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“Numismatica della felicità (o quasi)”

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Esiste qualcosa di veramente gratuito nella vita degli esseri umani?

 


Certo, nelle loro accezioni più nobili l'amore e l'amicizia sono sentimenti senz'altro gratuiti, così come vi sono  persone capaci di gesti che non pretendono nulla in cambio, ma tuttavia, se immaginassimo di non poter contare sull'amore incondizionato di qualcuno e di non, poter disporre che delle risorse sufficienti a garantirci la sola nostra sopravvivenza, di non poter passeggiare per le strade della nostra città acquistando ciò che ci piace, di andare a cinema o viaggiare e fossimo dunque in una condizione di emarginazione in un mondo governato dalla sola legge dell'economia, cosa ci resterebbe da fare per essere felici? Ben poco o nulla. Ci rimarrebbe infatti solo la possibilità di ridere della nostra condizione, che non significa, né significherà mai, superarla, ma che ha comunque qualcosa di salvifico, che può consentirci di sopportare situazioni di grande difficoltà.

Ci resterebbe dunque soltanto l'ironia, questo binario sempre parallelo alla vita degli uomini, che li accompagna soprattutto nel paradosso, a patto che siano in grado di farne uso ed il suo uso migliore, quello più nobile è proprio nella tragedia, nella quale dovranno però astenersi dal chiederle di sollevarli dal dolore ed accettarla per quello che è: un valore aggiunto autonomo che vuole essere considerato tale, incapace com'è di far da servo a  qualcosa o a qualcuno. L'ironia è infatti l’ultimo baluardo, l'estrema difesa dal proprio dolore, o per taluni, da sé, inespugnabile da chicchessia è impalpabile e senza peso, non compra nulla e non sfama le genti è poco più di un fantasma, ma è insopprimibile.

Ed è una moneta che abbiamo sempre in tasca, persino nella malattia, nostra o di chi amiamo e che è in grado di riequilibrare le sproporzioni più macroscopiche.

Non lascia spazio al commercio ed alla prostituzione: chi la esibisce, partendo da sé senza infingimenti e ridendo di sé, si mostra disposto a ridere con tutti gli altri di ogni cosa.

Ed è questa la regola aurea di chi si serve dell'ironia, essere disposti ad irridere sé stessi.

È un po’ come se chiedessimo a qualcuno di darci i suoi danari: è piuttosto improbabile che costui ce li affidi per il sol  fatto che glieli abbiamo chiesti, tuttavia, il mettersi in gioco per primi, sgombra  il campo da qualunque resistenza.

È proprio questo che fa dell'ironia un bene senza proprietari, disposto ad essere usato ma mai posseduto, come un albero dal quale si raccolgono i frutti, da gustare  poi assieme. Non esiste, nella mia esperienza, uno strumento più democratico ed egualitario dell'ironia: laddove si  sia riso assieme, la giustizia si è realizzata senza la necessità di altre pretese. Ad essa è riuscito ciò in cui il comunismo ha fallito: farci uomini uguali. Attraverso di essa si riceve esattamente ciò che si dà, si può persino godere di diritto di cittadinanza nel cuore di coloro che incontriamo sulla nostra strada e ciononostante, rimane un'arma spuntata, una spada di carta, che non fa vincere battaglie, ma che fa di noi dei semplici Don Chisciotte, dei personaggi tragici  che avvertono l'ingiustizia ma che, per loro natura, sono incapaci di sottrarvisi ed indagarne le ragioni più profonde. L'ironia è l'ultima trincea prima della sconfitta, la Fortezza Bastiani, l'avamposto inutile eppur fortezza, contro la sola battaglia che a ciascuno di noi rimane rimane sempre da combattere: quella contro noi stessi.


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