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Calabria, una terra martoriata

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di LAVINIA ORLANDO

Talvolta sembra che la sfortuna si accanisca solo ed esclusivamente contro le stesse vittime, donne e uomini colpevoli di una sola circostanza: non essere nati altrove.

 

 

Tale considerazione ha spinto e continua a spingere in tanti a scappare altrove, non senza lacrime e paure, ma con la convinzione di raggiungere in altre Regioni o Stati quella parità dei punti di partenza che, in particolare in alcune zone d’Italia, sembra ancora un miraggio.

A volte, infatti, non sono sufficienti l’amore per la propria terra e quell’attaccamento viscerale che lega tanti abitanti della parte meridionale della penisola ai propri paesi natii. È, infatti, inutile nascondere che le problematiche maggiori sorgano sempre e comunque nelle Regioni più a sud d’Italia, laddove, oltre alle ataviche e ben note problematiche, se ne aggiungono di nuove, generate da scelte politiche apparentemente inspiegabili, se non facendo riferimento a quei ben noti condizionamenti che spingono la politica ad effettuare scelte per nulla basate sull’unico parametro che dovrebbe interessare: la competenza.

L’ultima vicenda riguarda una sempre martoriata Calabria, sulle cui problematiche in ambito sanitario ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia: in disavanzo di centinaia di milioni di euro, sottoposta ad un piano di risanamento e commissariata da dieci anni, eroga conseguentemente ai propri cittadini servizi ben al di sotto della media nazionale, in un settore, quello sanitario, che dovrebbe invece rappresentare l’eccellenza per qualsivoglia territorio ed assicurare a chi ci abita il diritto a vedersi curato sempre e comunque.

Stante tale situazione, il Governo, ad inizio novembre, ha ulteriormente prorogato lo stato di commissariamento, non senza i malumori delle forze politiche locali, anche alla luce degli scarsi risultati raggiunti da chi avrebbe dovuto traghettare la Regione verso una situazione più rosea, ma che, numeri alla mano, avrebbe dimostrato di non esserne stato capace, fermo restando che non è affatto chiaro cosa sarebbe successo se la gestione fosse rimasta o tornata nelle mani del governo calabrese.

Al di là di ciò, quello che ha lasciato interdetti è l’assurda sequenza di dimostrazioni di totale ignoranza ed incapacità susseguitesi negli ultimi giorni, che hanno riguardato proprio coloro che, a capo della gestione commissariale, avrebbero dovuto porre in essere tutti gli atti necessari per risollevare la Calabria.

Partiamo dal primo commissario, nominato dall’esecutivo Conte uno e successivamente confermato dall’attuale governo. Trattasi di Saverio Cotticelli, che è stato costretto alle dimissioni – che hanno anticipato di poco la revoca preannunciata dal Primo Ministro Conte – a causa di un’enorme, quanto assurda, colpa: quella di aver dato dimostrazione, nel corso di una recente intervista, di totale assenza di cognizione circa i compiti a lui assegnati e circa la situazione caratterizzante la sanità calabrese con riferimento all’epidemia da Covid-19. Assegnatario di venti compiti finalizzati al risanamento della macchina sanitaria, colui che avrebbe dovuto impersonificare la soluzione a tutti i mali ignorava di essere competente per la redazione del piano anti Covid per la Calabria e non conosceva i numeri relativi alle terapie intensive della sua Regione, peraltro finita in zona rossa ai sensi dell’ultimo D.P.C.M. del 6 novembre scorso.

Il problema è che il suo sostituto, Giuseppe Zuccatelli, nominato a strettissimo giro subito dopo le dimissioni del primo, si è reso colpevole di un delitto, se possibile, ancora più grave, venuto in luce solo poche ore dopo la sua nomina: aver urlato ai quattro venti la presunta inutilità delle mascherine come misura preventiva anti Covid, precisando che l’unico metodo valido sarebbe il distanziamento fisico. “Per beccarti il virus, se io sono positivo, devi stare con me e baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca. Altrimenti non te lo becchi…” è la teoria del nuovo Commissario, datata 27 maggio 2020, periodo di gran lunga successivo rispetto alla prima fase della pandemia, quando la stessa OMS aveva espresso giudizi non propriamente univoci circa la valenza delle mascherine – per ragioni, si scoprirà a posteriori, legate soprattutto alla difficoltà di reperirne in quantità sufficiente sul mercato nei primi mesi dell’anno.

Alla luce di tali dichiarazioni, dunque, anche il nome di Zuccatelli è ora in bilico. Da più parti, infatti, all’interno dello stesso governo, se ne chiedono le dimissioni, proponendo come alternativa Gino Strada, che sarebbe già stato contattato dal Presidente del Consiglio.

Che il fondatore di Emergency possa essere la persona giusta sarà solo il tempo a dirlo, sempre che lo stesso decida di accettare l’incarico, avendo, tuttavia, dalla sua, decenni di positiva esperienza in ambiti con problematiche di notevole valenza - difficile dire se più o meno gravi rispetto a quelle della Calabria.

E, se per il Presidente facente funzioni della Regione, Nino Spirlì, Gino Strada potrebbe non essere la persona più adeguata (“Non abbiamo bisogno di medici missionari africani…dobbiamo per caso scavare pozzi?”, ha affermato, auspicando che si ricerchi nella medesima Calabria colei o colui in grado di occuparsi di sanità), l’idea che il padre di una tra le più importanti associazioni umanitarie del nostro Paese possa intraprendere una sfida che, per alcuni aspetti, potrebbe quasi essere più ardua della costruzione di un ospedale da campo in Africa – checché ne dica il Governatore pro tempore - non sembra essere così malvagia.

Questo perché, più che di un autoctono, c’è bisogno di sapienza, di competenza e di scelte che non siano mosse da vicinanze o lontananze politiche. È necessario, insomma, che le situazioni ardue vengano analizzate ed affrontate da chi è in grado di non guardare in faccia a nessuno e di assumere decisioni libere da condizionamenti, soprattutto nelle terre in cui è più forte la presenza di associazioni a delinquere di stampo mafioso.