La Presa di Roma

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di ANTONIO FILICAIA- SIMONE DEL ROSSO

Tra passato e presente

 


 

La Presa di Roma del 20 settembre 1870 ha sancito l’annessione di Roma al Regno d'Italia e l’affermazione della laicità dello Stato, scindendo la doppia entità politica e religiosa dello Stato Pontificio.

In Italia, il primo statista a porre la questione della laicità politica è stato Cavour, ispiratore delle leggi Siccardi, in materia di abolizione dei privilegi del clero, e teorizzatore del paradigma “libera Chiesa in libero Stato”.

Roma era stata la chimera del Regno d’Italia a partire dalla sua proclamazione, il 17 marzo 1861: dal momento in cui quel composito aggregato di stati che occupava la penisola era divenuto un unico regno, Cavour in primis sentiva che mancava ancora qualcosa. Certo, la capitale era stata stabilita a Torino, ma Pio IX e l’antico Stato Pontificio continuavano a troneggiare sul Lazio, benché già decisamente ridimensionato dalle Guerre d’Indipendenza.

Cosa ha spinto prima Cavour e poi altri presidenti del Consiglio dei Ministri del Regno (tra cui Bettino Ricasoli e Marco Minghetti) a cercare degli accordi con la Curia pontificia per annettere Roma al territorio italiano?  Dobbiamo interpretarla come una questione ideologica, politica o di eredità storica? Probabilmente tutti questi elementi hanno contribuito, e forse è proprio per questo che la “questione romana” avrebbe costituito una dei temi di discussione più ricorrenti nel dibattito politico italiano del tempo.

Più volte, tra il 1861 e il 1863, il governo italiano ha cercato di trovare dei punti d'incontro con Pio IX relativamente all’annessione della città di Roma ai territori del Regno d'Italia, ma ogni volta le trattative naufragavano a causa dell’ormai cronica diffidenza del pontefice nei confronti del Regno unificato, e contribuiva enormemente a questo la presenza del “gendarme europeo” alle porte della città eterna: Napoleone III. L'imperatore francese infatti, quando era ancora presidente della Seconda Repubblica nel 1849, si era guadagnato la stima del Papa e l'alleanza con lo stato pontificio a seguito dell'intervento militare francese contro la Repubblica romana, guidata dai Triumviri Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Le truppe francesi, infatti, erano state determinanti nello schiacciare i ribelli repubblicani, e dopo gli eventi del 1849, che avevano addirittura costretto Pio IX alla fuga, il pontefice aveva ottenuto da Napoleone che un contingente francese restasse stabilmente nella capitale dello Stato Pontificio. Questo rappresentava un enorme problema per il governo italiano, il quale era disposto a forzare un po' la mano con la curia romana, ma al contempo era ben conscio del fatto che non poteva inimicarsi uno dei principali alleati dei Savoia, che durante le guerre d'indipendenza erano stati sostenuti dallo stesso Napoleone III contro l’Impero austriaco. Cosa fare dunque?

Uno dei primi risultati degni di nota ottenuti dalla diplomazia italiana è la Convenzione di settembre, firmata nel 1864 dai funzionari italiani in Francia e dall’allora Ministro degli Esteri francese, Édouard Drouyn de Lhuys: essa stabiliva che la Francia avrebbe ritirato le proprie truppe da Roma, e l’Italia si impegnava a non invadere lo Stato Pontificio. L’accordo, in realtà, non verrà mai realmente rispettato, in quanto Napoleone lascerà comunque un drappello di soldati imperiali a guardia del cuore del Cattolicesimo anche dopo il 1864, e da parte italiana non vennero ugualmente rispettate le clausole del patto, in quanto Garibaldi, radunato un esercito di volontari nel 1867, si lancerà all’assalto di Roma, venendo però sconfitto nella battaglia di Mentana.

La situazione appare quindi ancora impantanata nel 1870, quando, però, un evento riuscirà a sbloccarla: la Guerra Franco Prussiana. La nazione tedesca tutta (in senso più culturale che politico), uscita dal torpore e ritrovato uno spirito nazionale, decide di mettere in discussione l’egemonia francese sul continente europeo, e guidata dalla Prussia si scaglia contro Napoleone III. La sicura, forse superba Francia non si aspetta una forza militare capace di piegare la grandeur dell’esercito francese in pochissime battaglie. L’imperatore chiede aiuto all’Italia, la quale però rivolge le sue simpatie verso Bismarck e il Kaiser Guglielmo I. Napoleone decide di giocare il tutto per tutto, e ritira tutte le truppe francesi da Roma: è il momento che il governo italiano stava aspettando da nove lunghi anni.

