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Il premier Conte: pugno duro per evitare un collasso sanitario

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di NICO CATALANO

Il difficile momento che sta attraversando il nostro Paese, alle prese con il pericoloso Coronavirus è sotto gli occhi di tutti, una situazione inedita rispetto al passato che ha portato il governo presieduto dal premier Conte a varare tra la mattina di domenica 8 marzo e la sera di lunedì scorso ben due DPCM.

 

Provvedimenti molto restrittivi sia per le limitazioni riguardo alle libertà individuali così come per le ripercussioni economiche negative che comporteranno per tanti settori produttivi. Nel contempo azioni legislative giuste, inevitabili e necessarie per contenere il contagio, proteggere i cittadini e fermare tramite il “pugno duro” i tanti atteggiamenti intollerabili e privi di alcun senso civico purtroppo presenti in questa società come le diverse persone risultanti positive al Covid-19 incuranti per le strade, i negozi e i luoghi della movida affollati da giovanissimi nelle varie città. L’obiettivo del governo e delle istituzioni è quello di contenere il più possibile la diffusione dell’epidemia per avere meno contagiati, quindi in proporzione meno ricoverati e tra questi una minore richiesta di degenza in terapia intensiva, in quanto tipologia di posti ospedalieri non sufficienti a coprire le richieste in quasi tutte le regioni italiane. In soldoni evitare che il Sistema Sanitario Nazionale collassi come un gigante dai piedi di argilla, scongiurando il possibile dilemma delle terapie intensive in riferimento alla priorità d’accesso.  Quindi una forte risposta istituzionale per allontanare il verificarsi di una situazione epidemiologica fuori controllo che potrebbe portare i nostri medici a fare la drammatica scelta di privilegiare l’accesso alla terapia intensiva per chi ha più probabilità di sopravvivenza, in base a criteri come il limite di età o l’entità della malattia, considerando il fatto che in intensiva finiscono anche gli infartuati o chi subisce un ischemia, eventi malaugurati che purtroppo non si fermano con la presenza del virus. L’ipotesi del rischio di andare incontro al dramma di porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva era stato evidenziato anche in un documento redatto dalla Società italiana di anestesia, rianimazione e terapia intensiva, inviato la scorsa settimana a tutte le principali istituzioni italiane.  Questo difficile accesso alle cure intensive mette in evidenza la presenza nel nostro Paese di uno squilibrio estremo tra richiesta e diponibilità in ambito sanitario che ci riporta indietro di oltre un secolo, una situazione generale in ambito medico che fino ad un certo punto trova giustificazione nella straordinarietà del contesto attuale di pandemia. In poco tempo la politica italiana con la complicità di media compiacenti e l’inerzia dei cittadini ha cancellato decine e decine di conquiste civili. Nel dramma, fa rabbia come negli ultimi tre decenni una classe politica sopravvalutata e superficiale di destra e sinistra ha ridotto in queste misere condizioni il nostro sistema sanitario. Se non ci fosse da piangere, sarebbe da ridere del come per la cieca obbedienza al mantra “è l’Europa che lo chiede” il pubblico tra cui anche gli ospedali e i servizi legati alla cura della persona, sono stati penalizzati con tagli e privatizzazioni, dettami di quella stessa Europa oggi nei fatti silente dinnanzi ad una tragedia di queste dimensioni. Per non parlare dei tanti scandali, delle corruttele, degli appalti gonfiati e delle numerose inutili milionarie nomine politiche che hanno interessato e divorato la sanità di questo Paese. Un dato su tutti che deve fare riflettere: nel 1980, in Italia erano presenti 925 posti di terapia intensiva ogni 100 mila abitanti, dopo qualche decennio all’insegna di risparmi, accorpamenti ed esternalizzazioni sono diminuiti sempre più sino a 275 ogni 100 mila abitanti in seguito alla famosa “cura dell’austerità” imposta dal governo Monti. Mentre si risparmiava sulla sanità tramite riforme lacrime e sangue per i cittadini, invece si compravano aerei da guerra F 35 e si aumentavano i compensi dei manager di Stato. Oggi siamo al confine con la barbarie, con la paura di arrivare a scegliere chi curare con il servizio pubblico e chi lasciare al proprio destino. Certo dipenderà dal senso di responsabilità di un Paese che per tanto tempo è stato poco educato al rispetto per la comunità e al privilegiare il “noi” rispetto all’egocentrismo del “io”. Anche qui la politica ha giocato il suo ruolo, “ognuno deve diventare imprenditore di sé stesso” ci dicevano gli stessi politici che hanno demolito la sanità assieme al nostro Paese, vi ricordate? e questi sono i risultati: individualismo e becero menefreghismo.  Dalla pandemia si esce se riprendiamo a camminare tutti insieme e non uno alla volta, quindi rispettando le indicazioni delle istituzioni e dei medici, ma ricordiamoci di coloro che hanno distrutto la nostra Italia, quando torneremo liberamente per le strade e tanta di quella classe politica si ripresenterà con noiosi discorsi e fatue promesse.

Fonte della Foto: Il Fatto Quotidiano