Il SudEst

Tuesday
Aug 04th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Politica Politica Importanza dei sistemi elettorali

Importanza dei sistemi elettorali

Email Stampa PDF

di VINCENZO DE ROBERTIS

La Corte di Cassazione ha dichiarato proponibili i quesiti referendari avanzati da alcune Regioni a guida leghista, che mirano ad eliminare la quota proporzionale nella legge elettorale nazionale. Questa iniziativa di tutto il centro-destra, che è politica e culturale insieme, è invero molto tempestiva, perché si colloca subito dopo la definitiva approvazione della legge costituzionale sulla riduzione del numero dei Parlamentari, tanto voluta dal capo del M5s, Di Maio, la quale, già per suo conto, costringe il Parlamento ad una revisione della legge elettorale attuale, che, così com'è, non garantirebbe un'adeguata rappresentanza nel nuovo Parlamento ridotto alle Regioni più piccole.
L'attuale legge elettorale prevede una quota di Parlamentari, di poco superiore al 60%, eletti con un sistema proporzionale, che, ancorché “sbarrato”, assicura a forze sociali e politiche varie una certa rappresentatività, che in futuro potrebbe essere più ridotta per effetto della riduzione del numero di Parlamentari. Il restante numero di Parlamentari viene oggi eletto con un sistema maggioritario che prevede collegi uninominali sparsi su tutto il territorio nazionale nei quali si elegge un solo Parlamentare, quello più suffragato.

Eliminando la quota proporzionale nella legge elettorale nazionale, il centro-destra punta a “fare cappotto”, a prendersi, cioè, la stragrande parte dei Parlamentari, forte di un consenso elettorale che i sondaggi danno oggi quasi al 50% e che gli consentirebbe di sbancare tutti o quasi tutti i seggi uninominali in palio, garantendosi, così, oltre alla maggioranza in Parlamento, anche la nomina del prossimo Presidente della Repubblica e, forse, anche la modifica della Costituzione se i numeri fossero ultra-favorevoli.

Dal canto suo una parte del centro-sinistra, se il referendum proposto dalla destra si facesse, non intende contrastare l'instaurazione di un unico sistema elettorale maggioritario uninominale, magari da fare, se possibile, con un doppio turno, perché pensa che così si potrà tornare ad un bipolarismo obbligato, che costringerà tutti (M5s in primis) a decidere necessariamente se stare con Salvini o con Zingaretti, dato che è stato dimostrato che con un sistema maggioritario un terzo polo non ha spazio, quando non ha la forza per scompaginare i giochi.

Il M5s è, invece, silente, come se il problema della legge elettorale non lo riguardasse.
Il calcolo e la convenienza politica del momento hanno spinto in passato e spingono tuttora tutti i partiti e gli schieramenti ad occuparsi di legge elettorale nell'ultima fase di una Legislatura o Consigliatura Regionale. Calcolo e convenienza spiccioli, finalizzati ad impedire il successo dello schieramento avverso, travalicano ogni considerazione politica generale, che dovrebbe, invece, improntare il dibattito sulla legge elettorale, la quale, pensando al lungo periodo, è lo strumento con cui si esercita la “sovranità popolare”, oppure, fuori di metafora, è lo strumento con cui le classi dominanti esercitano il proprio potere in un sistema parlamentare.

Gramsci e la questione del potere politico Gramsci nei suoi Quaderni, appunti scritti durante la detenzione in carcere, parlando della gestione del potere, ha utilizzato il termine egemonia ed, analizzando i modi attraverso cui si esercita il potere, ha chiarito come dominio e direzione, conquista del consenso ed esercizio della forza, democrazia e dittatura sono sì termini antitetici, che, però, concorrono insieme a sostanziare il concetto di egemonia con combinazioni diverse fra loro.
La politica è il luogo principe in cui si confrontano le istanze più o meno coscienti di varie classi e strati sociali; nello stato moderno, fino ad un recente passato, i partiti sono stati il luogo in cui si sono formati e organizzati il consenso e la partecipazione; lo Stato è il luogo in cui si esprime l’egemonia di una classe sulle altre:“

