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La scuola al tempo di Covid

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di NICO CATALANO

Imparare dagli errori passati


Parlare di scuola in tempo di Covid significa confrontarsi con un “assembramento autorizzato” di decreti, circolari ministeriali, bollettini sanitari, ordinanze sindacali e sentenze di tribunale. Da alcune settimane la quotidianità di studenti e insegnanti è scandita dagli appelli on line in aule virtuali, un continuo susseguirsi di videochiamate, connessioni ballerine e problemi con l’audio di un pc o del telefonino. Ritmi frenetici caratterizzati dalla costante incertezza del domani, che stanno cambiando le abitudini delle famiglie, incidendo negativamente sulle vite di tanti italiani, in una società già precaria in tutto: dai diritti più elementari sino ai rapporti interpersonali. “La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva eguaglianza. Non aboliva miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori” queste parole scritte da Erri De Luca, stridono rispetto alle stucchevoli diatribe a cui siamo stati costretti ad assistere in queste settimane tra il capo del governo, ministri, presidenti di regione e sindaci in merito all’organizzazione del sistema scolastico nei giorni della pandemia. Ricondurre il tutto ad uno stupido dualismo tra diritto alla salute e diritto all’istruzione, così come porre i cittadini di fronte ad una scelta tra lezioni a distanza o in presenza, tramite ordinanze sconsiderate di qualche presidente di regione che con stile qualunquista hanno di fatto portato l’istruzione pubblica al livello di un qualsiasi “servizio a domanda” dimostra quanto oggi il nostro Paese sia privo di una classe dirigente degna di questo nome. Il ritorno forzato alla didattica a distanza, dopo poche settimane di scuola in presenza, ha messo in evidenza tutti gli errori commessi e le tante occasioni perdute in sette mesi dalle varie istituzioni ministeriali e regionali che puntualmente si sono fatte trovare impreparate dalla preannunciata nuova ondata del virus. Dalla mancata concessione di una deroga al contratto nazionale concordata con i sindacati, necessaria per confermare molti docenti nella stessa sede, al fine di favorire la continuità educativa ed evitare l’atavico balletto dei supplenti e delle cattedre vacanti alla ripresa. Alla mancanza di coraggio necessario per sostituire i vecchi paradigmi organizzativi strutturali, culturali e educativi, con nuovi modelli al passo con i tempi: dalla predisposizione di un piano efficiente e moderno di trasporto pubblico all’insegna della concertazione con turnazioni dell’orario scolastico di inizio e fine lezioni,  al dotare seriamente insegnati e studenti tutti di materiale multimediale, sino a predisporre spazi pubblici comunali in cui svolgere attraverso infrastrutture digitali lezioni in presenza per gruppi di studenti. Dopo avere già perso l’intero secondo quadrimestre dello scorso anno, stiamo continuando a pregiudicare la qualità della formazione delle generazioni future. Continuare a distanza la stessa scuola che finora è stata fatta in presenza, sconvolge sia la vita degli adulti ma nel contempo aumenta i disagi e le disuguaglianze formative tra i nostri ragazzi. L’emergenza pedagogica non è meno grave di quella sanitaria, economica o sociale, ha effetti di lungo periodo e incide sui cittadini del domani, pregiudicando il futuro di un Paese intero. Il Recovery fund è un debito sottoscritto oggi, che probabilmente pagheranno domani le alunne e gli alunni di oggi. Non carichiamo inutilmente loro di questo peso, lasciando immutato il sistema scuola esistente. È giunto il tempo del coraggio, di andare oltre la burocrazia e gli equilibri del momento, abbiamo il dovere di guardare al domani, perché scuola significa coltivare il futuro.

Fonte della foto: www.centrometeoitaliano.it