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Jan 22nd
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"La crisi per alcuni"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Non è difficile incontrarlo in un discount oppure ad una cena a casa di amici.


Lo si troverà in abiti di note firme della moda di qualche anno fa, impegnato a mimetizzarsi, a non far trasparire l'affanno quotidiano del far quadrare i conti, girone dantesco in cui è intrappolato ogni giorno, ogni ora, ogni minuto che vive.

È caduto sotto i colpi della crisi ed è preso dalla rabbia di vedere taluni suoi concittadini godere di una ricchezza che, a suo avviso non meritano. Ed allora ne coglie i difetti,le piccole debolezze e le stigmatizza, dimostrando la sua incapacità di elaborare il dolore, l'assenza di dignità che la povertà gli ha regalato di essere lucido, di non lasciarsi andare all'odio senza freni, che lo prende di fronte alla fortuna ed alla felicità altrui.

Quest'uomo non suscita simpatia e non la suscita perché non ha l'apparenza del ricco, che troppo spesso riscuote consensi senza nulla aver fatto, se non appunto, l'essere ricco.

È inoltre troppo impegnato a rimestare nel calderone del suo astio, per essere capace di qualsivoglia forma di gratuità.

Ecco, quest'uomo non è capace di gratuità, ma soprattutto nemmeno di una sana ironia che gli permetta, per un attimo di allontanare da sé la meschinità propria e della condizione umana.

In effetti il borghese sfigato non ha talento per nulla.

La sola cosa che avrebbe potuto farlo brillare sarebbero stati i soldi, ma lui non ne ha, o non li ha più e lui non era una compagnia interessante nemmeno durante gli anni del suo massimo fulgore, non avendo niente altro da spendere che non fossero appunto i soldi.

Attaccato così al costoso paio di scarpe che cura più di un figlio, dimostra tutta la bassezza di chi non conosce altro che le cose, sebbene delle stesse, come degli esseri umani d'altronde, sia incapace di cogliere l'anima.

Lui si difende dall'accusa  sostenendo che cura quelle scarpe perché, quella pregiata fattura, ne possiede solo un paio e dice il vero, se non fosse che questo non riesce a fargli guadagnare un minimo di simpatia in chi lo ascolta, perché a sopperire ai limiti propri e della quotidianità può venirci incontro la cultura, ma il borghese sfigato non ha coltivato la cultura e nemmeno le buone maniere.

Si considera e giustamente, un incolto ed ammira tutti i professoroni, neri o rossi, solo perché hanno qualcosa che lui non ha e che perciò non conosce.

È questa la ragione per la quale si affida politicamente a quel soggetto che gli pare coltissimo, non riuscendo concretamente a valutare il peso di chicchessia.

È per questo pericoloso.

Il borghese sfigato mantiene la spocchia della classe a cui appartiene, che non vede, non ama e non lotta per niente altro che i soldi: non la religione, così astratta, con divinità che né si vedono, né si mangiano, non la politica come prassi civile ed etica.

Insomma, il borghese sfigato appare sempre come l'animale perdente delle favole di Esopo: soggetto a poche leggi, tutte istintive, delle quali si lamenta perché le subisce, ma incapace di elaborare un sistema valoriale migliore, non essendo lui migliore di colui che col tacco della violenza lo costringe a subire il peso della sua forza.



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