(…) L’esercizio «normale» dell’egemonia nel terreno divenuto classico del regime parlamentare, è caratterizzato da una combinazione della forza e del consenso che si equilibrano, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi appaia appoggiata dal consenso della maggioranza espresso dai così detti organi dell’opinione pubblica (i quali perciò, in certe situazioni, vengono moltiplicati artificiosamente). Tra il consenso e la forza sta la corruzione-frode (che è caratteristica di certe situazioni di difficile esercizio della funzione egemonica presentando l’impiego della forza troppi pericoli), cioè lo snervamento e la paralisi procurati all’antagonista o agli antagonisti con l’accaparrarne i dirigenti, copertamente in via normale, apertamente in caso di pericolo prospettato per gettare lo scompiglio e il disordine nelle file antagoniste….”

Se il regime parlamentare rappresenta la forma “classica” di esercizio dell’egemonia della borghesia capitalistica sulle altre classi, osservati dal punto di vista dell’egemonia, la forma statale di ogni nazione moderna ed ogni singolo aspetto di questa forma, appaiono come l’espressione di un punto di equilibrio fra forza e consenso, raggiunto in relazione al livello di scontro fra le classi in conflitto, ed un periodo storico determinato di una nazione non è altro che il processo di combinazione ed alternanza di questi due aspetti:

“(…) In questo processo si alternano tentativi di insurrezione e repressioni spietate, allargamento e restrizioni del suffragio politico, libertà di associazione e restrizioni o annullamenti di questa libertà, libertà nel campo sindacale ma non in quello politico, forme diverse di suffragio, scrutinio di lista o circoscrizioni uninominali, sistema proporzionale o individuale, con le varie combinazioni che ne risultano – sistema delle due camere o di una sola camera elettiva, con vari modi di elezione per ognuna (camera vitalizia ed ereditaria, Senato a termine, ma con elezione dei Senatori diversa da quella dei deputati ecc.) –, vario equilibrio dei poteri, per cui la magistratura può essere un potere indipendente o solo un ordine, controllato e diretto dalle circolari ministeriali, diverse attribuzioni del capo del governo e dello Stato, diverso equilibrio interno degli organismi territoriali (centralismo o decentramento, maggiori o minori poteri dei prefetti, dei Consigli provinciali, dei Comuni, ecc.), diverso equilibrio tra le forze armate di leva e quelle professionali (polizia, gendarmeria), con la dipendenza di questi corpi professionali dall’uno o dall’altro organo statale (dalla magistratura, dal ministero dell’interno o dallo Stato maggiore); la maggiore o minore parte lasciata alla consuetudine o alla legge scritta, per cui si sviluppano forme consuetudinarie che possono ad un certo punto essere abolite in virtù delle leggi scritte (in alcuni paesi «pareva» si fossero costituiti regimi democratici, ma essi si erano costituiti solo formalmente, senza lotta, senza sanzione costituzionale e fu facile disgregarli senza lotta, o quasi, perché privi di sussidi giuridico-morali e militari, ripristinando la legge scritta o dando della legge scritta interpretazioni reazionarie); il distacco più o meno grande tra le leggi fondamentali e i regolamenti d’esecuzione che annullano le prime o ne danno un’interpretazione restrittiva; l’impiego più o meno esteso dei decreti-legge che tendono a sostituire la legislazione ordinaria e la modificano in certe occasioni, «forzando la pazienza» del parlamento fino a giungere a un vero e proprio «ricatto della guerra civile».”


