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"La faccia che uno si merita"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

"Ahimè, dopo una certa età

ognuno ha la faccia che si merita".

Albert Camus "La caduta".

 

 


Camminiamo, guardiamo, sorridiamo, stringiamo mani, lavoriamo, sempre con la stessa faccia, anche quando sorridere significa esibire quei denti gialli di cui forse un po' ci vergognamo. Lo sapeva bene Oscar Wilde quando decise di scrivere "Il ritratto di Dorian Gray". La commedia greca e latina, ma anche la pittura rinascimentale, ci hanno peraltro restituito tipi umani caricaturali e ridicoli per il solo fatto di essere vecchi, per non parlare degli epiteti ingiuriosi di cui la lingua parlata è ricca e con cui si è soliti indicare persone anziane di entrambe i sessi (qui il problema del raggiungimento della parità di genere non si è mai posto!).

In realtà questo del rapporto che abbiamo con il nostro aspetto è un problema che non riguarda soltanto la relazione che siamo stati capaci di creare con la vecchiaia, ma in genere quella che abbiamo con tutte quelle "forme" che non ci è dato di scegliere e che però ci accompagnano come maschere fisse quotidianamente, senza mai abbandonarci, come ad esempio la bruttezza o la bellezza.

Albert Camus nel secolo scorso, affianco`all'aspetto fisico, ed in particolare quello che si ha da una certa età in poi, una responsabilità morale con quel suo "Dopo una certa età ognuno è responsabile della propria faccia", che fa dire al protagonista de "La caduta", con cui intese significare che sul nostro volto si imprimono le conseguenze di ogni scelta e tutte le motivazioni di ordine morale che le hanno determinate.

Il dilemma che si pone rispetto alla nostra faccia (che non può non essere, lo sappiamo bene, una maschera) è quanto essa ci rappresenti, perché, se la geniale osservazione di Camus pare risolvere la questione, non vi è dubbio che vi siano tutta una serie di vicende che lasciano tracce di sé nei nostri volti e nei nostri sguardi e di cui non sempre però siamo responsabili o di cui quantomeno siamo responsabili ma che non sempre abbiamo voluto.

Personalmente ritengo che abbiamo la faccia che abbiamo quasi sempre ad onta di noi stessi e di ciò che siamo nel profondo e che tra essa ed il nostro io più autentico si erga quel grattacielo di cristallo che è la nostra consapevolezza, che rifletterà sempre una luce spietata anche su ciò che non ci piace, senza che si sia in grado di evitarlo. Credo peraltro che sia la consapevolezza di questa frattura ed il disagio che ci procura e non la maschera in sé, a renderci personaggi ridicoli e grotteschi. E questo, a mio giudizio, vale per qualunque maschera, anche la più vicina a noi, che avvertiremo sempre come altro da noi.

Visconti ad esempio, nella trasposizione cinematografica di "Morte a Venezia" di Thomas Mann, ci presenta un uomo di mezza età, Gustav, che si innamora del bellissimo Tadzio e che fa di tutto per apparire più giovane agli occhi dell'amato ed ai propri, imbellettandosi e tingendosi i baffi ed i capelli. Già malato, Gustav morirà tuttavia sulla spiaggia del Lido di Venezia, sconfitto dal desiderio e tradito dalla sua maschera, mentre la tintura scura, sciogliendosi sotto il sole, gli righera`le tempie. La ricchezza, l'eleganza di Gustav non lo salvano dal ridicolo, ma il suo personaggio qualche riflessione la merita. Ad esempio, nel rapporto che ha con la sua maschera è senz'altro, come prima o poi tutti noi, perdente, eppure non v'è ragione, a ben guardare, per considerare ridicoli i suoi sentimenti, per considerare vergognosi i sentimenti di un uomo non più giovane.

In effetti, perché non riconoscere il  primato di quanto è, senza ombra di dubbio, più autentico in noi e cioè di quello che pensiamo o proviamo, rispetto a ciò che di noi semplicemente di si vede all'esterno? No, non è facile instaurare un buon rapporto con la vecchiaia e con la bruttezza, ma perché attribuire loro una connotazione morale? Perché i sentimenti di Gustav devono essere indegni e lui inevitabilmente colpevole?

A latere converrà ricordare che non solo i sentimenti, ma l'intera esistenza in vita di qualsiasi persona avanti con gli anni, viene oggi ritenuta  inutile, un peso di cui liberarsi il prima possibile, senza considerazione alcuna per come quell'uomo o quella donna abbiano impiegato i propri anni, né per il fatto che non esistono i vecchi, ma uomini e donne eventualmente vecchi e che ognuno ha una propria storia, che prima di essere giudicata indegna andrebbe ascoltata. .

Vorrei però in conclusione tornare ancora un momento sul protagonista di "Morte a Venezia". Se siamo eredi di una cultura che ha posto, a torto o a ragione, l'uomo e la speculazione sulla sua condizione al centro della civiltà, come mai  ci sfugge che vi siano cose nella nostra vita che se potessimo non sceglieremmo? Se avesse potuto scegliere davvero, Gustav avrebbe voluto essere ridicolo? O non è più verosimile pensare che vi siano scelte che facciamo quando non siamo liberi e che la parte migliore, quella più nobile di noi sta proprio nell' assumercene comunque  la responsabilità, perché sappiamo di essere stati capaci di scegliere anche quando non avevamo scelta? Credo che gli esseri umani vadano amati e di un amore folle proprio a cagione del fatto che tra ciò che sono e come appaiono e vivono esiste una frattura alla quale guardano, ma di cui non sono responsabili, "gettati a vivere" come sono, loro malgrado.

La grandezza di un essere umano sta nella consapevolezza di quella frattura e di tante altre e nella scommessa, sempre persa, di vivere comunque.

 


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