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La riforma della governance economica

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di SIMONE DEL ROSSO

L’Unione Europea ha bisogno di una riforma strutturale urgente.

 

Senza dubbio, l’UE fino ad oggi ha creato più opportunità e contribuito a generare ricchezza. Ma alla creazione di ricchezza, in questi anni, non sono state accompagnate adeguate politiche di redistribuzione della stessa, politiche economiche volte alla crescita equa e sostenibile dei vari Paesi e al miglioramento della qualità della vita delle persone, oltre che alla crescita nominale del PIL, tra l’altro insufficiente nel momento in cui relazioni economiche internazionali con grande facilità sono in grado di far rallentare vertiginosamente la produzione industriale in tutto il vecchio continente.

Molti Paesi, mossi dai populismi interni che lucrano sulla rabbia, la paura e la delusione, rischiano di tirarsi indietro rispetto a questa grande sfida. Occorre più Europa ma un’Europa diversa. Più incisiva sulla vita reale delle persone e radicalmente rigenerata. Occorrono politiche fiscali che spingano sugli investimenti e sulla formazione e riforme strutturali in tema di lavoro, crescita della produttività, crescita della qualità dei servizi pubblici (infrastrutture, scuole, università, sanità), aumento della progressività delle imposte. Occorrono politiche keynesiane e una nuova forte proposta di politica economica incentrata sugli investimenti, che affronti le sfide di oggi e di domani con una prospettiva strategica, con una programmazione industriale ed economica adeguate: big data, intelligenza artificiale, Green Economy, commercio internazionale. Occorrono politiche economiche che mettano al centro i diritti sociali del cittadino, non attraverso mero assistenzialismo (interventi a breve termine, non sostenibili economicamente), ma attraverso creazione di opportunità di accesso e reintegro nel mondo del lavoro. Un reddito minimo di cittadinanza europeo accompagnato da un grande piano industriale basato sulla formazione di nuove competenze per il lavoro di domani.

Ma per porre le basi per una nuova politica economica europea, è necessario ripensare la governance economica. La crisi finanziaria del 2008 e il rifluire della globalizzazione hanno mostrato chiaramente i limiti dell’establishment europeo che con il trattato di Maastricht aveva accettato gli indirizzi liberal-liberisti, prevalenti nella gestione dell’economia mondiale dopo gli anni Ottanta del secolo scorso. In presenza di un forte shock esogeno, come è stato per la crisi finanziaria e dei debiti sovrani, il sistema e i meccanismi di governance non hanno retto. Gli esiti politici e sociali di questa insufficienza e incapacità sono stati evidenti.

Tali meccanismi vanno quindi modificati e aggiornati per tener conto della mutata situazione, riconoscendo che le esigenze e gli interessi dei Paesi della zona euro sono specifici e diversi da quelli degli altri membri dell’Unione. È necessario costruire un diverso sistema di governo per i due insiemi, soprattutto per quanto riguarda la gestione dell’economia. Oggi l’Eurogruppo (centro di coordinamento europeo che riunisce i Ministri delle finanze dei 19 Stati membri che adottano l'euro) è solo un organismo informale che si riunisce ai margini dell’Ecofin. Esso va reso autonomo e deve diventare la sede di gestione degli affari economici dei Paesi dell’Eurozona. A tal fine sono probabilmente necessari trattati specifici.

Ferma restando la necessità di tutelare i Paesi più piccoli, le decisioni dovrebbero essere assunte tenendo conto anche della dimensione dei diversi Paesi membri, senza diritto di veto, salvo che in casi specifici ed eccezionali.

La vicenda della Brexit dimostra il fallimento sin qui del processo europeo, nonché la necessità di un cambio di passo. Ora più che mai si sente il bisogno di aprire una nuova stagione costituente e democratica per l’Unione: la riforma del Parlamento Europeo, a cui vanno attribuiti poteri pienamente legislativi su materie strategiche come la politica estera, la programmazione e la realizzazione delle infrastrutture.

Gli indirizzi di politica economica vanno cambiati ed adeguati alla realtà attuale. Ora i rischi prevalenti sono la stagnazione, la disoccupazione, la sottoccupazione, la precarietà e la svalutazione del lavoro. La zona euro deve quindi adottare misure idonee a perseguire la piena e buona occupazione al suo interno, una crescita delle retribuzioni in linea con gli incrementi delle produttività, l’eguaglianza non solo delle condizioni di partenza, ma anche degli esiti finali. A tal fine si richiede una gestione unitaria, coordinata e differenziata delle finanze pubbliche dei diversi Paesi. Vanno quindi superati il Fiscal Compact e gli attuali meccanismi di sorveglianza macroeconomica, al fine di interrompere la politica del rigore e favorire gli investimenti.