Queste parole, scritte da Gramsci recluso nel Carcere di Turi una quindicina di anni prima della caduta del fascismo, descrivono accuratamente come la gestione del potere non possa prescindere dalla lotta delle classi sociali, che influenza e determina anche la sovrastruttura istituzionale di uno Stato, garantendo o negando gli spazi politici entro cui le classi sociali possono agire.

L'Italia dalla Prima alla Seconda Repubblica

Lo Stato repubblicano, uscito dalla Resistenza, ha nella Costituzione la fotografia di un punto di equilibrio raggiunto nell'immediato dopoguerra fra forze sociali antagoniste con le rispettive forze politiche contrapposte che all'epoca hanno, però, raggiunto un compromesso, espresso nella Carta fondamentale del nuovo Stato. Un compromesso che disegnava un assetto istituzionale equilibrato, che nella classica tripartizione dei poteri metteva al centro il Parlamento, e, riaffermava diritti fondamentali da far valere più come programma e regola per il futuro, che come codificazione di una realtà già esistente ed operativa.

La Legge elettorale - proporzionale senza soglie di sbarramento –, che a partire dal 1948 ha retto la vita politica del Parlamento per più di quarant'anni, armonizzata con la Costituzione, era anch'essa l'espressione di quel compromesso ed al netto di qualche tentativo di revisione - Legge Truffa del 1953 – ha consentito una gestione ininterrotta del potere politico - da parte della Democrazia Cristiana - favorendo la partecipazione al Governo di piccoli partiti, come il Partito Liberale, il Partito Repubblicano o il Partito Socialdemocratico, associato al Governo per contrastare fra i lavoratori l'influenza del Partito Socialista, alleato nei primi tempi del Partito Comunista e successivamente staccatosi per confluire anch'esso nel Governo di centro-sinistra.

Era senza dubbio uno “stato di necessità”, più che una libera scelta democratica, quello che spingeva la DC ad agire in quel modo, in una situazione politica internazionale caratterizzata dallo scontro fra due blocchi di Stati contrapposti e stante la presenza in Italia del più grosso Partito Comunista dell'Occidente capitalistico, che con un sistema elettorale maggioritario poteva arrivare al Governo, attraendo intorno a sé tutte le altre forze politiche minori di sinistra e centro-sinistra.
Tuttavia, è innegabile che quel sistema elettorale, al netto delle azioni repressive esercitate contro le lotte operaie e bracciantili (Tambroni, Scelba, ecc.) si è dimostrato idoneo a mantenere quella “governabilità”, oggi tanto ricercata, consentendo al Parlamento l'approvazione di Riforme strutturali che hanno fatto uscire l'Italia dall'arretratezza in cui l'aveva cacciata il ventennio fascista: Riforme del diritto del lavoro, del diritto di famiglia, dell'assistenza e istruzione (sanità e scuola). Con quel sistema elettorale il Parlamento e lo Stato più in generale hanno affrontato situazioni critiche, come il terrorismo stragista nero e delle Brigate Rosse, senza subire trasformazioni significative.
Quando agli inizi degli anni '90, caduto il muro di Berlino, si cominciò a modificare la legge elettorale, introducendo con il “Mattarellum” elementi di maggioritario e soglie di sbarramento, la sorte dei piccoli partiti fu segnata. Loro che nel quarantennio postbellico avevano consentito la governabilità, garantendo rappresentanza politica, diventarono di colpo la principale causa di instabilità politica. Loro la responsabilità della caduta dei Governi e della crescita del debito pubblico. Con disprezzo vennero additati all'opinione pubblica come l'espressione più becera dei mali della Prima Repubblica. Mastella l'emblema.

