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Dati OCSE: tra strumentalizzazioni e inutile sequela di dati

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di VALERIA BRUCCOLA

Nella confusione generale che regna sovrana nel nostro Paese, ormai da molto tempo,

 

di tanto in tanto emergono dati di qualche organismo sovranazionale che contribuiscono a creare una momentanea preoccupazione, fugace e poco funzionale se si pensa che i dati non dovrebbero essere che il pretesto per aprire, oltre ad un pensiero critico, un dibattito volto al superamento delle zone d'ombra  in un dato settore o nell'intero sistema. Nei giorni scorsi è stata la volta dell'OCSE che ha diramato una serie di stime che vedono l'Italia, ancora una volta, fanalino di coda in molti settori, specie in quello dell'istruzione e della formazione, a tutti i livelli, compreso quello universitario. Gli stessi dati, infatti, hanno messo in luce l'annosa sperequazione tra il nostro Paese e il resto d'Europa nelle percentuali di laureati, attraverso dati numerici che, sebbene parlino, sono forniti in maniera apparentemente asettica. Ma a noi cittadini, questi dati, cosa dicono in realtà? E la politica, di questi dati, che uso ne farà?

Su questo, vorrei quindi aprire una piccola riflessione, per condividere il sospetto che il troppo parlare di una cosa, qualsiasi essa sia, se non ha una ricaduta sulla vita sociale e civile, è sterile quanto fuorviante e che, senza una adeguata e opportuna spiegazione, ogni dato può essere letto in modo ambiguo o addirittura strumentalizzato. Non è certo una questione di lana caprina voler capire  a cosa servano le elaborazioni statistiche, specie se a farle sono organizzazioni come l'OCSE... Ma cos'è l'OCSE? Perché si ha la percezione che certi organismi siano degli inquisitori mentre la loro funzione dovrebbe essere quella di restituire informazioni per valutare e orientare le politiche nazionali?

L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha come finalità quella di migliorare le relazioni internazionali nella direzione dello sviluppo economico e dei mercati. La valutazione della formazione, quindi, dovrebbe rappresenta un parametro per capire le potenzialità di un Paese, in termini di professionalità di chi si sta affacciando al mondo del lavoro, il tutto però sostenuto da un'ideologia di fondo di stampo liberista e che pensa alle ricaduta sull'impresa. La valenza sociale di questi dati è totalmente ignorata, sia nella loro fase di elaborazione che, ancor peggio, rispetto alla possibilità che si possano utilizzare come strumento per programmare attività politiche compensative rispetto ad eventuali diseguaglianze territoriali all'interno del Paese, nonché per sollecitare investimenti che mettano il nostro al pari degli altri Paese europei. Le rilevazioni dell'OCSE, infatti, rivelano lo svantaggio nazionale sia nei riguardi della formazione preuniversitaria che nella percentuale di laureati, nettamente inferiore rispetto alla media europea. Rivelano, inoltre, che lo svantaggio ha una colorazione di genere, a discapito del genere femminile.

Ma nessun ragionamento viene fatto circa le cause di questo svantaggio, rappresentando così unicamente un Paese che non è all'altezza degli altri. La cosa quindi assume più i toni di un additamento che di una presa d'atto di tutte quelle questioni che denunciamo da anni e che, invece, vale la pena di ricordare: mancanza di investimenti sulla scuola, tagli strutturali progressivi, facoltà a numero chiuso, rette universitarie tra le più alte d'Europa. I dati raccolti, poi, sono tutt'altro che completi e non rilevano quella percentuale alta di giovani italiani che, recandosi all'estero per lavoro o per ricerca, arrecano lustro al nostro Paese, risultando tra i migliori in fatto di conoscenze e quindi valorizzati sul piano professionale.

Ma perché accade tutto questo, quali sono allora le finalità dei rilevamenti in questione? L'OCSE utilizza, come parola chiave “competenze”, tradotta dall’inglese “skills”, che ha il significato di qualifiche più che di conoscenze, con diretto riferimento a categorie del lavoro. Secondo l'OCSE, quindi, il problema italiano sta in“the skills mismatch”, cioè nel non allineamento tra domanda e offerta di “qualifiche”. Viene il dubbio, allora, che anche in Italia, dove questi dati non hann sollevato alcun dibattito critico, non importi molto del valore istituzionale della scuola, come strumento per garantire lo sviluppo della persona, né tanto meno di una Università accessibile a tutti e libera, dove poter seguire aspirazioni e coltivare capacità e inclinazioni, a tutto vantaggio dell'affermazione personale anche in termini di risultato, cosa che si rifletterebbe positivamente sia sulla cultura generale del Paese che sulla possibilità di dotare il Paese stesso di cittadini consapevoli, istruiti e capaci. Sembra invece che i dati OCSE, diramati con tanta solerzia e senza alcuna riflessione critica, vogliano avvalorare le scelte politiche attuali, volte a modulare la scuola sull'impresa e a contingentare gli accessi persino delle facoltà umanistiche, nascondendo ancora una volta la mancanza di risorse dietro una falsa dichiarazione di miglioramento e razionalizzazione dell'offerta formativa e delle risorse stesse.

A ben vedere, l'Italia avrebbe molti più vantaggi ad assumere i dati sopracitati per una revisione strutturale del sistema di istruzione, ma temo che invece li utilizzerà per avvalorare scelte nefaste e per la scuola e per l'università. Il fatto che non sia stato minimamente posto in discussione dal Governo e dall'attuale maggioranza politica alcunché delle politiche avviate ne è la dimostrazione.

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