Il SudEst

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May 26th
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Libere libere

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di MICHELANGELA BARBA

Nel momento in cui viene chiusa questa edizione de “Il Sudest" è appena stata battuta dall’ansia la terribile notizia della morte a Milano di un bambino di due anni, vittima della violenza del padre.

 


Le prime frammentarie informazioni parlano di un quadro di gravissimi maltrattamenti in una famiglia in condizioni di forte marginalità sociale. Un nucleo Rom di origine croata stabilitosi da molti anni nel capoluogo lombardo pur senza mai raggiungere l’integrazione.

I genitori, di appena 23 e 25 anni, oltre del piccolo scomparso dovevano occuparsi anche di altri 5 bambini e la mamma è nuovamente in attesa.

Entrambi gravati da precedenti penali, occupata la casa.

Tante domande sorgono già dalla prima analisi di questa vicenda.

Intanto dove fossero i servizi sociali, forse troppo intenti a studiare la fantomatica alienazione parentele per rendersi conto di un reale e allucinante inferno vivo e presente in una città che si è sempre fatta vanto di avere respiro europeo.

Poi dove fossero i progetti di integrazione dei Rom che da tanti tanti anni esistono anche a cura di Caritas Ambrosiana, Padri Somaschi e una molteplicità di realtà.

Poi dove fosse la rete che si occupa di violenza domestica.

Ah, no, questa domanda abbiamo la risposta: nei centri antiviolenza. Che devono essere un luogo sicuro e protetto. Quindi se vuoi fruire dei servizi devi presentarti all’apposito sportello nel giorno e nell'ora di apertura. Che ne so, martedì alle 10.15 magari dall'altra parte della città.

Peccato che la maggior parte delle donne vittime di maltrattamenti gravi e gravissimi non abbia affatto la libertà di uscire di casa martedì alle 10.15 per andare all'appuntamento con il centro e sparire da casa minimo due ore o più.

Ebano incontra le donne che chiedono aiuto dove quando possono parlare.

Fosse anche la toilette di un bar (è successo Il mese scorso)

Ciò suscita la riprovazione di molte altre associazioni.

“Ma il setting?” Avere un setting sarebbe meglio ma come si dice a Milano appunto “piuttost che nient l'è megl piuttost" piuttosto che niente è meglio piuttosto.

“Ma così vi sostituite alle donne perché l'intervento è basato sulla libertà quindi deve essere lei a venire a chiedere aiuto è aderire al setting".

La libertà. L'autodeterminazione. Tema ricorrente.

La libertà di prostituirsi, di donare figli, di continuare ad essere massacrata.

La libertà di fare una vita da schiava in estrema sintesi.

Sempre per libera scelta.

Giustappunto la giornata dell’iniziativa della Casa delle Donne Maltrattate di Milano, proprio in concomitanza con la morte del bambino, è centrata sul tema della libertà.

Era forse dai temi dell'Illuminismo che il tema della libertà non si sentiva ripetere con una tale frequenza.

Ora, premesso che la gamma degli interventi che si possono attuare senza il consenso di una persona è assai ristretta, viene però da chiedersi n che modo il rispetto della libertà dell'individuo e delle sue scelte sia confliggente con un monitoraggio attento e capillare , con la restituzione ferma del piano di realtà, con l'offerta di aiuto sistematica e non necessariamente vincolata e successiva alla richiesta della vittima.

La convenzione di Istanbul - tanto sacra quando si parla di luoghi appositi sicuri, protetti e segreti – dice anche di non lasciare sulle spalle della vittima l'intero peso dell’emersione della propria situazione.

Si viola forse la sua libertà di morire ammazzata? Lei o i suoi figli?

Intanto le reti delle reti continuano ad avere scambi proficui tra soliti noti nel chiuso degli uffici, assistiamo a conferenze con attrici che interpretano la voce di immaginarie vittime e a convention per intellettuali.

Loro, le vittime vere, in carne e ossa, continuano a restare nel loro sottobosco dove nessuno o quasi sì azzarderà ad entrare.

“Ma tu rischi!” dicono le persone per bene ai volontari di Ebano che vanno a cercare le ragazze dove effettivamente si trovano.

Già. Entrare in certe case, in certi bar, in certi luoghi è un rischio.

Curioso che se ci va un volontario per qualche ora il rischio viene identificato immediatamente e se invece in quello stesso posto vivono h24 donne o bambini potenziali vittime di violenza tutto ok fino a quando non lo dicono loro. O fino a quando non accade il disastro.

Un anno fa con la morte di Jessica Faoro, diciannovenne accoltellata sempre a Milano, dall'uomo che le aveva offerto ospitalità si sollevò il velo – per un istante solo – sulla condizione dei giovanissimi usciti dal circuito dell'assistenza minori.

Uno squarcio subito richiuso, con i responsabili dei servizi sociali subito a chiosare che no, Jessica non era stata lasciata sola. Era lei che aveva rifiutato il “prosieguo amministrativo” compiuti i diciotto anni. Ovvero: dopo una vita passata tra le comunità di accoglienza le è stato chiesto di rimanerci per altri due o tre.

Ha rifiutato. Ha scelto. È libera di farlo. Intervento finito.

Chi va incontro a queste vite spezzate, “ectoplasma di sopravvissuti" di montaliana memoria?

Perché una situazione di vulnerabilità forse proprio perché vulnerabile meriterebbe che il primo passo venisse da fuori, non dalla propria sacrosanta resilienza, agency, autodeterminazione.

Non da quella testa che, da sott'acqua, deve riuscire anche a trovare le risorse per pensassi altro.

S., la mamma del bambino ucciso, subiva in silenzio.

Commentava reati quindi entrava in contatto con l'istituzione che non poteva incarcerato a se non per brevissimi periodi perché incinta o madre di figli sotto l'anno.

Un automatismo legale che condanna tante donne rom ad essere fattrici per conto di uomini violenti nell'indifferenza generale.

Perché i bambini in carcere giammai, è disumano, ma cosa trovano quegli stessi bambini varcato il muro di cinta non è argomento di interesse collettivo.

Milano da oggi conta una vittima annunciata in più.

Non la prima e ahimè sicuramente non l'ultima.

 


Foto: Il Fatto Quotidiano