Subito cinque divisioni dell’esercito italiano (agli ordini del gen. Raffaele Cadorna) vennero schierate ai confini dello Stato Pontificio. Vittorio Emanuele II scrisse una lettera a Pio IX, nella quale chiedeva, sostanzialmente, il beneplacito del Papa per l’occupazione di Roma: il pontefice rispose indignato che non era cosa degna di un re cristiano, ma l'anatema del Papa sembrò non colpire particolarmente Vittorio Emanuele, il quale ordinò l'invasione del Lazio l'11 settembre del 1870. Data la preponderanza dell’esercito italiano, il comandante generale delle truppe pontificie, il tedesco Hermann Kanzler, ordinò una ritirata verso la capitale, dove i suoi soldati si prepararono all’assedio. Nel frattempo, i centri vitali del Lazio (fra cui il porto di Civitavecchia) venivano rapidamente occupati e conquistati. L’assedio di Roma, in realtà, durò pochissimo: il cannoneggiamento italiano contro le mura aureliane iniziò all’alba del 20 settembre, e quando il sole era alto era già visibile una breccia nella cinta muraria a qualche decina di metri da Porta Pia. Subito vennero inviate delle truppe, che una volta giunte in città, ottennero la resa dei soldati del Papa dopo pochissimo tempo: Roma era ormai caduta, e l’anno successivo, secondo la legge n.33 del 3 febbraio 1871 sarebbe diventata la nuova (e definitiva) capitale d’Italia.

Nello stesso anno sarebbe stata varata la legge delle guarentigie, con la quale assegnava alla Chiesa l’usufrutto dei beni che sarebbero poi appartenuti alla Città del Vaticano, e si conferivano al Papa garanzie sulla sua indipendenza. Tale compromesso non fu mai accettato da Pio IX e dai suoi successori. Nel 1874 Pio IX emanò il Non expedit, con cui vietò ai cattolici italiani la partecipazione alla vita politica, che sarebbe stato eliminato solo nel 1919, con la nascita del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo.

Nel 1929, la legge delle guarentigie sarebbe stata superata dai patti lateranensi, che hanno istituito il cosiddetto principio concordatario, in base al quale lo Stato regola bilateralmente i propri rapporti con la Chiesa cattolica.

Il 20 settembre 1870 l’Italia ha imboccato la lunga strada verso una maggiore consapevolezza del ruolo della laicità dello Stato. Le vicende storiche e giuridiche di due secoli riecheggiano silenziosamente ancora oggi nell’agone politico, fino ad arrivare ad indirizzare le scelte politiche dei partiti e dei Governi su temi delicati e spinosi: il fine vita, l’aborto, la stepchild adoption la legalizzazione delle droghe leggere, il divorzio ecc. Tutte tematiche che dividono politici, opinionisti, cittadini credenti e non, tra quelli che potremmo definire “conservatori” e “liberali”, tra coloro che propugnano il valore della tradizione e coloro che credono nella piena libertà dell’espressione dell’animo umano. Un confronto dialettico e plurale che discende proprio dallo “strappo” del 20 settembre 1870.

Il nostro Paese, più degli altri Paesi europei, ha sempre riconosciuto nella Chiesa un’entità storico-politica di grande rilevanza, con cui è vitale interfacciarsi.  La Chiesa ha sempre rappresentato nella nostra storia un punto di riferimento culturale, politico, economico e spirituale senza eguali. Nonostante la nostra Repubblica non riconosca una religione ufficiale, nella Costituzione non è esplicitato il principio di laicità, a differenza di altri Paesi, come la Francia, che si professano apertamente laici. L’articolo 7 della carta costituente riporta: “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani".

L’influenza notevole sulla società e sui costumi, oltre che la presenza fisica della sede papale nel nostro Paese, di fatto, costituiscono un deterrente all’assunzione di posizioni radicali da parte dei partiti. Tuttavia, negli ultimi anni ci sono stati alcuni piccoli passi importanti.

Dalla legge 194 del 1978 sull’aborto alla legge sulle unioni civili del 2016. Queste leggi sono state ridimensionate e “depotenziate” rispetto ai disegni iniziali, ma costituiscono certamente una base su cui costruire, salvo volontà politica, le riforme e leggi tanto attese nel campo dei diritti civili e delle minoranze. Il percorso è ancora lungo.

D’altra parte, in questi anni Papa Francesco ha rivitalizzato il dibattito interno alla Chiesa cattolica sui dossier più divisivi e, al tempo stesso, impegnandosi a limitare l’intromissione della Chiesa in questioni politiche riguardanti i diritti civili, pur mantenendo una dialettica critica, serrata e senza sconti, difendendo le prerogative della dottrina cattolica.

Per il nostro Paese, dunque, è difficile parlare di una laicità tout court. Basti pensare alla presenza del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici, piuttosto che all’insegnamento della religione. Il cammino verso l’affermazione del principio “libera Chiesa in libero Stato” è ancora lungo, contraddistinto da fermate e ripartenze, rallentamenti e accelerazioni.

Quel che è certo è che nessuno dei principali partiti italiani sembra voler inserire tra le proprie priorità un’agenda per uno Stato più laico, democratico ed egualitario.

Quando, invece, come abbiamo visto, si tratta di un punto centrale della nostra storia.

Stato e Chiesa sono indissolubilmente legati, oggi come quel 20 settembre 1870.