Il SudEst

Monday
Aug 03rd
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Silenzio

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di IGOR SANTOS SALAZAR

Sorprende il silenzio. In piedi, nel giardino, guardo i campi distesi verso il mare.

Non ci sono i rumori che una volta furono. Non si sentono più gli zoccoli e i campanelli delle mucche, dei cavalli o degli asini in cammino verso i prati sempre accesi di un verde intenso. Non c’è più il cigolio delle ruote e degli assi dei piccoli carri dove si caricava l’erba, il mais o le patate. Manca del tutto, a qualunque ora, il trepidare della pietra contro il ferro delle falci. Toc, toc, toc, toc. Rumore metallico che assicurava lame affilate. Manca pure il puzzo della merda per strada, lasciata dalle tante piccole mandrie nel loro quotidiano spostarsi dalla stalla al campo e ritorno. Non c’è neanche il ronzio delle api. In un angolo, oggi sporco di foglie secche e coperto dai rami di alberi senza cura, c’erano le arnie. C’era il viavai continuo, disperato, degli insetti. C’era anche la voce che avvertiva il bambino di non avvicinarsi troppo. Di non dare noia all’esercito lavoratore.

Di tutto questo oggi non c’è più niente.

Di primo mattino tutto è silenzio nei campi. Verso il monte, dietro la casa, si sentono i motori. Una cadenza sostenuta sale dall’austostrada. A quel basso continuo si unisce il rombo saltuario di un automobile o di un autobus che muove sulla statale (la N-634) o che volge sulla strada che taglia in due il paese, reso oggi quasi irriconoscibile dalla corsa al mattone, dalla costruzione illogica di case e villette a schiera. Una più brutta dell’altra. Senza alcun collegamento con la pur povera architettura tradizionale (queste sono terre poco abituate al buon gusto). L’odierna volgarità nonsense è persino in grado di rendere meno ostiche allo sguardo le bruttezze degli anni Sessanta… Le case nuove incombono su altre case. Balconi che si affacciano su altri balconi. Mattoni, mattoni e mattoni che spesso servono soltanto a chiudere pareti di abitazioni vuote, come già vuote erano la maggior parte delle case antiche.

Se una delle vecchie api tornasse a ronzare sopra la mia testa, attorno alla casa, e uscisse verso il paese, faticherebbe a orientarsi, colpita dalla mancanza degli spazi verdi a cui era solita scendere. Non troverebbe conforto nemmeno salendo verso la chiesa, già devastata da una sedicente restaurazione che mise fine ai suoi ottocento anni di resistenza, nelle sue tradizionali vesti romaniche, ai venti del nord (il viaggiatore si chiederà a quale epoca risalgano gli enormi finestroni in finto gotico). Nella salita, a destra, faticherebbe a riconoscere la signorile torre della famiglia Torre; un gioco di parole deriso dalle costruzioni che l’affogano, tanto sorgono vicine ai suoi muri. Oggi la facciata seicentesca, una volta coronata dal blasone familiare, ha perso molta della sua austera bellezza, propria del secolo degli Asburgo minori. Qualcuno ha deciso di rompere i volumi originali e lanciare al cielo un piano tutto nuovo, di vetro e alluminio, modernissimo, tra il plauso del pubblico. E anche della critica.

Potrei allora consigliare alla mia vecchia, indaffarata ape di non continuare oltre, verso levante, in direzione contraria a quella che porta tanti pellegrini sulla rotta di Santiago resa oggi moda con la stessa naturalità con cui nessuno ha impiegato, negli ultimi secoli, questo Camino per raggiungere le spoglie dell’apostolo. Infatti, cara ape, dal villaggio al suo capoluogo, il borgo di Castro Urdiales, la strada non è lunga ma i campi sono sempre meno, anche lungo quel breve tratto. Forse non sai che ormai vi abitano 60000 persone. La vecchia città di Flaviobriga è cresciuta a dismisura…