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"Allarme eroina?"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Mi capita di frequente di imbattermi in articoli che danno notizia dell’aumento dell’uso di eroina da parte dei giovani. Puntuale, qualcuno osserva che l’eroina

non si è mai mossa dalle strade ed in effetti è proprio così: nelle nostre città è sempre stato possibile trovare tutta la varietà di droghe e di sostanze psicotrope richieste/imposte dal mercato.

Affermare di trovarsi di fronte ad una nuova emergenza eroina non mi pare dunque appropriato e questo per una ragione banalissima: l’eroina, da un punto di vista chimico, presenta delle caratteristiche che la rendono meno gestibile delle altre droghe da parte di chi la usa, il quale in un arco temporale piuttosto breve, per assuefazione si vedrà costretto ad abusarne, fino al rischio della vita stessa. È questo ciò che da sempre differenzia l’eroina dalle altre sostanze: il numero dei morti tra quanti ne fanno uso ed è questo l’indicatore a cui dobbiamo guardare tutte le volte in cui parliamo di emergenza eroina.

Perché infatti vi sia una nuovo allarme, il numero dei morti deve essere in aumento (e non di poco) e questo non mi pare che sia ciò che sta accadendo, forse perché si è enormemente arricchita la varietà dell’offerta e ci si può “sballare” con sostanze che, a parità di intensità, consentono di non rischiare la vita. Mi pare ad ogni modo di capire che sia ristretto il numero di quanti il sabato sera preferiscono assumere un oppioide e che invece il suo uso sia per lo più destinato a giovani (e non solo) ai margini, il che non esclude che molti ve ne siano ma non in numero tale da costituire un’emergenza sociale.

Che però aumenti l’uso di tutte le droghe e l’assunzione di alcool è invece un dato fuori di dubbio anzi, credo che sia proprio l’alcool a costituire l’emergenza vera nel nostro paese.

Guardando poi ai giovani, ho la sensazione che presso di loro siano ritornati forti i valori tradizionali che sembravano, dal ’68 in poi, non appartenere alle nuove generazioni. Insomma, entità come la famiglia esercitano ancora un potere indiscutibile, svolgendo un ruolo di protezione nei confronti del mondo circostante. Questa tutela, anche e soprattutto economica, fa da detonatore ad ogni ribellione autentica e questo mi fa porre delle domande sulla capacità effettiva di questi giovani di crescere, di staccarsi da certe sicurezze che impediscono la conoscenza vera di ciò che si ha dentro.

La mia generazione considerava invece  la disobbedienza come un imperativo categorico, magari anche solo come strada da percorrere per aderire ad un cliché di moda all’epoca. Quella strada portava però molti all’incontro talvolta del tutto casuale con le droghe, che a quel tempo venivano usate attraverso un percorso che prevedeva prima l’uso di quelle leggere e poi di quelle pesanti. La strada di cui sopra terminava proprio con l’eroina, che decretava la fine di ogni progetto e aspettativa per il futuro e un appiattimento dell’esistenza all’esclusivo acquisto e consumo della sostanza. Mi preme sottolineare però, che la strada della disobbedienza, che da sempre consente agli esseri umani di sviluppare e rafforzare la propria individualità, è un valore autonomo e di tutto rispetto che solo per un tragico destino ha trascinato in un certo momento storico milioni di ragazzi alla morte in ogni parte del mondo. Insomma ribellarsi, mettere in discussione l' autorità, rimane ancora il solo modo per creare una realtà nuova. Nella ribellione vi è però anche una componente di crisi,  di vuoto, che è ineludibile e che viene vissuta e superata attraverso lo scontro.

È questa componente, ma non solo, che induceva negli anni ’80 e ’90 i più fragili a cercare un rifugio che né la realtà di quegli anni, né quella di qualsiasi tempo possono offrire e che invece l’eroina, per sua stessa natura, sì.

Che cosa è stata dunque l’eroina per la mia generazione? La capacità di adeguarsi ad una realtà nei confronti della quale non ci si sentiva adeguati, l’essere capiti senza la fatica di costruire un linguaggio che lo consentisse, il piacere fisico che prescindeva dalla presenza dell’altro per realizzarsi, insomma l’azzeramento del male di vivere che la realtà ambigua genera ed il cui valore è pressoché impossibile comprendere prima di una certa età. L’uso per così dire consapevole veniva poi  brandito come un’arma dai più estremisti, come prova del coraggio di andare, ahimè, fino in fondo.

Di recente mi è capitato di leggere un saggio nel quale l’autore scriveva che se avessimo coraggio assumeremmo tutti eroina. L'intento era  ovviamente provocatorio ma in sostanza, più che una presa d’atto e appunto una provocazione, l’autore a me è parso esprimere un legittimo interrogativo: se esiste una sostanza in grado di appagare la nostra mente, di farci felici, di darci piacere perché non usarla?

Proprio per tutte queste ragioni, ritengo io.

Ciascuno di noi ha una propria idea di felicità e di bellezza. Per me è l’aria della notte, il rialzarsi dopo una caduta, la responsabilità verso gli indifesi, leggere negli occhi di chi ti ama che per te darebbe tutto, per me questo è la bellezza. Ma conosco anche una bellezza che è impastata al dolore e porta nuove albe e per questo, per vedere tutte quelle albe e non una di meno, non rinuncerei mai al mio dolore.

 

 


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