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Italia in quarantena

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di LAVINIA ORLANDO

 

Ci siamo. Quello che mai nessuno avrebbe immaginato fino a due settimane fa è divenuto realtà: siamo in piena epidemia da nuovo Coronavirus ed il governo ha assunto le prime, solo nominalmente drastiche, misure, per ora quasi esclusivamente “comportamentali”, per contenerla.

 

Scuole di ogni ordine e grado chiuse, droplet (distanza di sicurezza tra le persone) di almeno un metro, differimento di qualsivoglia attività convegnistica o congressuale, sospensione degli eventi e delle competizioni sportive salvo che si svolgano a porte chiuse sono solo alcune tra le misure assunte dall'esecutivo, con validità, per ora, fino al 3 aprile, tranne che la chiusura delle scuole, prevista, sempre stando allo stato attuale, per un periodo più breve, ossia fino al 15 marzo – ma c'è già chi parla di una possibile proroga.

Un'unica circostanza, al momento, può dirsi certa: finché non sarà chiaro a tutti l'obiettivo delle prescrizioni sopraelencate, l'interruzione del servizio scolastico o la quarantena già precedentemente imposta a tanti nostri concittadini a nulla serviranno. Finché ci sarà il tuttologo di turno a spiegarci che non ha senso agitarsi per una banale influenza, finché prenderemo per oro colato le troppe fake news presenti sul web, finché penseremo di poter continuare ad anteporre il denaro alla salute, prepariamoci a fasi molto meno amene di quelle che già viviamo ed a sopportare misure molto più severe di quelle finora emanate.

La questione è di semplice comprensione: se ci si dovesse ammalare tutti insieme a causa di un nuovo virus, i cui effetti non sono ancora per nulla chiari, il sistema sanitario collasserebbe, perché non ci sarebbero posti letto e personale sufficienti. Chiunque non creda a tale affermazione, si informi circa quanto sta accadendo in queste settimane nella pure efficientissima Lombardia ed inizi a rabbrividire.

Che la possibile implosione dei nostri ospedali sia legata alla particolare virulenza e contagiosità del Covid-19 è circostanza che verrà sicuramente studiata nei mesi a venire, ma non è da tacere il fatto che gli ingenti tagli che la sanità pubblica ha subito negli ultimi anni abbiano ferito la sanità universale italiana: chiusura degli ospedali, riduzione dei posti letto, tagli sul personale sanitario, rigorosi piani di rientro da seguire per le Regioni (tutte del Meridione) in situazione di grave disavanzo con riferimento alla spesa in campo sanitario non sono stati d'aiuto in questi anni ed assurgono a principale concausa della crisi sanitaria che stiamo vivendo da qualche settimana a questa parte.

Ci sono, inoltre, ma solo in subordine, i risvolti economici della vicenda, la cui portata è ancora del tutto nebulosa, ma tendenzialmente disastrosa. Il governo è impegnato nell'elaborazione delle misure volte a finanziare spese sanitarie (tra cui assunzione di nuovo personale), incrementare i fondi per Protezione Civile ed ammortizzatori sociali, prevedere ristori per chi ha subito danni a causa della quarantena imposta nelle diverse zone colpite dal virus e sospendere i mutui. A tal fine, il Parlamento autorizzerà un incremento del deficit, fermo restando che anche le prime considerevoli cifre di cui si parla potrebbero essere assolutamente insufficienti.

I provvedimenti in fase di studio si aggiungeranno a quelli già approvati, con distinzioni a seconda delle aree, nei giorni scorsi. Per le zone rosse (comprendenti i Comuni in quarantena totale), ad esempio, si è pensato alla sospensione del pagamento dei contributi previdenziali ed assistenziali e dei premi assicurativi ed all'erogazione di un'indennità mensile di 500 euro per i lavoratori autonomi; per le zone arancioni (essenzialmente Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna), si è dato il via alla cassa integrazione in deroga per le aziende con un numero di dipendenti al di sotto dei 15, al potenziamento del fondo di garanzia crediti PMI ed ad un fondo per la concessione di mutui a tassi zero in favore degli agricoltori; a livello nazionale, infine, si è stabilito, solo per citare un esempio di rilievo, la sospensione del pagamento dei contributi previdenziali, assistenziali e dei premi assicurativi per i lavoratori del settore turistico, che, tra tutti, risulta, ad oggi, l'ambito maggiormente colpito dalla crisi.

In attesa delle ulteriori misure necessarie ad iniziare a fronteggiare la questione, non ci resta che seguire pedissequamente quanto indicato nei provvedimenti finora emanati dal governo, con l'essenziale precisazione per cui, finché cittadine e cittadini non comprenderanno di essere parte di un complesso ingranaggio, il cui andamento dipende dal comportamento di ciascuno di noi, qualsivoglia provvedimento non sorretto da adeguati controlli – come verificare, difatti, che tutti rispettino la tanto declamata distanza di sicurezza? - non potrà sortire alcun effetto.

Solo se riusciremo a tramutare la nostra folkloristica avversione rispetto alle regole in una misurata attenzione nei confronti dell'altro, potremo dire di aver compiuto un importante passo in avanti, sia per uscire quanto più indenni possibile dall'emergenza contingente, sia per ripartire insieme con una maggiore consapevolezza: l'importanza della responsabilità collettiva come strumento di crescita prima di tutto individuale.