Epitaffio per Nadia Toffa

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di MARIO GIANFRATE

Ora che tutto è compiuto e che sulla morte di Nadia Toffa si sono spenti i riflettori, avvolgendo il suo corpo nel buio senza tempo, e nel silenzio senza luci e senza colori dentro il freddo marmo, scrivo di lei.


 


 

Non per rinarrare il dramma della malattia che ha aggredito la sua vita ancor giovane; lo ha già fatto lei con straordinario coraggio e con una forza d’animo eroica: non credo saprei imitarla in questo, se mi trovassi in una identica situazione.

Non per decantare le sue doti professionali, la serietà e, anche qui, il coraggio con cui affrontava problemi scomodi alla ricerca della verità con la denuncia delle menzogne. Da giornalista di razza e non da acritica serva dei poteri. Lo hanno fatto in molti e avrei poco da aggiungere.

Semplicemente, ne scrivo per una riflessione: su quanto la cattiveria degli umani sa essere, in alcuni casi, più assetata di sangue di quanto lo siano le belve. Menti perturbate, sui social, hanno irriso la sua malattia, quasi fosse stata ostentata per motivi che mi sfuggono; gente insensibile che le ha tirato calci mentre invocava soccorso.

Viviamo tempi oscuri, vacui, barbari. Tempi che generano mostri.

Non ho altro da aggiungere perché finirei per dare importanza a individui che hanno smarrito il concetto di umanità e che non meritano neppure risposte. D’altra parte, sosteneva Longanesi, “L’intelligenza non è un obbligo”.

Vivrai nel ricordo, “ragazza coraggio”. Di chi ti ha voluto bene e di chi ha seguito le tue generose battaglie. Anche se, neppure questo, ci consola.