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Le giravolte della politica

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di LAVINIA ORLANDO

È circostanza nota che i voltagabbana della politica nostrana siano sempre in agguato, pronti a dare dimostrazione di giravolte degne di atleti olimpici pronti a sfidarsi nella finale della vita.


L'ultimo esempio che va in questo senso, tuttavia, rasenta davvero l'incredibile. Come altrimenti definire gli assurdi posizionamenti di autorevoli esponenti di Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia a favore del pm antimafia Nino Di Matteo?

Beninteso, qualsiasi persona normodotata non potrebbe (e non avrebbe potuto, in passato) fare altro che considerare Di Matteo come una delle risorse più importanti che il nostro Paese possa vantare, vista, in particolare, la capacità, grazie al lavoro svolto, di rendere noti alcuni fondamentali passaggi nella c.d. trattativa Stato – mafia, così iniziando a fare chiarezza in merito ai tanti rapporti intercorsi tra politici ed organizzazioni mafiose ed anche per questo ritrovandosi vittima di minacce di morte e costretto alla scorta.

Nessuno può smentire la circostanza che il lavoro del pm siciliano, avendo molto a che vedere con una certa politica che, peraltro, continua a sedere in Parlamento, non sia mai stato apprezzato in particolare dalla destra, ma non solo (vedasi le dichiarazioni e le sentenze scaturite dall'opera del magistrato, con particolare riferimento a Silvio Berlusconi e sodali). Del resto, gli stessi esponenti di rilievo delle forze politiche che fanno del garantismo uno dei pilastri della propria azione non risultano essere balzati agli onori delle cronache per essersi posti al fianco di Di Matteo nei momenti più duri della sua attività professionale – nonostante alcuni di loro considerino, con giusta ragione, Giovanni Falcone come uno dei fari della recente storia italiana.

Ora invece, grazie alla straordinaria capacità di mettersi alle spalle il passato unitamente alla spasmodica esigenza di porsi in contrapposizione col governo solo per affermare la propria esistenza, gli esponenti di cui sopra sono riusciti a cancellare anni ed anni di totale indifferenza, se non di offese, dedicati a Di Matteo, che pare essersi improvvisamente tramutato, sempre agli occhi dei signori prima indicati, in un eroe.

Non si tratta, dunque, di un cambiamento di vedute legato ad un'auspicabile rivalutazione dell'opera del pm siciliano da parte di chi, con colpa o con dolo a seconda dei casi, aveva maturato ed esplicitato, al riguardo, ben altre idee, ma di pura convenienza politica.

È, infatti, stato sufficiente che Di Matteo narrasse un episodio relativo all'estate del 2018 perché i suoi primi detrattori si trasformassero in convinti fan. Il riferimento è all'ormai nota mancata nomina del pm alla direzione del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), dopo che il medesimo posto gli era stato offerto dal Ministro della Giustizia Bonafede. Di Matteo, nel corso della trasmissione televisiva durante la quale ha chiarito il fatto, ha altresì specificato che il Ministro gli aveva proposto una scelta tra il DAP e la Direzione Generale degli Affari Penali, salvo poi, dopo quarantotto ore, mutare orientamento ed offrirgli solo la seconda, avendo incaricato per la direzione del DAP un'altra persona (quel Francesco Basentini dimessosi dall'incarico proprio pochi giorni fa, essendo finito nel mirino sia per le rivolte negli istituti penitenziari che per le scarcerazioni facili, entrambe conseguenti all'emergenza corona virus). Ciò che ha scatenato il pandemonio è stato il riferimento esplicitato da Di Matteo alle reazioni scomposte provenienti da importanti capi mafia circa una sua eventuale nomina al vertice dell'Amministrazione Penitenziaria, circostanza che ha scatenato i detrattori dell'attuale esecutivo - che, va ribadito, fino a qualche giorno fa erano i medesimi detrattori del pm siciliano - lasciando intendere un'accusa pesantissima nei confronti di Bonafede, ossia quella di essersi piegato alla volontà mafiosa.

Di Matteo non ha né confermato né smentito tale ultima associazione di idee, limitandosi ad affermare di essere rimasto colpito dal cambio di vedute del Ministro, mentre Bonafede ha respinto al mittente le accuse infamanti piovutegli addosso, peraltro fornendo una ricostruzione degli avvenimenti in tutto coincidente con quella del pm e semplicemente specificando di aver ritenuto Di Matteo più idoneo per la Direzione Generale degli Affari Penali (posto che, per inciso, fu ricoperto da Giovanni Falcone).

Hanno proprio ragione tutti quegli esponenti politici che, sempre tra coloro che appartengono a quella famosa destra di cui sopra, affermano che, laddove quanto asserito da Di Matteo si fosse riferito ad un Ministro del proprio schieramento, le opposizioni avrebbero urlato allo scandalo e richiesto dimissioni immediate del Guardasigilli.  Ed è chiaro che questo sarebbe avvenuto perché, soprattutto nel caso in cui il Ministro della Giustizia avesse fatto parte di un partito quale Forza Italia (giusto per fare un esempio), non si sarebbe potuto pensare diversamente, vista la caratura di alcuni degli esponenti forzisti (ma lo stesso potrebbe valere anche rispetto ad alcuni politici leghisti).

Diversamente, Bonafede fa parte di una forza che, pur criticabile sotto svariati punti di vista, non può essere di certo essere additata quale vicina ad ambienti malavitosi e lo stesso Bonafede, alla pari di tanti suoi colleghi, non ha mai negato di considerare Di Matteo come un eroe.

Ed è per questa ragione che risulta difficile, anche utilizzando la più fervida fantasia, interpretare le parole di Di Matteo come un'accusa nei confronti di Bonafede di essersi inchinato alla mafia, tutt'al più addebitando al Ministro una scelta (quella di Basentini in luogo di Di Matteo) rivelatasi, ma solo col senno di poi, totalmente errata.

Tutti gli ulteriori commenti provenienti dai tanti che, fino a qualche giorno fa, ritenevano Di Matteo un pericoloso giustizialista (se non peggio) dovrebbero essere rimandati al mittente ed utilizzati quali elementi per valutare, ammesso che ce ne sia ancora bisogno, l'infima caratura morale e politica dei soggetti da cui provengono.