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Il futuro secondo Confindustria

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di LAVINIA ORLANDO

Correva la fine di settembre quando, durante l'assemblea generale di Confindustria, il Presidente della più rappresentativa tra le associazioni di industriali italiani, Carlo Bonomi, teneva il tradizionale discorso davanti ad una platea, istituzionale e non, notevolmente ridotta, ma soprattutto presentava un corposo volume dal titolo “Il coraggio del futuro. Italia 2030 – 2050”, comprensivo delle misure auspicate dal raggruppamento per favorire lo sviluppo italiano.


E, se è vero che le crisi potrebbero serbare, come esito finale, numerose opportunità, occorre necessariamente prestare attenzione alle possibili soluzioni che uno tra i settori più influenti dell'economia nazionale propone, a fronte dello stravolgimento che il nostro Paese ed il mondo intero, da febbraio a questa parte, continua a subire.

Prima ancora dello scritto, un antipasto dell'idea di futuro è stato servito da Bonomi giustappunto durante la sua relazione dinanzi al gotha del potere italiano: al di là della pur sempre condivisibile critica a procedure amministrative sovente inestricabili ed incomprensibili, perfino agli occhi dei funzionari pubblici che le devono applicare e che devono effettuare i controlli, ed alle troppe misure pubbliche che, lungi dal generare snellimento e velocizzazioni, producono confusione e stasi, le parole di Bonomi hanno riguardato anche altri ambiti. “Il gap digitale italiano non dipende dal fatto che la rete debba tornare ad essere pubblica, ma da quale buona architettura regolatoria pubblica garantisca la concorrenza ed il giusto rendimento per attirare gli investimenti necessari”, è uno dei passaggi di rilievo, pronunciato poco prima di definire il divieto di procedere con licenziamenti a causa della pandemia, imposto come misura nazionale, quale errore che si sta protraendo e che avrebbe avuto come effetto solo quello di “impedire alle imprese di ristrutturare e di assumere per ripartire”.

Alla luce di tali premesse, le restanti portate della proposta di Confindustria non dovrebbero lasciare così tanto interdetti. Scorrendo velocemente le pagine del volume, infatti, i concetti che balzano maggiormente agli occhi sono i seguenti: passi per la fisiologica domanda di incentivi e sgravi a beneficio degli imprenditori, spiccano idee legate all'introduzione di modalità di licenziamento ancora più rapide ed indolori (per i soli imprenditori, ovviamente), estensione dei contratti c.d. flessibili, incremento del lavoro agile (quasi a farlo divenire la normalità), scuola come strumento al servizio del lavoro ed elogio della sanità privata, accompagnata dalla previdenza sanitaria.

Nonostante tali idee possano rappresentare, nel mondo ideale degli imprenditori italiani, il domani auspicabile, è chiaro ed evidente che lo stesso non possa dirsi con riguardo alla prospettiva di chi industriale non è: si pensi a quanto il precariato stia devastando le speranze di vita di tanti cittadini, del tutto impossibilitati anche solo ad immaginare un futuro a breve scadenza (figurarsi un periodo più lungo) ed a quanto il precariato aumenterebbe se fosse ancora più semplice licenziare o utilizzare forme contrattuali flessibili – queste ultime, in particolare, in grado di lasciare i lavoratori letteralmente appesi alla speranza, sovente vana, di vedersi riconfermati e costretti, per ciò stesso, a lavorare in misura di gran lunga maggiore rispetto all'orario retribuito. Si guardi, ancora, allo smartworking, sdoganato dal Covid-19 ed a rischio di trasformarsi in uno strumento a metà strada tra sfruttamento, lavoro a cottimo e forma di alienazione, almeno finché non lo si regolamenterà come si conviene. Si valuti, altresì, una scuola che non dovrebbe formare futuri lavoratori, bensì, in primis, pensatori, in grado di adattarsi alle diverse situazioni, anche lavorative, che si dovessero presentare ed una sanità pubblica falcidiata da anni di tagli, i cui effetti sono stati ben analizzabili durante la prima ondata della pandemia -  nell'auspicio che qualcosa si sia recuperato negli ultimi mesi e che il Covid possa aver rappresentato, almeno con riferimento a tale aspetto, una piccola inversione di tendenza.

È, dunque, questo il “coraggio del futuro” tanto decantato da Confindustria? Sarebbero queste le soluzioni innovative proposte dagli industriali italiani? Non sarebbe, al contrario, più corretto parlare di un notevole passo indietro con riferimento ad ipotesi che sono già state ampiamente adottate da diversi anni nel nostro Paese e che non paiono, in ultima analisi, così risolutive?

Che la supremazia dell'industria e del “lavoro a tutti i costi” siano alla base di molte tra le problematiche caratterizzanti la nostra società è circostanza evidente e rappresenta una situazione chiaramente ravvisabile anche se si pensa all'emergenza da Covid-19. Si valuti, ad esempio, la scelta di non chiudere anticipatamente quella parte di Lombardia in cui, già a febbraio, il virus circolava abbondantemente e che pare sia stata dettata giustappunto dall'esigenza di non bloccare la produzione, seguendo gli interessi manifestati dalla locale associazione imprenditoriale, così dimostrando, ancora una volta, quanto il coraggio del futuro rappresenti, in realtà, un obiettivo i cui oneri sembrano essere quasi totalmente a carico di chi imprenditore ed industriale non è.