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La politica “sui” banchi di scuola!

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di VALERIA BRUCCOLA

Chi come me ha sofferto lottando aspramente durante tutto l'iter che ha portato all'approvazione della legge 107,

 

la cosiddetta “Buona Scuola”, non può che trovare stucchevoli e scarsamente credibili i buoni propositi che in questi giorni sta divulgando il segretario del Partito Democratico riguardo i temi della scuola. Giocando con la proverbiale memoria corta dei cittadini, Renzi sta tendendo una mano ai fuoriusciti dal suo partito, ventilando l'ipotesi che, dalla prossima legislatura, si potrebbe mettere mano a temi spinosi quali, ad esempio, il tempo pieno. Senza mai retrocedere sulla riforma del sistema scolastico, voluta dal suo Governo a colpi di consultazioni farsa e favvorendo che il Parlamento inscenasse la “commedia” del dibattito, Renzi ha in più occasioni ammesso pochi errori e “qualche dissenso”, sebbene a voce bassa, senza mai entrare nel merito di tutte quelle disfunzioni del nuovo sistema, a cominciare dalla massiccia assunzione di precari, nei due anni successivi al varo della Legge di riforma, passando per un concorso fallimentare nei tempi e nei metodi, per finire con le bacchettate arrivate dalla magistratura sull'algoritmo, non trasparente, utilizzato per l'assegnazione delle sedi ai docenti e sulla mobilità dei docenti stessi, costellata di assurdità, di mancanza di equità e, anche qui, di trasparenza.

Di tutte le contestazioni, oscurate, taciute o minimizzate dalla stampa nazionale, Renzi non ne fa menzione ed ora spera, in piena campagna elettorale, di recuperare “pezzi” di partito e scampoli di consenso riproponendo il tema della scuola, come centrale della sua politica nazionale e forse di ricompattar il suo partito su questi temi, centrali per qualsiasi nazione. Su una cosa l'ex Primo Ministro, comunque, ha ragione: coloro che oggi dissentono sulla sua leadership e che, al par suo, lanciano proposte di intervento sulle linee della Legge 107, oggi ritenuta inadeguata se non fallimentare, erano insieme a lui quando si è trattato di avere la maggioranza parlamentare per questa come per altre riforme. Forse, Renzi vuole ricordare loro come fossero, nel 2015, tutti dalla stessa parte ma questa operazione a noi suona quasi beffarda, visto che prima, durante e dopo siamo rimasti inascoltati, pur portando attraverso associazione e organizzazioni sindacali all'attenzione delle istituzioni e dei partiti politici tutti i rischi che quella riforma avrebbe comportato, confermati via via dai fatti.

Chi come me era presente alle sedute parlamentari di discussione e di voto della 107, ha urlato e pianto mentre assisteva alla fine della trasparenza e dell'equità nelle assunzioni, con la misura della “chiamata diretta” dei Dirigenti scolastici, alla fine della scuola pubblica libera dai condizionamenti, con l'ingresso dell'impresa tra i partner delle istituzioni scolastiche, alla fine della libertà di insegnamento, della scuola come istituzione costituzionalmente definita, dove la persona trova spazio per affermare se stessa nella società, attraverso la trasmissione disinteressata del sapere, della scuola come servizio sociale, forse tra tutte la cosa più grave, in quanto con la nuova visione aziendalistica impressa dalla riforma, finanziamenti e interventi dipenderanno dalla quantificazione del sapere, attraverso sistemi di valutazione esterni alla scuola stessa, determinando di fatto l'esistenza di scuole di serie “A”, “B”, “C”, ecc.

Appare difficile pensare che chi ha improntato una tale visione della scuola, tradotta in norme, così come chi, sordo alle denunce e agli allarmi lanciati da chi la scuola la vive e la fa tutti i giorni, oggi possa aver cambiato idea, se non in modo strumentale per i prossimi fini elettorali. Nonostante i proclami, la legge 107 sta andando a regime e il Governo attuale, in tutto conforme a quello precedente, non ha proposto, pur potendo, alcun miglioramento, se non nel trovare un modo per sanare l'uso reiterato e stabile di precari, persino aumentato dopo la riforma. Ciò che sia Renzi che i suoi oppositori prospettano, invece, in vero stile elettorale, sono solo aggiustamenti minimi che non solo non potranno sanare le assurdità generate da assunzioni caratterizzate da iniquità e ingiustizie e da algoritmi “farlocchi” ma, soprattutto, non si fondando su una critica reale dell'impatto della Legge di riforma sul sistema, tanto meno su un'autocritica, rispetto alle logiche politiche condivise da vari schieramenti.

C'è da chiedersi il perché, dopo aver girato le spalle a docenti, genitori e rappresentanti a vario titolo del mondo scolastico, oggi si torni su questo terreno accidentato. Forse perché si spera di acchiappare una fetta di elettorato importante, confidando in quella “memoria corta” poco prima menzionata. Di fatto, resta il sapore amaro dato dagli slogan di propaganda che, implicitamente, ammettono che la tanto declamata riforma non è stata risolutiva ed epocale come Renzi e i suoi hanno fatto credere al Paese, quello che della scuola fruisce ma che non si è accorto che qualcosa è andato storto, perché le scuole hanno saputo garantire continuità e servizio a dispetto del caos generato dalla riforma stessa. Qualcuno dovrebbe dire a Renzi, ma anche ai suoi nuovi oppositori che le loro proposte non sono credibili, prima che qualcun altro ci caschi di nuovo!