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Grano canadese in arrivo nel porto di Bari?

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di NICO CATALANO

Mentre il nostro Paese è ancora alle prese con l’emergenza Covid 19 e la difficile gestione della “fase due” da varie fonti rimbalza la notizia di un prossimo arrivo nel porto di Bari, di diverse navi cariche di grano coltivato in Canada.

 

La notizia ha suscitato così clamore, tanto da scomodare persino sia il Ministro della Sanità, Roberto Speranza, così come quello alle Politiche agricole, Teresa Bellanova, chiamati in causa dal senatore Saverio De Bonis. L’ex esponente grillino, ora approdato al gruppo misto ha chiesto esplicitamente ai titolari dei due Dicasteri di bloccare l’eventuale scarico nel porto pugliese di queste granaglie di produzione estera. Se la vicenda risultasse vera, l’ulteriore immissione di centinaia di tonnellate di grano duro canadese nel nostro territorio, rappresenterebbe l’ennesimo “schiaffo” ai produttori di grano pugliesi e meridionali. Agricoltori sempre più “strozzati” dalla grande distribuzione organizzata, molti dei quali addirittura finiti “sul lastrico” principalmente a causa dei bassissimi prezzi con cui vengono remunerati i raccolti, una conseguenza questa dovuta proprio alla concorrenza praticata nei nostri mercati dalla costante presenza dei grani esteri. Inoltre, l’utilizzo continuo di varietà ibride di grano duro di provenienza estera, rappresenta anche una seria minaccia per la biodiversità delle regioni meridionali, quindi per le tantissime varietà di grano autoctone, di questo passo sempre più destinate all’estinzione. Ma la preoccupazione maggiore riguarda i consumatori, difatti l’impiego dei miscugli ottenuti tramite i grani duri canadesi nei processi di pastificazione, potrebbe comportare notevoli rischi per la salute dell’uomo. I grani coltivati nelle fredde pianure del Canada, al fine di accelerare la fase di maturazione, hanno bisogno di trattamenti con elevate dosi di glifosato. Il glifosato, composto aminofosforico della glicina, derivato dalla chimica di sintesi, con funzione erbicida e non selettivo per le diverse specie vegetali, è classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come possibile sostanza cancerogena. Inoltre, diversi studi dimostrano che l’assunzione da parte dell’uomo di alimenti trattati con tale formulato possa portare a disfunzioni del sistema endocrino, specie nell’età infantile. In Italia per queste motivazioni, dall’estate del 2016 tramite Decreto ministeriale, il suo utilizzo è assolutamente proibito in ambito di manutenzione del verde urbano, nei parchi e nelle aree protette così come nella fase di pre - raccolta delle colture. Oltre alle possibili conseguenze nefaste legate alla presenza residuale di glifosato, il consumo di queste granaglie potrebbe anche essere pericoloso sia per la presenza di micotossine, ma anche per i residui di pericolosi composti chimici, principi attivi necessari per fare viaggiare il grano nelle stive delle navi per diverse settimane, prevenendo così gli attacchi di vari agenti patogeni. Questa vicenda, non può essere assolutamente affrontata e liquidata tramite del futile populismo, ma merita una seria riflessione e l’applicazione di una sorta di decalogo, che necessariamente deve essere precedentemente riconosciuto universalmente. Difatti, quello che non si deve fare è farsi tentare dalle idee sovraniste, chiedendo l’applicazione di dazi o l’innalzamento di muri commerciali, perché tali azioni, provocherebbero solo un’ulteriore danno alla nostra economia, con i conseguenti “contro dazi” che se applicati verso le nostre produzioni di eccellenza esportate in buona parte del globo, porterebbero ad un vero disastro. Quello che si deve fare, è invece chiedere alle istituzioni sia l’applicazione delle norme di tracciabilità e rintracciabilità di filiera e di etichettatura, al fine di aumentare consapevolezza tra i consumatori, garantendo margini di reddito per i produttori locali, ma anche controlli sempre più severi e puntuali alle dogane, seguiti da una capillare diffusione delle risultanze, in quanto la trasparenza delle informazioni rimane il migliore antidoto alle “Fake news”. II dopo emergenza Coronavirus metterà finalmente alle spalle il vecchio modo di produrre, insostenibile per la natura e l’uomo. Le sfide future non possono essere affrontate con un’ottica qualunquista ma solo all’insegna di una forte azione riformatrice.

 

Fonte della foto: Redazione Il fatto alimentare