Va iniziato un dibattito sui poteri e sul ruolo della Banca Centrale per pervenire ad una riforma del suo statuto. La BCE non può limitarsi al solo controllo della inflazione. Al contrario, nel contesto della stabilità dei prezzi, la BCE deve sostenere un regime di politiche espansive sull’esempio della Fed americana. Inoltre, l’Unione bancaria va completata. Occorre fermare e invertire il processo di balcanizzazione finanziaria che si è realizzato in Europa dopo la crisi, estendere la vigilanza bancaria per coprire nella stessa misura i vari sistemi bancari nazionali, valutare non solo i rischi di credito delle banche, ma anche quelli di mercato (strumenti finanziari derivati).

Una delle principali cause della crisi dei Debiti sovrani è stata la mancanza di un vero e proprio scudo di difesa dei titoli pubblici nazionali e dei relativi tassi di interesse da parte delle istituzioni europee. In uno Stato dotato di piena sovranità monetaria e di strumenti standard di politica fiscale le autorità competenti sono in grado influenzare le principali variabili economiche in base agli obiettivi che si prepongono. In un sistema economico a cambi flessibili quale è l’Unione Economia Monetaria, dovrebbe esistere un bilancio federale con proprie entrate e uscite e un Ministero del Tesoro autorizzato a finanziare eventuali disavanzi con l’emissione di titoli del debito pubblico federale. La BCE avrebbe la possibilità di intervenire sul mercato aperto acquistando o vendendo tali titoli, influenzando così il tasso di interesse, gli investimenti, le esportazioni, l’occupazione e i prezzi.

Il problema dell’UEM è che non esiste un bilancio pubblico federale. Le spese dell’UE ammontano a circa l’un per cento del PIL totale dei Paesi membri e sono interamente finanziate dai contributi degli Stati membri stessi. Non sono consentiti disavanzi e nemmeno la creazione di un debito pubblico europeo. Non esiste nemmeno un tasso di interesse federale sul quale la BCE possa intervenire. Esistono soltanto debiti pubblici dei singoli Stati sui quali la BCE può intervenire in modo molto limitato, per via dei vincoli posti dallo Statuto della Banca, dai vari trattati di Maastricht, ma soprattutto perché vi è l’opposizione politica di alcuni Paesi, in testa la Germania.

Per i tedeschi, il timore è che i singoli Stati, di fronte alla possibilità che la BCE monetizzi il deficit pubblico, siano indotti a indebitarsi oltre i limiti del Trattato di Maastricht.

Ora, da un lato, la mancanza di una spesa pubblica federale impedisce all’UEM di svolgere una politica di coesione e di sostegno alle Paesi più fragili dell’Unione; dall’altro, i limiti posti al mandato della BCE le impediscono di svolgere un’azione di contrasto agli attacchi speculativi sui debiti pubblici europei. Sinora la BCE ha messo in atto azioni e dichiarazioni di intenti che hanno impedito il default e una vera e propria crisi dell’euro. È stato il “quantitative easing” (programma di acquisto di titoli pubblici della BCE) a permettere alla BCE di contenere la crisi degli spread. C’è chi si lamenta del fatto che la BCE sia intervenuta in ritardo, ma occorre tener presente che in un’unione monetaria come l’Eurozona è più complicato raggiungere un consenso su soluzioni mai sperimentate prima e in condizioni di crisi, soprattutto quando alcuni paesi pensano che la crisi sia causata dal fatto che altri paesi non si siano comportati secondo le regole dell’area monetaria.

Il processo di armonizzazione fiscale, accantonato a favore dell’approccio liberista della concorrenza fiscale, deve riprendere, soprattutto per l’Eurozona, e per quanto riguarda la tassazione delle imprese e dei capitali e deve iniziare una lotta senza quartiere ai paradisi fiscali esterni, ma anche interni all’Unione come Lussemburgo, Olanda, Irlanda. Ma soprattutto, si deve superare il requisito dell’unanimità in materia fiscale. Va risolto a livello europeo anche il problema della tassazione delle imprese del web, realizzando proposte già avanzate e bloccate dalla esitazione di alcuni Paesi (tra cui la Germania).

Vanno introdotte imposte ecologiche, e modificati in questa direzione i prelievi sull’energia esistenti, compensando eventuali aggravi per i cittadini con bassi redditi.

Queste proposte potranno avere qualche possibilità di realizzazione solo se in Europa si supera il clima attuale di sfiducia e diffidenza reciproca. Ciò richiede che i Paesi più forti su cui si poggia la struttura europea riconoscano che vanno tutelati gli interessi di tutti i Paesi membri e che Paesi fragili come l’Italia evitino atteggiamenti puramente propagandistici e polemici nei confronti delle istituzioni europee tali da minare la fiducia dei nostri partner.