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Noi che temevamo i “Presidi sceriffi”...

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di VALERIA BRUCCOLA

Come dimenticare, durante l'iter di approvazione della legge di riforma della scuola,

 

quante preoccupazioni si coagulavano intorno all'ipotesi che l'ampliamento dei poteri nelle mani dei Dirigenti scolastici li avrebbe potuti trasformare in “sceriffi”, a danno dei docenti che avrebbero avuto poteri residuali in termini decisionali e di autonomia didattica. Chi poteva immaginare, invece, che a ricoprire il ruolo di “giustizieri”, senza leggi o regole, potessero essere i genitori, persino gli alunni! Numerosi fatti di cronaca, nei giorni scorsi, hanno raccontato di aggressioni contro docenti. A Caserta, uno studente di diciassette anni ha sfregiato il volto della sua insegnante per riparare ad una presunta offesa subita. A Foggia, un docente è stato barbaramente picchiato al volto e all'addome da un genitore, con il pretesto di voler riparare un rimprovero fatto dal docente stesso al proprio figlio. Il docente è finito in ospedale con trenta giorni di prognosi. A Piacenza, un ragazzino di undici anni ha colpito al braccio una insegnante, ripetutamente, fino a causarne lesioni. Fatti gravissimi, in successione rapida, seguiti ad episodi simili che ormai, passato del tempo, non fanno più notizia, ma che portano frettolosamente a parlare delle scuole come trincee nelle quali i docenti sono esposti a qualsiasi pericolo.

Voglio continuare a pensare che siano fatti isolati, che siano circoscritti a realtà particolari. Ma non possiamo liquidarli così semplicemente, anche e soprattutto perché, dietro al clamore mediatico, che presto passerà nel dimenticatoio, sono stati assai interessanti i commenti di sedicenti esperti e l'atteggiamento istituzionale. La sequela degli autorevoli qualunquismi è stata inaugurata da un noto giornalista a seguito del lancio di un cestino che colpì, pochi mesi fa, una docente. Qualunquismi e generalizzazioni grossolane hanno seguito anche i fatti più recenti, con richiami ai genitori da parte di psicologi e dello stesso Ministro, accompagnati da atteggiamenti di pallido sdegno. Non sono mancati, ovviamente, commenti in sostegno dei docenti, del loro ruolo e della loro difficile posizione, in un contesto sempre più complesso e complicato, ma poche sono state le analisi approfondite, necessarie per contestualizzare storicamente e culturalmente la scuola, troppo spesso al centro di fatti poco edificanti.

Gli autori dei gesti sono oggetto di indagini e probabilmente subiranno condanne ma la gravità e la frequenza di aggressioni, verbali e fisiche, nonché l'aumento di esposti contro il corpo docente, impone una urgente riflessione, a partire dalle cause generali che hanno portato a tutto questo. Sono anni, troppi, che gli insegnanti italiani sono oggetto di un processo di svilimento professionale e progressivo, causato dalla politica e dai media, che hanno dipinto il pilastro della scuola e della trasmissione culturale del  Paese con toni sempre più negativi e dequalificanti. Come dimenticare anni fa, l'affermazione dell'allora Ministro Brunetta secondo il quale, se fosse stato figlio di insegnanti, si sarebbe vergognato. Non per rivangare il passato, ma le cose non accadono per caso, c'è sempre una ragione, soltanto che, in Italia, si cerca sempre “altrove” e non “dentro” i fenomeni.

Docenti sono stati duramente colpiti dalla brutta politica che si è affermata in questi anni, che bacchetta e dà lezioni a tutti e che ha dipinto i docenti come fannulloni, incapaci, deboli, facendo perdere loro, inesorabilmente, quella autorevolezza istituzionale conferita dalla Costituzione. I media, sempre a caccia di “mostri”, hanno cavalcato questa immagine, con la grave conseguenza che conosciamo, costituita da una perdita di riconoscimento del potere educativo e, se necessario, punitivo, dell'insegnante. Del resto, cosa si pretende se, per ingraziarsi alunni e famiglie, l'attuale Ministro parla di abolizione del voto di condotta? A scuola, non dovrebbe servire, è vero, la valutazione del comportamento, quando il clima è quello “giusto”, quello determinato dalla relazione educativa tra docenti e alunni. Ma questa relazione deve necessariamente basarsi sul riconoscimento di autorevolezza, di ruoli, di doveri, di obblighi, di responsabilità, di obiettivi. Se tutto questo non c'è, l'impalcatura crolla e con essa la funzione stessa della scuola, su cui ricadono pretese di ogni sorta, ma che resta al centro di vessazioni sempre più serrate e pericolose per la tenuta generale del sistema educativo nazionale.

La scuola, del resto, è una istituzione e come tale ha un ruolo ben preciso, sulla carta. Tuttavia, se i contenuti culturale contemporanei la colpiscono a tutti i livelli, non ultimo quello simbolico, è impossibile evitare che chiunque si senta autorizzato a colpirla e a colpire, non solo verbalmente, chi rappresenta la scuola stessa, gli insegnanti.

Inutile prendersela indiscriminatamente con i “genitori”, tanto meno con gli “studenti”, perché le ragioni del clima generale che grava sulla scuola sono molto più profonde e stratificate. Il comportamento violento degli uni e degli altri, che io continuo a voler considerare grave ma isolato, è motivato da un degrado istituzionale generalizzato dove lo Stato stesso ha perso le sue connotazioni di garanzia ed equilibrio. Se da chi dirige e amministra lo Stato, a più riprese e in vari modi, provengono capillari messaggi stereotipati sui docenti, categoria contro la quale si scaglia per primo, sulla quale elabora piani “epocali” di formazione e selezione, come si può pensare di affrontare la problematica con generici richiami alla collaborazione tra scuola e famiglia?

La scuola, infine, a dispetto dell'inclusività che sulla carta primeggia nelle programmazioni e nelle linee guida, è fortemente caratterizzata da conflittualità e competizione, sostrato tutt'altro che favorevole al confronto e alla collaborazione e che alimenta un senso generale di disconoscimento del valore della scuola come educativo. Il tutto è aggravato dalle immagini pietiste e falsamente solidali, che fanno apparire come debolezza la mancanza di reazione dei docenti alle aggressioni subite, dimenticando che pedagogicamente è più efficace l'esempio che ogni insegnamento verbale. In un luogo dove si propugnano valori e rispetto delle norme l'unica risposta alla violenza e all'aggressione non può essere che uno stoico distacco, a costo di pagarne le conseguenze.

Quello che abbiamo davanti, quindi, è un quadro assai articolato sul quale servirebbe una riflessione molto più seria di quanto comunemente si legge all'indomani di fatti come quelli che abbiamo riportato. Troppo spesso, specie nelle “periferie”, le scuole sono avamposti di frontiera, dove sembra prevalere il “fai da te” anche in termini di “regolamento di conti”. Credo sia urgente l'apertura di un dibattito serio e approfondito sulle dinamiche che portano alla presenza a scuola di genitori “giustizieri” e studenti vendicativi, riportando con urgenza al giusto posto culturale e istituzionale la figura dell'insegnante che non vanta autorevolezza a livello di immaginario collettivo.