L'azione di repressione della corruzione presente nei partiti politici, avviata alla fine degli anni '80 ed i primi anni '90 dalla Magistratura (mani pulite), fu l'occasione per demolire i vecchi partiti. La Seconda Repubblica mosse i primi passi sostituendo un sistema di consenso basato sui cd. “corpi intermedi”, grandi partiti di massa e sindacati, dove la presenza di una partecipazione popolare attiva permetteva un certo controllo dal basso sui rappresentanti eletti nelle istituzioni, con un altro sistema di consenso più “fluido”, che utilizza la televisione per far passare il messaggio politico ed ottenere consenso.
Eppoi la tv ha anche un altro pregio: genera passività politica, perché davanti allo schermo si può solo inveire, senza speranza di essere ascoltati, finché non si decide di cambiare canale disgustati ed alla fine, magari, si arriva al punto di astenersi dal votare! Poco male ! Perché quello che conta, ormai, non è la partecipazione, ma la governabilità. E questa, con un sistema elettorale maggioritario, si ottiene pure se a votare si reca il 37,71% degli aventi diritto, come è avvenuto nelle elezioni regionali dell'Emilia e Romagna del 2014.

La gestione del potere con un sistema elettorale proporzionale contiene in sé l'idea di governare appoggiandosi su di una coalizione che rappresenta la maggioranza degli elettori, mentre la formazione di un Governo attraverso un Parlamento eletto con un sistema maggioritario parte già con l'idea che una minoranza dovrà rappresentare “l'interesse generale del Paese” [rectius l'interesse delle classi sociali dominanti].

I sistemi elettorali nel mondo del lavoro

Per inciso va notato che il contrasto fra forme di rappresentanza ottenute con sistemi elettorali proporzionali e forme ottenute con sistemi maggioritari ha attraversato anche la storia del movimento operaio e del Sindacato.

Il contrasto fra Commissioni Interne e Consigli di fabbrica, due forme elettive di rappresentanza, ne è l'esempio.

Ma paradossalmente ciò che in una società divisa in classi è democratico, all'interno di una sola classe è regressivo.

La C.I., infatti, veniva eletta dagli operai che indirizzavano il loro voto ad una delle liste presentate dai vari sindacati, fra cui anche quelli gialli e padronali, mentre il delegato, componente del Cdf, veniva eletto con un sistema maggioritario in rappresentanza del proprio reparto. L'eletto nella C.I. doveva dare conto al Sindacato che rappresentava, il delegato del CdF al suo reparto. La C.I., quindi, rappresentando diverse correnti sindacali, finiva spesso per essere divisiva nella fabbrica per i contrasti che potevano sorgere fra i suoi componenti, mentre i delegati del CdF, rappresentando non la sigla sindacale, ma ogni singolo reparto, tendenzialmente potevano rappresentare unitariamente l'intera classe.

Le leggi elettorali comunali


Storicamente, dopo il Mattarellum, la trasformazione progressiva di tutti i sistemi elettorali regionali, provinciali e comunali, da proporzionali in maggioritari, ha conosciuto il suo inizio nei Comuni, dove un tempo l'elezione del Sindaco avveniva nel Consiglio Comunale, sulla base di accordi fra Partiti. Successivamente questa regola è stata sostituita con l'elezione diretta del Sindaco da parte dell'elettorato, diventando il Sindaco capo di una coalizione di liste presentate a suo sostegno e “dominus” di una Giunta da lui stesso selezionata. La figura del Sindaco-Capo, scelto dal popolo, ha sostituito quella del Sindaco scelto da una coalizione di partiti. Con questo nuovo sistema il Sindaco decade solo se la maggioranza dei Consiglieri Comunali si dimettono e si va a nuove elezioni.
Questa nuova regola ha innescato un meccanismo perverso in base al quale, pur di raggiungere la vittoria, ogni coalizione incoraggia la formazione e presentazioni di liste, prive di qualsiasi collante politico, ma finalizzate a raggiungere il risultato di far eleggere il proprio candidato Sindaco che risulterà così vincolato e “riconoscente” verso chi lo ha fatto eleggere. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: clientelismo, perdita del concetto di politica come visione generale a vantaggio del “particulare”, svalutazione dei partiti nazionali a supervalutazione delle liste civiche locali.
Pensare che le forze di destra, da lungo tempo sostenitrici del Presidenzialismo, caldeggino l'applicazione di questo sistema anche per l'elezione diretta del Primo Ministro o del Presidente della Repubblica non lascia dubbi sulla concezione tutt'altro che democratica che lo sottende. Ma quello che stupisce è che anche fra chi si colloca a sinistra ci sia chi vagheggi il “Sindaco d'Italia”, quale soluzione ai problemi di un nuovo sistema elettorale.


