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Conte: buona la prima?

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di LAVINIA ORLANDO

Più che rispetto al merito dei risultati ottenuti – che dovrebbe, al contrario, rappresentare il principale elemento di valutazione – ciò che ha maggiormente convinto del Premier Conte rispetto alla lunga querelle europea relativa alle somme erogabili per far fronte alla crisi post coronavirus è stato il metodo e, soprattutto, la capacità del nostro Primo Ministro di portare avanti le trattative da una posizione inedita per il nostro Paese: quella del leader.

 

Abituati come siamo a vergognarci di chi ci rappresenta, di quelle risatine ed occhiolini che sembrano trapelare ogni qualvolta qualcuno, dall'estero, parli di noi e per noi, degli anni caratterizzati dalle  imbarazzanti sortite di un inguardabile ed inascoltabile Berlusconi – antesignano di quel Trump che per noi italiani non è altro che la brutta copia del Cavaliere – quanto sta accadendo in questi mesi non sembra vero.

Non provare più quell'impellente esigenza di scavare una fossa per nascondersi ogniqualvolta un nostro rappresentante apra bocca in un consesso estero è, al momento, il più grosso merito di Giuseppe Conte – secondo solo alla sicuramente più rilevante ed estremamente difficile decisione di bloccare quasi totalmente il Paese subito dopo la scoperta dei primi grossi focolai di coronavirus tra fine febbraio ed inizio marzo.

Al netto di tali considerazioni, comunque inedite ed importanti per chi, come l'Italia, essendo abituata a giocare da gregaria a causa di allenatori di basso livello, si ritrovi in prima linea a difendere i propri interessi con autorevolezza e senza la solita ironia, occorre, tuttavia, valutare nel merito l'esito della trattativa europea.

Due considerazioni preliminari non vanno taciute: da una parte, l'architettura fondamentale dell'Unione, con i suoi pesanti vincoli di bilancio, la necessità di tagliare la spesa pubblica e la c.d. austerity, permane, nonostante l'autorizzazione dello scorso marzo della Commissione Europea a deviare, ma solo temporaneamente a causa della pandemia, dagli obiettivi di contenimento del deficit, imposti a tutti gli Stati membri sin dal Trattato di Maastricht del 1992. Anche solo per questa ragione alcuni toni trionfalistici venuti in luce in questi giorni paiono del tutto fuori luogo. Dall'altra parte, c'è comunque un segnale importante che va nel senso opposto: l'Europa dimostra di esserci in misura maggiore rispetto a quanto accaduto negli scorsi anni, decidendo di indebitarsi – ossia contraendo prestiti sui mercati dei capitali - per finanziare gli Stati ed è questa una novità fondamentale che non va taciuta e che è, forse, la più importante tra le decisioni assunte in sede di trattativa.

Quest'ultima ha condotto ad un risultato finale, definito Next Generation UE, che non è altro che l'insieme delle misure eccezionali a vantaggio degli Stati membri finalizzate alla ripresa post Covid-19, che ha comportato, per l'Italia, l'ottenimento di quasi 82 miliardi di euro a fondo perduto e di poco più di 127 miliardi di euro a titolo di prestito agevolato (da restituire nell'arco di decenni, fino al 2058). Oltre a ciò, si è scongiurata l'idea dei Paesi c.d. frugali che pretendevano un diritto di veto, che avrebbe, di fatto, dato il potere a ciascuno Stato di bloccare qualsivoglia misura ed impedito il funzionamento collegiale dell'Unione.

I detrattori parlano di un'Italia venuta fuori dalle trattative, rispetto ai fondi precedentemente promessi, con meno sovvenzioni a fondo perduto e più prestiti e di soldi che arriveranno non prima del prossimo anno.

I detrattori, ancora, riferiscono di sovvenzioni che non possono essere definite totalmente a fondo perduto, dal momento che, oltre ai titoli immessi sul mercato, si fa comunque riferimento ad un intervento finanziario aggiuntivo dei singoli Stati atto a ripianare parzialmente il debito.

I detrattori, inoltre, parlano di condizionalità pesanti alle quali l'UE subordina l'utilizzo dei soldi di cui si discorre, poiché i Paesi che accederanno al fondo dovranno presentare un programma di riforme, la cui portata è ancora tutta la definire, sulla base del quale le istituzioni europee decideranno se e quanto erogare ai singoli Stati.

I detrattori, infine, lamentano il conseguente definanziamento di molti importanti strumenti europei.

Fermo restando che la situazione è ancora colma di dubbi, una prima valutazione non può che porre l'azione di Conte, considerando il merito dei risultati ottenuti, nel mezzo. In primis, posto che l'Italia dovrà erogare circa 55 miliardi di euro a parziale copertura delle somme ottenute, i sovvenzionamenti a fondo perduto saranno più bassi degli 82 miliardi di euro certificati su carta, potendosi parlare di un netto di 27 miliardi di euro, che sono comunque una somma maggiore rispetto a quanto finora ottenuto dal nostro Paese in relazione alla partecipazione all'Unione Europea. E che questo rappresenti una vittoria di Conte è innegabile, insieme alla messa da parte di nazionalismi e sovranismi vari, poiché, come si è visto, le istanze legate al diritto di veto che Olanda e sodali avrebbero voluto esercitare sono state messe da parte.

Occorrerà, tuttavia, comprendere con quale severità da parte delle istituzioni europee verrà valutato il programma rispetto a cui i fondi verranno erogati, se tale programma si tradurrà in misure di austerity che potrebbero rivelarsi difficilmente sopportabili per il nostro Paese e, soprattutto, cosa succederà nel momento in cui i vincoli di bilancio, ora allentati, ritorneranno in vigore.

Occorrerà, infine, comprendere – ed è questo il punto più importante – come il nostro Paese valuterà di utilizzare i fondi, con riferimento, in particolare, alle problematiche sociali. Sarà rispetto a tale decisione che potremo giudicare compiutamente l'operato dell'attuale maggioranza e di Conte.

È dunque per tutte le ragioni sinteticamente sopraesposte che paiono del tutto fuori luogo, da un lato i toni trionfalistici di chi tratta Conte alla stregua di un salvatore della patria, dall'altro le affermazioni eccessivamente disfattiste pronunciate da una parte dell'opposizione.