Il SudEst

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Sedile 24

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di IGOR SANTOS SALAZAR

Nove ore in treno da Vitoria a Santiago di Compostela (XI)

 

*** Continua con queste righe una serie di tredici puntate per raccontare un viaggio in treno da Vitoria, nei Paesi Baschi, a Santiago di Compostela, nella Galizia, che percorre buona parte del nord della penisola iberica ****

Finalmente, Galizia

Il treno continua a spingere, poco convinto, verso il confine tra León e Galizia, regione che si annuncia in una segnaletica che unisce il galiziano allo spagnolo, nonostante che si viaggiasse, già prima, attraverso paesaggi dove quasi nessuno usa lo spagnolo come veicolo principale per comunicare gioie, tristezze e altri momenti di vita. Il galiziano, insieme al dialetto berciano, sopravvivono qui nell'informale quotidianità delle persone più che nella prassi funzionariale delle insegne stradali. Questa ambiguità linguistica è anche geografica. Il treno entra in Galizia per uscire nuovamente nella provincia di León quando si passa dal Puente de Domingo Flórez (più semplicemente A Ponte, in galiziano), mostrando ancora l’artificialità dei confini con cui chi governa è costretto a mascherare l’orizzonte. Non vi è niente di naturale nei confini naturali.

Mi perdo in questi pensieri mentre la bellezza del Sil, stretto tra montagne, passa da profondissime gole indifferente alle linee amministrative tra regioni. Tre ore intere di viaggio, il tempo che un treno impiega per andare da Milano a Roma, non sono servite ancora ad attraversare quel continente che è la sola provincia di León, distesa tra Palencia, a oriente, e Orense, a occidente. Galizia ritorna poco più avanti, finalmente, senza più pentimenti, dopo tanti tunnel, quando si entra nella stazione di El Barco de Valdeorras (O Barco). La leggenda vuole che il nome giunga all'oggi dalla nave (barco) che in epoca romana serviva per attraversare il fiume. Qui la stazione è popolatissima e, per la prima volta in ore, tanta gente sale nella nostra carrozza. Siamo in una zona più popolosa e il treno, logicamente, riacquista la sua capacità di utile strumento per collegare le cittadine della comarca di Valdeorras, che si pregia di esportare nel mondo due prodotti così diversi come il vino e la lavagna. Queste merci non riuscirono a fermare, tra XIX e XX secolo, le necessità economiche degli abitanti di queste terre: in tanti partirono verso l'Argentina e Cuba, dove gallego è spesso sinonimo di spagnolo. Alcuni fecero ritorno arricchiti. La loro impronta è ben visibile non solo qui. Un po' dovunque nei villaggi natî degli emigrati di successo, posti in tutto il Nord della Spagna, senza differenze tra Paesi Baschi, Cantabria, Asturie e Galizia (in questo come in tanto altro), le palme e i palazzi signorili in stile eclettico e neogotico, dove si mescolano sapori del neo-regionalismo con echi di Viollet-le-Duc, sono i totem che ricordano la buona riuscita, per pochi, del sogno imperiale compiuto allo scadere dell'Impero spagnolo. Nei cimiteri del Cantabrico, guglie e angeli in pianto ricordano la fine dei giorni di questi indianos – così chiamati per la loro fortuna in America, ovvero nelle Indie… –  con lapidi dove, tra un emistichio e una rima forzata, si sottolinea la loro devozione da parvenu, la beneficenza regalata ai poveri compaesani, lasciata tra la pietà e il senso di colpa, quasi a voler pulire la coscienza nel ricordo dei traffici non sempre cristallini che spesso cementarono il successo delle loro avventure americane, oggi dimenticate.