Le leggi elettorali regionali


Ma dalla valutazione dell'impatto che i sistemi elettorali possono avere sull'opinione pubblica e più in generale sui cittadini e sulle istituzioni non possono essere sottratti i sistemi elettorali regionali, data anche l'importanza che questi Enti già oggi hanno e potrebbero accrescere nell'immediato futuro, se verranno attuate le cd. “autonomie regionali differenziate”.

I sistemi elettorali regionali, regolamentati in maniera proporzionale già dal 1968 con la legge n.68, hanno finito progressivamente per essere trasformati, diventando tutti maggioritari nel nuovo millennio, grazie alla modifica costituzionale che consentiva ad ogni Regione di elaborare un proprio Statuto ed una propria legge elettorale.

La prima seria modifica al sistema elettorale delle Regioni si ebbe ancora con una legge nazionale, la legge n.43 del 1995, detta “legge Tatarella”

“Cambiate le leggi elettorali per i Comuni, le Province ed i Parlamento, nel 1993, le Regioni rimanevano l'unico organismo di governo ancora ancorato ad un meccanismo proporzionalistico ed assembleare. Differentemente dal caso degli enti locali, però, a fare da ostacolo a possibili riforme vi era il dettato della Costituzione del 1948, che imponeva la nomina del Presidente della Regione da parte del Consiglio Regionale. In più, le elezioni politiche anticipate del 1994 resero del tutto improbabile l'ipotesi di una riforma costituzionale in tempo per il previsto appuntamento elettorale regionale della primavera del 1995.


Fu così che nel parlamento della XII legislatura maturò un'intesa bipartisan fondata sul comune accordo per non lasciare le Regioni in un contesto elettorale oramai avulso rispetto a quello degli altri livelli governativi. La nuova normativa risentì tuttavia dell'obbligata fretta con cui fu concepita, essendo stata emanata solo esattamente due mesi prima dell'appuntamento elettorale, e giocoforza non potendo prevedere esplicitamente l'elezione diretta del Presidente regionale, fu strutturata in maniera diversa e disorganica rispetto alla legge elettorale comunale e provinciale approvata due anni prima. La legge così non si presenta come una normativa elaborata ex novo, ma formalmente risulta una modifica della previgente ed originaria legge elettorale proporzionale, la n°108 del 17 febbraio 1968.”
“Il “Tatarellum”, su di un impianto totalmente proporzionale, com’era quello della legge n.108/68, introduce un “timido” elemento maggioritario, limitato solo ad un quinto dei Consiglieri da eleggere (per la Puglia 12 su 60) all’interno di una lista regionale (cd “listino”), da presentare insieme con le liste circoscrizionali a cui deve collegarsi”

La vera e totale riforma delle leggi elettorali regionali si ebbe, come già detto, dopo l'approvazione della legge costituzionale n.1/1999 che delegava alle Regioni il compito di autoregolamentare l'elezione dei propri Consigli e la propria vita interna con l'approvazione di Statuti.
“Dopo l’approvazione della legge costituzionale n.1/99 tutte le Regioni provvedono a dotarsi di leggi elettorali e Statuti in sintonia con il clima nazionale che butta nella direzione del presidenzialismo e di un bipolarismo forzato, ottenuto per il tramite di un meccanismo maggioritario e delle soglie di sbarramento.
Ciò non di meno, qualche anno più tardi un’altra legge nazionale, la n.165 del 2004, fissa, fra l’altro, i principi a cui i Consigli Regionali devono [rectius dovrebbero] attenersi nell’elaborazione della normativa elettorale, raccomandando “l’individuazione di un sistema elettorale che agevoli la formazione di stabili maggioranze nel Consiglio regionale e assicuri la rappresentanza delle minoranze””

