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Interventi / I demagoghi del Terzo Millennio

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di ENZO MASTROMARCO

Era un bel tempo quello in cui, malgrado le divisioni ideologiche, malgrado le diverse e legittime opzioni culturali, ciascuno a suo modo, gran parte dei politici più importanti avevano a cuore come bene supremo il bene comune.


Berlinguer, non sfruttò biecamente l’emergenza terrorismo e gli anni di piombo per provare a dare la spallata al governo dell’ avversario democristiano.

Quando il terrorismo mieteva vittime ogni giorno nelle strade italiane, Berlinguer, dall’opposizione, non speculò come uno sciacallo sulle enormi difficoltà del governo ad arginare il fenomeno.

Non promise soluzioni salvifiche, sulle bare dei morti ammazzati.

Avrebbe potuto farlo. Avrebbe acquisito consenso facile sul dolore della gente.

Avrebbe potuto farlo. Ma non lo fece.

Perchè era uno statista e, soprattutto, perché era una persona perbene.

Uno statista pensa all’Italia non al proprio tornaconto elettorale.

Il partito di Berlinguer non c’è più. Ma lui vive ancora, nella memoria di ogni bravo italiano.

Di quegli italiani che hanno imparato a riconoscere con facilità lo spessore culturale ed etico, che è frutto di una vita e di una storia di specchiata credibilità personale.

E a riconoscere e a diffidare dei demagoghi, arruffapopoli incoerenti e opportunisti che preparano e conducono spesso a grandi disastri.

Lo storico Tucidide definiva "demagoghi" (capi popolo) tutti gli Ateniesi che, in seguito alla morte per peste di Pericle nel 429 a.C., cercavano di prendere il suo posto ingannando e seducendo l'assemblea popolare ateniese, tramite false promesse e istigazione contro gli avversari politici.

Oggi, purtroppo, in questo nostro amato ma sfortunato Paese, non abbiamo né Pericle né Berlinguer.

E nemmeno Aldo Moro e Pietro Nenni.

Abbiamo, viceversa, demagoghi pericolosi, che cavalcano gli istinti più bassi e sanguinolenti di una polis incattivita dalla crisi e da media spesso pilotati; demagoghi inclini a voler applicare le leggi più dure per avversari, poveracci e disperati, ma ad assolvere sempre e comunque se stessi, gli amici e gli amici degli amici, qualunque misfatto possano compiere.

Non si chieda  a chi conosce la vita del demagogo di dimenticare che è un demagogo.

Soprattutto se un demagogo dei nostri tempi, proprio mentre una struttura sanitaria del nord non riesce ad arginare l’epidemia che poi dilaga nel resto del Paese, accusa il governo di non aver chiuso l’Italia.

Andiamoci a rileggere quello che dicevano i governatori leghisti Zaia e Fontana a inizio febbraio.  Regole troppo restrittive, dicevano.

E cosa diceva il mondo. Misure troppo severe, diceva.

E cosa diceva Confindustria e  altri mondi non lontani da una certa destra.

Misure esagerate, dicevano.

E cosa hanno fatto contro l’emergenza Covid-19 le destre sovraniste dei paesi più forti dell’Occidente, che hanno fatto il governo a stelle e strisce e mister Boris Johnson? Sostanzialmente nulla. Liberi tutti, compreso il virus.

Salvo, da qualche giorno, correre ai ripari e, udite udite, provare a imitare le misure prese dal governo italiano.

Nulla di nuovo sotto il cielo. Da sempre la demagogia e i demagoghi producono politiche dissennate.

Per questo il giudizio severo sul caballero nostrano non è dovuto a null’altro che alla conoscenza profonda del suo percorso politico.

La sua storia politica trasformista e furbesca lo rende poco credibile. Dal tricolore disprezzato al tricolore osannato c’è un percorso di spregiudicatezza infinita.

Quando noi italiani smetteremo di innamorarci dei demagoghi sarà un grande giorno.

L’innamoramento, si sa, è il sonno della ragione.

E il sonno della ragione conduce sempre a grandi sofferenze.

Se avviene per una persona, nei rapporti di coppia, il risveglio potrà essere doloroso solo sul piano personale.

Se invece l’innamoramento avviene per un personaggio pubblico a cui affidare fideisticamente le sorti della res publica, il risveglio sarà catastrofico sul piano collettivo.

Basterebbe solo ridare un’occhiata alla storia recente di Italia e Germania.

Historia magistra vitae.

Si spera.