al Movimento Cinque Stelle ha avuto la durata di una misera assemblea notturna di solo qualche ora tra parlamentari, con uno scontato esito finale – la riconferma del capo politico Di Maio – ratificato dagli iscritti grillini (con l'80% dei voti favorevoli). Ad eccezione di qualche voce dissenziente esternata subito dopo gli scrutini, ma inesorabilmente rientrata, come da copione, subito dopo l'endorsement del fondatore Grillo a favore del vice premier, Ministro e capo politico, tutte le possibili voci critiche sono state prontamente riassorbite, con l'atteggiamento tipico di chi nasconde la polvere sotto al tappeto – e che, tuttavia, non si rende conto che, prima o poi, tutto lo sporco non potrà che ritornare a galla con gli interessi, soprattutto se si considera quanto l'assetto democratico del Movimento fosse stato posto come cardine del grillismo sin dai primi mesi dalla sua nascita.

A fronte dei tanti dubbi celati, tuttavia, le voci dei parlamentari pentastellati restano, almeno per il momento, univoche: “Piena fiducia in Di Maio!” perché “se cade Di Maio, cade anche il governo!”, scelta che pare alquanto masochista visto quanto capitato in un solo anno e quanto potrebbe, dunque, seguitare ad accadere nei prossimi mesi.