Il SudEst

Tuesday
Sep 22nd
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Sogno

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di IGOR SANTOS SALAZAR

Premo forte sui pedali della bicicletta mentre la pioggia batte sull'asfalto.

In fondo al rettilineo c'è parcheggiata una vecchia Fiat Ritmo granata. La sua presenza è una ventata di cosmopolitismo in un villaggio chiuso e decadente; un ricordo dell'estate in cui si vive nonostante il cattivo tempo. Mi alzo sul sellino e accelero, la macchina cresce in volume mentre mi avvicino. Riesco già a leggere la targa: Roma X73457, lettere arancioni e numeri bianchi si stagliano sul fondo nero.  Gastone e Pepi sono arrivati dopo un viaggio estenuante. L'Italia nel villaggio è un’idea che mi rende felice, nonostante i cliché che persino un ragazzo poco informato può avere sulle realtà di un paese lontano: tutta quella pizza, la nazionale azzurra e le belle donne. La passione per la storia e l'arte provocano in me una naturale allegria nel vedere quella scritta, Roma, in una zona dove Roma manca da troppi secoli.

Mi sveglio. Quest'anno luglio non è molto diverso da marzo, da novembre. Le gocce colpiscono con forza i vetri della camera da dove guardo oggi lo stesso villaggio del sogno. Colpiscono con la stessa forza con la quale colpivano le braccia di quell’onirico me che sentiva il sordo rumore dell'acqua sul manubrio. Colpivano con medesima ostinatezza anche i vetri di quell'altra camera, dai miei, dove passavo la maggior parte delle ore a casa, dove studiavo e dormivo, negli ostinati mesi che separano, da sempre, una estate dall'altra. Ricordo il libro di storia dell'arte e di come alzavo la testa dal cono di luce che illuminava la pagina con il San Giorgio di Donatello per guardare fuori, oltre le tende, verso la parete del palazzo davanti alla mia finestra che chiudeva ogni possibilità di svago allo sguardo invidiando lo sguardo altero della scultura.

Ancora pioggia, ancora Italia. Oggi, nel villaggio, non resta più nessuno. Qui Roma è svanita per sempre.