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Senza colore

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di MICHELANGELA BARBA

Succede che si leggano vari articoli di cronaca nera aventi ad oggetto violenze sessuali tentate o riuscite se non addirittura sfociate in omicidi ai danni di

altrettante donne, spesso giovani, spesso già provate dalla vita.

Penso a Pamela Mastropietro, a Macerata, nel gennaio 2018.

Jessica Faoro, qui nella nostra Milano, pochi giorni più tardi.

Penso Desireé Mariottini a Cisterna di Latina nell’ottobre dello stesso anno, tornata alla ribalda delle cronache per le dichiarazioni orripilanti della persona attualmente detenuta per il suo delitto.

Penso poi all’anonima ragazza violentata da due nostri connazionali in Gran Bretagna, notizia di questi giorni.

Cos’hanno in comune queste giovani?

La prima risposta, quella che dovrebbe essere più ovvia, è la tragica violenza maschile che le ha colpite.

“Dovrebbe” perché così non è.

Queste quattro giovani, tre delle quali hanno avuto la vita stroncata a diciotto, diciannove e sedici anni, sono state almeno in Italia, involontarie protagoniste di un’oscena strumentalizzazione politica: quella che, invece di soffermarsi a pensare all’abisso di orrore che ha travolto le loro esistenze, ha posto l’accento sull’origine etnica di chi questo orrore lo ha agito.

Un ideale, l’antirazzismo, vergognosamente piegato dalla demagogia a servizio del peggior patriarcato: quello del “se lo è cercata”.

“Se fosse rimasta con i genitori…” chiosa il detenuto accusato di avere ucciso Desireé.

“In fondo anche queste persone non era facile capire cosa stavano facendo…” commentavano sui social all’indomani dello smembramento di Pamela.

Jessica e la giovane inglese invece uccise da italiani. Quindi lo vedete che sono gli italiani il problema?  E in fondo Jessica era una sbandata, in fondo il comune glielo aveva offerto un prosieguo amministrativo per prorogare l’agonia da una struttura di accoglienza all’altra, senza radici, senza legami, persino senza un cane (letteralmente).

E l’inglese? In fondo le inglesi, le nordiche, le turiste le conosciamo bene.

Su tutte le vittime si è anche cercato di fare aleggiare il fantasma della prostituzione, persino la povera Desireé, risultata vergine all’esame autoptico, con la necessità, quasi l’obbligo di dover comunicare questo dato, come se fosse rilevante nel disvalore del reato commesso, per ristabilire il piano di realtà.

Anche Jessica fu accusata, a bara ancora aperta, di tirare a campare da un cliente e l’altro e solo la voce ferma e autorevole di Don Gino Rigoldi a smentire la voce.

Pamela sì, aveva accettato un rapporto a pagamento, in uno stato di necessità e confusione quale quello da astinenza da eroina, uno stato di minorata difesa direbbe il codice penale ma fu premura del Corriere della Sera – illud quoque – narrarci l’assoluta buonafede dell’acquirente di sesso barely legal a buon mercato, definito niente meno che un “francescano”. Ci sarebbe stato da aspettarsi la querela dell’Ordine dei Frati Minori. Invece no.

L’unica protesta cui assistemmo fu la manifestazione “Per una Macerata libera e antirazzista”.

Libera da che?

Antirazzista certo, perché la “razza” del patriarcato non distingue Uomini Bianchi da Uomini Neri.  “Uomini” è la condizione di accesso ai privilegi millenari sul corpo delle donne, da vendicare al più come terreno usurpato. Così fece Traini, l’uomo – appunto - che all’indomani dell’omicidio di Pamela scese per strada sparando agli uomini neri, come in una partita a dama.

In questa disgustosa performance tra maschi, dimenticò forse il sindaco di aggiungere l’aggettivo “solidale”, della stessa solidarietà che compra le donne e i bambini e li divora, in base a desideri non contenuti e spacciati per incontenibili. Desideri che, se appartenessero a donne si chiamerebbero “capricci” e che degli uomini sono legittimi bisogni.

Gettare le lotte partigiane antifasciste e le lotte contro il razzismo in un tale abisso di egoismo distruttivo e violento è il peggiore oltraggio alla memoria di chi davvero le ha combattute. I tanti uomini e le tante donne.