Il SudEst

Wednesday
Sep 30th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Zubieta

Email Stampa PDF

di IGOR SANTOS SALAZAR

Siamo stati sfollati in fretta dal nostro bel palazzo di Zubieta.

 

Lo strappo è stato doloroso, perché alla secolare quiete custodita tra le sue mura si erano sostituiti il caos, le grida e l'incertezza e tu non c’eri più María, cara bimba nostra. Da quando sei partita abbiamo visto soltanto uomini nervosi e sentito spesso il gracchiare insopportabile della radio; la voce di metallo che sputava notizie che non capivamo: la guerra, l'avanzata degli eserciti. E ancora volti impauriti, il puzzo del tabacco ovunque e lo sporco che conquistava sempre più spazi della nostra casa. Nelle notti non riuscivamo più a sentire lo sciabordio del fiume Lea, sempre in lotta contro le onde quando la marea gonfia d'acqua il suo letto. Alle mani premurose si sono sostituiti i gesti bruschi. Nessuno ha avuto cura dei nostri ninnoli, i mobili, le cornici. Caricati quasi a forza su un vecchio camion avevo intravisto appena, da una fessura, i tre corpi della facciata del palazzo: le pietre annerite dal tempo, gli scuri rossi, l'erba e la ghiaia del cortile. Tutto ormai ridotto a ricordo. Sono convinta che non rivedrò più Zubieta, il Lea, i platani e i monti. Il viaggio a Bilbao è stato penoso. La strada ridotta a mulattiera dalla pioggia, i controlli dei militari ovunque. La fretta di tutti. L'arrivo a Bilbao non era servito a migliorare il nostro senso d'abbandono. La città era trasformata in un formicaio di divise e armi. Quanto lontani erano i giorni in cui la nostra quotidianità passava attraverso la buona società, le feste, la spensieratezza e la superficialità di comparire nel Blanco y Negro fotografati come persone a modo. Bilbao sembrava la capitale di un altro mondo, bianco e nero dalla paura e dalla fuliggine dei camini dell'industria e delle navi. Dove eri allora?

Nel porto nessuno conosceva cosa serbasse per noi il destino. Alcune voci dicevano che avremmo viaggiato ancora. Altre si perdevano tra bisbigli e silenzi. Un giorno vidi delle scatole di legno, maldestramente scritte: Governemen of EuzkadiDelegación de Euzkadi. Bayon. Confesso che mi fece più male leggere gli errori di ortografia della consapevolezza dell’espatrio. Tornavo spesso a quel pensiero, anche quando fummo lasciati nella pancia del Thurston, diretti in Francia. Nelle lunghe ore della traversata, ebbi modo di convincermi della barbarie presente ovunque, nella scrittura, nella radio, nelle città e nelle campagne. Nella guerra infinita che da secoli distrugge le nostre terre. Nel mio primo viaggio per mare imparai che l'onda non culla l'esule, lo mortifica con il ricordo della lontananza. Durango e Gernika erano state bombardate dagli italiani e dai tedeschi. Bilbao era caduta appena una settimana dopo la nostra partenza. Dovevamo pure sopportare il cinismo degli amministratori di morte, che si dicevano partigiani dei nostri interessi. Che interesse può avere chi parte se non quello di tornare? Eppure non torneremo.

Lo sbarco nel freddo, nonostante fosse quasi estate, e ancora camion e strade, uguali a quelli che lasciammo alle spalle ma con la paura declinata in altra lingua. Dicevano che saremmo giunti a Parigi presto (la scritta che storpiava Bayonne aveva storto anche la nostra destinazione) ma a noi interessava solo conoscere dove eri, María. L'ostinato silenzio ci avvolgeva ovunque. La capitale fu una tappa inutile del nostro vagabondare tra le promesse di coloro che lavoravano solo per salvare se stessi dal naufragio. Non volevamo essere simboli di nessuna propaganda, eravamo soltanto i muti testimoni di un tempo ormai esausto, finito, irrecuperabile, in un continente che guardava alla Spagna aspettando il proprio turno davanti al banco del macellaio. A noi non rimaneva che aspettare la fine. E la fine giunse quando avevamo perso ogni speranza. Un uomo diede ordine di portarci a Biarritz. La cittadina era allora un covo di spie, assassini, esuli, un crogiuolo delle peggiori razze allora al comando del mondo. A noi sembrò il paradiso perché eri lì. La nostra María era viva. Non ci fu allegria nell'incontro. Abitante precaria di un luogo ostile non potevi riprodurre Zubieta. La dolce armonia dei suoi volumi era perduta e tu eri stanca. L'altra guerra venne e passò, anche se le guerre non passano. Tu non avresti vissuto ancora a lungo, María carissima. Ma forse eri morta già prima di morire, quando ci separammo tanti anni prima accanto al Lea. Non ti biasimo. Neanche i tuoi nonni lo fanno. In tutto questo tempo ci siamo limitati a rimanere rinchiusi nel legno, ormai persa la speranza di essere nuovamente appesi nella parete di casa, nella nostra Zubieta.