La legge elettorale della Regione Puglia


Anche nella Regione Puglia i partiti che si scontrano nell'agone politico non si sottraggono al fascino esercitato dal nuovo sistema elettorale maggioritario e dal presidenzialismo. La prima legge approvata nel 2005 dal Consiglio Regionale pugliese peggiora il Tatarellum ed aumenta il numero dei Consiglieri da eleggere da 60 a 70.

Ma la legge tuttora vigente è il frutto di un'ulteriore modifica attuata nel 2015.

“ Innanzi tutto è necessario dire che con Deliberazione del 4 dicembre 2012, n. 125 il Consiglio Regionale [pugliese], sulla spinta emotiva provocata nell’opinione pubblica dagli scandali nella gestione dei fondi pubblici assegnati ai Consiglieri della Regione Lazio, ha deciso, invece di eliminare del tutto i privilegi di cui godono attualmente i Consiglieri, di limitarsi a ridurne il numero, da settanta a cinquanta [precursori dei 5 stelle!]. Riducendo, così, del 30% in numero degli eleggibili, si è dato un ulteriore colpo alla possibilità di dare rappresentatività nel Consiglio a forze politiche minori, agenti fuori dagli schieramenti precostituiti, perché, rispetto a prima, esse avranno ora bisogno di un numero maggiore di voti per mandare in Consiglio un proprio rappresentante.”
….....
“La legge approvata [la n.7 del 10 marzo 2015] si colloca nell’alveo della normativa vigente, che integra e modifica, proponendosi, secondo quanto esplicitamente dichiarato nella relazione di accompagnamento alla proposta dei quattro “saggi” prefettizi, di “assicurare la “governabilità” alla coalizione di maggioranza” e di “scongiurare lo “spostamento di seggi”, assegnati con criterio demografico-territoriale, da una circoscrizione all’altra”.

Per ottenere questi risultati viene confermata la “tagliola”, già presente nella legge regionale n.2/2005, che impedisce ad un raggruppamento politico di partecipare alla competizione elettorale regionale se non si presenta con lo stesso contrassegno in almeno tre Circoscrizioni .
Viene peggiorato il sistema maggioritario, prevedendo tre livelli di attribuzione del premio di “governabilità”, esteso ora al 54 % dei Consiglieri, 27 su 50, in base ai consensi ottenuti in tutta la regione dalla lista o coalizione più suffragata.

Il meccanismo prevede che l’Ufficio Elettorale Circoscrizionale debba limitarsi solo al conteggio dei voti e che l’Ufficio centrale regionale, ricevuti i dati dalle varie circoscrizioni,


1. escluda preliminarmente dal riparto dei seggi le liste o coalizioni che non hanno superato le soglie di sbarramento;


2. assegni in modo proporzionale i 23 seggi (su 50), secondo i voti ottenuti dalle diverse liste nelle varie circoscrizioni;


3. assegni gli altri 27 seggi, costituenti il premio di “governabilità”, secondo i consensi ottenuti dalla coalizione “vincente”, talché:


