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Il mio amico Mauro Rostagno

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di DINO ANGELINI

Ho conosciuto Mauro Rostagno a Trento, dove entrambi ci eravamo iscritti nel ‘63-’64 alla neonata facoltà di sociologia: la prima in Italia, nata solo nell’anno accademico precedente, e all’epoca non ancora riconosciuta dallo Stato.


All’inizio Mauro veniva a Trento solo per dare gli esami. Arrivava con Albertelli (che poi sarebbe diventato docente proprio a Trento); entrambi prendevano un trenta o un trenta e lode e ritornavano a Milano. Noi frequentanti li guardavamo ammirati, ma non sapevamo nulla di loro.

Poi l’anno successivo Mauro si trasferì a Trento e cominciò a frequentare il bar degli studenti in piazza Duomo: si piazzava di fianco al flipper e osservava (invidioso, ci dirà poi) i virtuosismi e gli scuotimenti con i quali gli studenti più bravi “comandavano” la macchina ottenendo punteggi stratosferici.

Al bar Giannina ci passavamo praticamente tutto il tempo in cui non eravamo a lezione, a cazzeggiare fra un panino farcito e un’ombra di bianco o di mézz e mèzz: quell’ombra che poi, qualche anno dopo, si rivelerà un importante passaporto per potere parlare “da pari a pari” (diventammo degli inguaribili operaisti) con gli operai della Michelin o della Sloi. La padrona, Giannina, ci voleva bene e ci faceva credito.

Appena arrivato a Trento mi ero iscritto allo Psiup. Ero stato il primo studente a iscriversi al partito, e solo in base a questo “merito” entrai subito nel direttivo provinciale. Avevo cominciato a fare tesseramento fra gli studenti. Giravo con il mio blocchetto e mi parve logico chiedere a Mauro se voleva iscriversi alla Fgs-Psiup.

Lui accettò, e fu allora che scoprii che era di sinistra e che, giovanissimo, a Torino aveva già militato all’interno dei Quaderni Rossi. Nel giro di pochi mesi diventò il nostro leader sia nel partito che nell’Ugi (l’associazione degli studenti di sinistra); ma soprattutto il nostro modello.

Eravamo un po’ tutti secchioni (“ci cibavamo di libri”, come dirà poi in una famosa intervista alla Rai in occasione del ventennale del ‘68), ma a partire dalle discussioni con lui molti di noi cominciarono a nutrirsi di altri libri: i classici del marxismo, ma anche i marxisti più eterodossi, i cinesi e i cubani. E poi Marcuse, i francofortesi, i pensatori europei e americani più radicali, gli intellettuali italiani che scrivevano su Quaderni Piacentini e sulle altre riviste di sinistra di quegli anni: Problemi del socialismo, Nuovo impegno, Giovane critica, la Monthly Review di “Sweezy – Baran \ Sweezy – Baran Aleppe” (quello di storpiare tutti i nomi era un nostro vezzo), eccetera.

Cominciammo a farlo senza che da parte di Mauro ci fosse alcun atteggiamento prescrittivo nei nostri confronti: non era nel suo stile. Altrettanto faceva con i suoi punti di riferimento milanesi e torinesi: i nostri coetanei di Falcemartello e i più anziani Stefano Merli ed Edoarda Masi, ma soprattutto Pino Ferraris che veniva spesso a trovarci a Trento. Tutti al di fuori di ogni ufficialità.

Impresse una svolta radicale alle lotte studentesche, così come a quelle operaie in città. Le tre occupazioni lo videro protagonista: la prima dell’inverno 1966 per il riconoscimento del titolo di studi in “sociologia” (fino ad allora non compreso nell’ordinamento universitario italiano); la seconda, del novembre dello stesso anno, per la definizione di un piano di studi “scientifico” e non asservito alla Maranini-Miglio, cioè ai baroni di giurisprudenza; e infine la terza, quella più nota del ’68.

