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Home Politica Politica Né borbonici, né savoiardi. Né con Emiliano, né con i 5Stelle

Né borbonici, né savoiardi. Né con Emiliano, né con i 5Stelle

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di NICOLA COLONNA*

È di questi giorni la mozione, approvata dal Consiglio Regionale della Puglia,

 

di istituire una “giornata delle vittime meridionali” dell’Unità d’Italia. Un autorevole gruppo di storici pugliesi ha definito questa mozione come la propaggine estrema “di un meridionalismo piagnone e rivendicazionista”, ironizzando sulla “fine del povero Francesco II di Borbone, sopraffatto da Vittorio Emanuele II e da quel mascalzone di Garibaldi”, e chiedendosi se, di questo passo, dovremo presentare i martiri della rivoluzione napoletana del 1799 come “quei manigoldi di giacobini, alla fine impiccati sui pennoni delle navi di Nelson”.

Che la mozione del Consiglio Regionale vada considerata, perlomeno, “balzana”, non v’è dubbio. E però non può bastare l’ironia a stroncarla. Dobbiamo, invece, domandarci da dove nasce e dove porta una siffatta iniziativa.

Senza dubbio, essa nasce da un risentimento tutt’altro che ingiustificato, perché l’unificazione nazionale, per i modi in cui si compì e per le conseguenze che ebbe sul Mezzogiorno, può ben essere considerata una delle ragioni di fondo dell’arretratezza del meridione d’Italia e l’inizio di una storia “tremenda e sanguinosa”, fatta di repressioni poliziesche, di miseria e di emigrazione. Ignorare ciò, in nome di una lettura apologetica e “pacificatrice” dell’Unità, in cui armoniosamente convivono Garibaldi e Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele II, sarebbe non meno falso e fuorviante di una acritica rivalutazione dei Borboni e dei loro sciagurati governi. Occorre essere ben consapevoli del fatto che, con il 1861, nasce un “paese duale”, economicamente debole e politicamente gracile; e che ciò accadde per responsabilità di una borghesia settentrionale incapace di condurre fino in fondo la sua rivoluzione liberale e di ceti dominanti meridionali arretrati e paternalisti. Non solo. Ma che, proprio a partire da lì, si costruisce un Paese condannato ad avere un mercato ristretto e una democrazia senza radici fino ai giorni nostri. Da questo punto di vista, allora, le vittime della repressione sabauda ben possono meritare solidarietà e umana comprensione.

Ma dove va a parare, nell’attuale situazione politica, una simile iniziativa? A mio avviso, non si tratta solo della riproposizione di un meridionalismo “rivendicazionista e piagnone”. C’è dell’altro, ed è il tentativo di costruire una linea politica che punta a contrapporre “tutto” il Sud a “tutto” il Nord. In questo modo, ciò che tende a scolorire è il dato che non tutto il Mezzogiorno è povertà, così come non tutto il Nord è ricchezza; ma che vi sono ceti ricchi nel meridione d’Italia, che hanno saputo inserirsi abilmente negli interstizi e nelle opportunità che la crisi della prima globalizzazione ha determinato, allo stesso modo in cui nell’Italia settentrionale vi sono figure sociali, (dalla tradizionale classe operaia ai ceti medi del commercio e delle professioni), che hanno pagato un prezzo altissimo ai processi di riorganizzazione del mercato capitalistico e alla crisi dello Stato nazionale. Detto in altri termini: al paradigma teorico della lotta di classe, che porterebbe ad evidenziare la presenza di sfruttati e sfruttatori al Sud come al Nord, si vuole sostituire la dialettica alto/basso, declinata questa volta in termini geografici, in perfetta coerenza con un’operazione politica di chiara marca populistica e “destrorsa”, lungo la quale da alcuni anni in qua si muovono – su percorsi apparentemente autonomi, ma in realtà convergenti – sia i 5Stelle e sia il governatore pugliese Michele Emiliano.

Un disegno pericoloso, che, ove dovesse passare, porterà in Puglia e nel Paese ad una ulteriore divaricazione economica e sociale tra soggetti sempre più precarizzati e marginali sul mercato del lavoro e nella società, (in primis, giovani, donne, lavoratori intellettuali e figure artigianali), e un ceto fatto di speculatori e di “grassatori” della politica locale e delle risorse pubbliche: a cominciare dai flussi di spesa regionali, per finire ai beni naturali della nostra regione, (acqua, coste, territorio, ecc.).

Di qui la necessità, da noi forse più urgente che altrove, di ricostruire una sinistra di classe larga e combattiva, per impedire che tutto ciò passi nella indifferenza e nella rassegnazione generali.


*Professore di Storia del pensiero politico contemporaneo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bari