Il SudEst

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Sedile 24

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di IGOR SANTOS SALAZAR

Nove ore in treno da Vitoria a Santiago di Compostela (X)

 

*** Continua con queste righe una serie di tredici puntate per raccontare un viaggio in treno da Vitoria, nei Paesi Baschi, a Santiago di Compostela, nella Galizia, che percorre buona parte del nord della penisola iberica ****

Ponferrada e il fiume Sil

16.15, San Miguel de Dueñas. La montagna si apre tra montagne più piccole, artificiali, formate da tante scorie del minerale ammucchiato nel tempo. Più avanti si intuisce già Ponferrada, capitale di El Bierzo. La città prende il nome del vecchio ponte di ferro costruito nell'XI secolo che permetteva (e permette) ai pellegrini di attraversare le acque del fiume Sil. Un bambino salito sul treno nella stazione di San Miguel urla rivolto verso il padre «guarda, il castello. Con le bandiere, come nei cartoni! È vero? Faranno un film? Mi porti?» L'uomo appena sorride senza saper a quale domanda delle tante pronunciate di corsa dovrà rispondere per prima. Mi guarda e alza le spalle, come cercando comprensione per la scelta di rimanere zitto. Eppure ha ragione il bimbo biondo, il castello è proprio come nei cartoni e nei film. Sembra finto così com'è, pieno di torri circolari e merli e ha, dunque, tutti gli ingredienti che servono a far decollare l'immaginazione: la fortificazione fu governata dai Templari grazie al loro accordo con i re di León e, dopo la dissoluzione dell'ordine dei monaci-guerrieri – niente retroscena complottisti, per favore, c'è un bambino che guarda –, venne ceduto a famiglie della nobiltà locale (ovviamente i Lemos), che colsero l'opportunità offerta dalle sue mura per rafforzare la loro signoria.

Contro le sue pietre si sono infranti tanti sospiri romantici, esalazioni soffiate su una visione della Spagna medievale rimasta nelle cartoline. Castelli e monasteri come borchie dove fissare le radici di un mondo opposto alla modernità in una piroetta che mai prende in considerazione la modernità che un tempo quelle mura rappresentarono. Questo cliché sbiadito è ancora presente nella prosa di tante guide e nel pensiero programmatico di tanti politici che, con le loro scelte sfuocate, continuano a frenare, con nostalgia ottusa, le possibilità di terre costrette a vivere tra l'evocazione di un passato che non fu mai e il turismo nella crisi del presente.

Padre e figlio scendono, noi ripartiamo. A Villadepalos si giunge all'acqua dopo ore di minerali. Scorre il Sil a sinistra, lento. La toponomastica in questi luoghi evoca storie nella poesia di un nome: Toral de los Vados nasconde da poco la vecchia denominazione del paese, Villadecanes, il villaggio dei cani, nome che sembra non piacesse agli abitanti del villaggio. E ai loro cani? Non sapremo mai la risposta perché all'antico toponimo si è preferito il decoro.