F se essa avrà ottenuto in tutta la regione un numero di voti pari o superiore al 40% dei voti validi, si vedrà assegnare un numero di consiglieri che, aggiunti a quelli già eletti nelle circoscrizioni, le consentiranno di governare contando complessivamente su di un numero di 29 consiglieri su 50;
F se essa avrà ottenuto in tutta la regione un numero di voti compreso fra il 40% ed il 33% dei validi, si vedrà assegnare un numero di consiglieri che, aggiunti a quelli eletti nelle circoscrizioni, le consentiranno di governare contando complessivamente su di un numero di 28 consiglieri su 50;
F e se essa avrà ottenuto in tutta la regione un numero di voti inferiore al 33% dei validi, si vedrà assegnare un numero di consiglieri che, aggiunti a quelli eletti nelle circoscrizioni, le consentiranno di governare contando complessivamente su di un numero di 27 consiglieri su 50.
E proprio quest’ultima ipotesi, che è la più probabile, presenta profili di incostituzionalità, a nostro avviso, laddove non vincola l’assegnazione del premio di “governabilità” ad una soglia minima.[Infatti, in presenza di più di due schieramenti, quello vincente potrebbe raggiungere il premio con consensi di molto inferiori al 33%] Ma profili di incostituzionalità, per il numero di Consiglieri da assegnare (maggiore di 26), si possono individuare anche nelle altre due ipotesi.
Infine, in aggiunta al peggioramento della soglia di sbarramento “naturale”, derivante dalla riduzione del numero di Consiglieri da 70 a 50, la legge fissa altre due distinte soglie di sbarramento “legali”, il cui superamento diventerà indispensabile per partecipare alla ripartizione dei seggi. Si tratta della soglia relativa alle liste singole e/o alle coalizioni, fissata all’8 %, e di quella relativa alle liste all’interno delle coalizioni, fissata al 4 %.

L’illogicità della presenza di una soglia di sbarramento, per giunta molto alta (8%), all’interno di un sistema fortemente maggioritario, che garantisce, comunque, alla coalizione che ottiene più consensi di conseguire, nell’ipotesi per lei peggiore, la maggioranza dei Consiglieri (27 su 50), è evidente a tutti.
Ma ugualmente illogica è la norma che fissa due distinte soglie di sbarramento, una valida per le forze politiche unite in coalizione (4%), e l’altra per le forze e/o coalizioni che partecipano alla competizione elettorale fuori dagli schieramenti più consistenti (8%), talché i voti raccolti da queste ultime, laddove si fermassero al 7,9%, peserebbero zero rispetto a quelli di chi, unito, invece, in una coalizione vincente, ottiene appena il 4% dei consensi !!!

Il candidato Presidente più suffragato otterrà, infine, uno scranno nel Consiglio in aggiunta a quelli assegnati alla coalizione che lo ha sostenuto, mentre il più suffragato fra i perdenti lo sottrarrà a quella a lui collegata. In tal modo si riduce di fatto a 49 e non a 50 il numero complessivo dei Consiglieri da ripartire fra le liste concorrenti.


La possibilità del “voto disgiunto”, di un voto, cioè, espresso dall’elettore per un candidato Presidente ma non per la coalizione che lo appoggia, rischia di rendere tutto il sistema traballante, a dispetto degli obbiettivi di stabilità e governabilità che si vorrebbero raggiungere.
Infatti, essendo i seggi del “pacchetto maggioritario” (27) assegnati sulla base dei consensi ottenuti dalla coalizione e non dal candidato presidente, non è peregrina l’ipotesi che un candidato presidente vincente, perché dotato di forte carisma, possa ottenere consensi in numero maggiore di quelli di tutta la sua coalizione, con l’effetto di avere un Consiglio a maggioranza ostile alla politica del Presidente eletto.
Per ultimo, non certo per importanza, il Consiglio uscente [ nel 2015] si è rifiutato per la seconda volta di recepire nel testo della nuova legge elettorale le istanze provenienti dalla cd. società civile, che rivendicavano una “parità di genere” (oggi inesistente, vedendo l’Assemblea regionale una presenza femminile irrilevante - 3 su 70), con norme che prevedessero nelle liste una presenza di genere al 50 % e la possibilità, per gli elettori che lo volessero, di esprimere una doppia preferenza, ovviamente differenziata per genere.