La critica alle vecchie forme della rappresentanza, che era implicita in queste lotte per impulso di Mauro e di altri studenti di allora (ricordo fra tutti l’amico Checco Zotti, che poi diventerà direttore di Lotta Continua e che oggi purtroppo non c’è più), fin dall’inizio divenne una pratica gioiosa e leggera dove ogni gesto – anche il più grave e solenne – si stemperava in un’atmosfera che lasciava trasparire un gusto per le cose belle della vita, mille miglia lontano da quelle che poi saranno le tristi liturgie dei gruppi extraparlamentari.

Un episodio tra tutti, che segnò fra l’altro il battesimo di Mauro come leader studentesco: c’era stata una scissione tra i cattolici dell’Intesa (nel ’65, credo). Una parte di loro, che poi insieme a noi di sinistra occuperà per la prima volta la facoltà, stava per fondare un nuovo gruppo.

Arrivò da Roma Covatta (per noi: Scovàssa) a nome dell’Unuri (cioè del parlamentino studentesco nazionale) per cercare di ricucire. Chiese di incontrarci separatamente. Quando arrivò da noi dell’Ugi prese a parlare dei massimi sistemi per una mezzoretta finché Mauro, toccandosi nervosamente gli occhiali come faceva sempre quando stava per parlare, lo interruppe con queste parole: “Beh! Adesso basta con queste cazzate!”. E Scovàssa tornò a Roma a mani vuote.

Lo stesso clima ben presto si diffuse nelle lotte operaie e – direi – per tutta la città, che rimase sconvolta da questo ciclone. Partimmo nel ’65 con un’inchiesta tra gli operai della Michelin, della Sloi e delle altre aziende medio-grandi di Trento e provincia. E cominciammo a partecipare insieme alla Fiom e alla Fim alle lotte operaie inventando sul campo quella alleanza operai-studenti che poi diventerà una componente del ’68 italiano. Riuscimmo perfino a mobilitare i contadini! Cosa fino ad allora inimmaginabile in una città bianca come Trento.

Il tutto sul piano della leggerezza, dell’allegria, dell’informalità e dell’assoluta gratuità. Della leggerezza che si instaura al di fuori di ogni orpello burocratico; dell’allegria e della fratellanza che nasce dalla condivisione con gli amici di ogni aspetto della vita; dell’informalità che caratterizzava ogni incontro e ogni scambio, anche il più importante e asimmetrico; della gratuità che proviene da una partecipazione totalizzante e appassionata, ma  assolutamente priva di calcoli sul “dopo”.

Qualcosa di unico, cioè, che non può essere sovrapposto a ciò che poi fu la militanza politica nei gruppi e che – da quel che ho capito – poi Mauro cercò di riproporre, creativamente, laddove gli capitò di vivere e operare.

Mauro in seguito è diventato un eroe civile, che col suo coraggio non è arretrato di fronte alla mafia e ai poteri occulti che l’hanno ammazzato, come dice ora una sentenza arrivata troppo tardi.

Ho voluto ricordare il suo periodo trentino innanzitutto per testimoniare come a mio avviso non ci sia sostanziale discontinuità tra il Mauro di Trento e quello di Milano, di Palermo o di Trapani. Ma soprattutto per dire che per me, che ho avuto il privilegio di conoscerlo, Mauro è stato un po’ uno strano fratello maggiore, un po’ uno stranissimo genitore: uno di quelli dal quale – direi – diventa superfluo emanciparsi, proprio perché lui non ha mai preteso di essere un modello.

Ma più di ogni altra cosa un mentore: cioè una di quelle figure capace di s/centrarti, di farti deviare dalla prevista via e di trovare dentro di te quella parte più vera, più autentica di cui non avevi contezza e che lui, senza darlo a vedere, ti ha aiutato a riconoscere.

Questo lui è stato per me e – ne sono sicuro – anche per molti di coloro che hanno avuto la fortuna di diventare suoi amici nella sua breve vita. E continua ad esserlo: grazie Mauro!

 

 

(già pubblicato su 24Emilia.com il 25.5.14)