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“Le mani dell’intellettuale”

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di ROSAMARIA FUMAROLA

La figura dell’intellettuale è da sempre accompagnata dal sospetto che la sua sia un'occupazione che,

 

prescindendo dalla fatica fisica, sia indiscutibilmente più leggera del lavoro svolto da un operaio o, ancor di più di quello svolto da un contadino. Non è infondo questa la ragione per la quale tutti i genitori preferiscono che i propri figli, attraverso il regolare conseguimento di un titolo di studi, evitino di vedersi ipotecata l'esistenza da un lavoro che li impegni e logori fisicamente?

Il lavoro dell'uomo  racconta senz'altro una lunga storia di affrancamento, di emancipazione dalla fatica del corpo, che pure è un modo, il primo, per conoscere e cambiare il mondo adattandolo a sé. Non è però l'unico, sebbene molti ritengano che la sola vera fatica sia quella che ci impegna fisicamente.

Quanti di noi non hanno sentito o usato nella propria vita, espressioni come “vai a zappare! “ rivolte a persone che, per una ragione o per un'altra, a zappare non ci sono mai andate? Un’accezione non dissimile è quella con cui ci si riferisce a taluni intellettuali parlandone come di individui chiusi nella loro turris eburnea ed incapaci di sporcarsi le mani.

Il contatto diretto con la realtà non ha mai fatto male a nessuno, ma mi domando se, per essere contro il razzismo, sia indispensabile aver lavorato nei campi di cotone dell’Alabama, fianco a fianco con gli afroamericani o se sia sufficiente averne ascoltate e lette le drammatiche narrazioni ed eventualmente registrate e diffuse.

Sì, ammetto di provare un certo fastidio tutte le volte in cui avverto che qualcuno dà cittadinanza al principio, peraltro razzista a contrario, che la verità non possa essere raccontata da chi non abbia vissuto di persona una certa condizione.

Il più delle volte, questo prescindere dal principio di libertà per voler imporre agli altri un punto di vista rigido, nasconde un tentativo di rivalsa di un gruppo o di un individuo su di un altro, per dar sfogo a proprie profonde e mai sanate frustrazioni  e ricorda le imposizioni autoritarie di certi patres familias che interpretavano l'autorità come il luogo nel quale esprimere tutti i propri istinti, senza mediazione alcuna.

Non vi è errore peggiore, nelle relazioni con gli altri, che interpretare un potere, piccolo o grande che sia, in siffatto modo e se è inaccettabile che ciò accada all'interno di un nucleo familiare, non lo è di meno su un piano non privato. .

Con ciò non intendo mettere in discussione il preziosissimo ruolo dell'esperienza diretta nella conoscenza del reale, ma solo sottolineare che il discrimine tra una causa buona ed una cattiva non può giocarsi su questo terreno e soprattutto che, non si può fare dello spazio delle relazioni un luogo in cui lasciar fluire indiscriminatamente il meglio ed il peggio di sé. È infatti da stupidi la convinzione di sapere ciò che per l'altro sia meglio e che tale meglio prescinda da ciò che l'altro è.

La sola morale che può trarsi dal comportamento di quanti amano vestire gli altri con abiti trovati nell'armadio della nonna (non importa di quale taglia) è che non sia nobile sporcarsi le mani e che sia senz'altro preferibile che a farlo siano gli altri, una concezione questa che, ad onta dei principi egualitari  a parole proferiti, non riesce a fare a meno della distinzione schiavi/padroni e della simpatia nutrita più per i secondi che per i primi.

 

 

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