Nonostante che in tal senso fossero state raccolte di firme e vi fossero state prese di posizione autorevoli, nel segreto dell’urna, per la seconda volta, hanno prevalso [nel 2015] fra i Consiglieri regionali le preoccupazioni di non vedersi riconfermati sullo scranno della prossima Consigliatura, che già vedrà, come detto sopra, una riduzione del numero di eletti da 70 a 50.
In conclusione, se si osserva l’evoluzione, o meglio, l’involuzione, che la legge elettorale regionale ha conosciuto negli ultimi anni, partendo da un sistema totalmente proporzionale per arrivare ad un sistema presidenzialistico, maggioritario, con alte soglie di sbarramento, si ha la dimensione della progressiva riduzione degli spazi democratici che sta subendo la partecipazione popolare alla vita politica, non solo nazionale, ma anche periferica.

Ai valori costituzionali della “rappresentanza politica” e della “partecipazione” si è andato sostituendo nel tempo il concetto di “governabilità”, estraneo alla nostra Costituzione, che ha finito per limitare progressivamente gli altri due. Non deve perciò meravigliare che non sentendosi più adeguatamente rappresentato, un numero crescente di cittadini non si rechi più alle urne.
Chi oggi sbraita contro la “frammentazione politica”, “i piccoli partiti che condizionano le grandi scelte politiche” e via dicendo, non dimentichi mai che il massimo livello di governabilità il nostro Paese l’ha conosciuto durante il fascismo, con le conseguenze tragiche che ha comportato.
A questa riduzione di democrazia fa il paio un aumento dei privilegi che si attribuisce e si perpetua quella che da più parti viene etichettata come “casta”, spesso non esente da fenomeni di corruzione, che, in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, sempre più contribuisce a far allontanare la gente dalla politica.

Anzi, a voler essere malpensanti, sembra quasi che la riduzione degli spazi democratici sia funzionale a restringere ad una piccola cerchia di privilegiati la possibilità di sfruttare quei vantaggi di cui gode il ceto politico attuale. “

La legge elettorale della Regione Puglia, la n.7 del 2015, è tuttora vigente e non è stata ancora modificata, neanche nelle parti che negano con il voto la parità di genere, nonostante tutte le forze politiche che l'avevano approvata ne avessero disconosciuto la paternità ed avessero promesso la sua modifica all'atto di insediamento della nuova Consigliatura, Presidente Emiliano. Promessa finora disattesa, che, forse, potrà essere portata a termine poco prima della conclusione della Consigliatura, cioè fra qualche mese, sulla base delle convenienze politiche del momento.
Per motivare le assurdità che questa norma contiene fu pubblicato a marzo 2015 un opuscolo - dal quale sono stati tratti ampi stralci in questo scritto – pubblicato a cura del Comitato barese per la difesa e l'attuazione della Costituzione, che si è reso anche promotore di un ricorso giudiziario, nel quale l'Avvocato F.C. Besostri ha sollevato davanti al Tribunale questioni di illegittimità costituzionale della legge.

La Magistratura pugliese, purtroppo, non ha avuto il coraggio di sposare le tesi esposte e, quindi, se non vi saranno cambiamenti, alle prossime elezioni regionali si voterà così come sopra descritto.
La battaglia politica per la reintroduzione a tutti i livelli di sistemi elettorali proporzionali, senza soglie di sbarramento, è battaglia per la democrazia e per la difesa della Costituzione, oggi sempre più minacciata da una destra pericolosa.

Questa battaglia si salda con quella contro la riduzione dei Parlamentari e contro le norme che vorrebbero attuare una autonomia regionale differenziata che, fra le altre cose, depotenzierebbe il Parlamento della Repubblica a discapito dell'unità nazionale.

Oggi, più che mai, occorre che le forze politiche realmente democratiche e progressiste, che si

richiamano al mondo del lavoro, si uniscano per arginare la “marea nera” che si sta profilando all'orizzonte.