“Il buonsenso e la famiglia secondo Salvini”

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di ROSAMARIA FUMAROLA

È cosa piuttosto frequente accendere la tv e sentire il nostro Ministro degli Interni Matteo Salvini,

 

parlare di difesa dei confini italiani e di difesa della famiglia, in un momento storico, quale quello che viviamo, in cui il concetto di confine e di famiglia appaiono piuttosto sfumati ed inconsistenti. Si potrà ascoltare il leader della Lega, ad esempio, così commentare la recente entrata in vigore della legge di riforma della legittima difesa, da lui fortemente voluta: ”Usando il buonsenso di una persona normale, non di un genio, sarò pure libero di difendere la mia famiglia da chi mi entra armato in casa? “.

Non è mia intenzione in questa occasione entrare nel merito della delicatissima questione del diritto alla legittima difesa, né riflettere sul concetto di genio e normalità proposto da Salvini, su cui pure molto ci sarebbe da scrivere, ma spendere due parole sull'uso di espressioni quali “buonsenso” e “famiglia” da parte del ministro.

È legittimo infatti, domandarsi cosa intenda per “buonsenso” ed anche io ed a più riprese, me lo sono chiesto, senza tuttavia giungere ad una risposta precisa, poiché basterà rifletterci per qualche secondo per capire che il buonsenso, nell'accezione salviniana del termine è un mare magnum che contiene tutto ed il contrario di tutto ed è perciò pericoloso.

Il buonsenso di Salvini non può infatti non fare il paio con la “zona grigia” di Primo Levi, quella zona cioè, alla quale l'autore di “Se questo è un uomo” riteneva che appartenessero la stragrande maggioranza degli aguzzini nazisti, non per forza nati per realizzare il male o con istinti sadici, ma che comunque agivano il male. Concetto questo ampiamente riaffermato peraltro, anche da Hannah Arendt nei suoi celebri scritti.

Analogo discorso potrà farsi per il concetto di famiglia. Cos’è infatti la famiglia di cui parla Salvini? Ma soprattutto esiste la famiglia di cui parla?

L’idea di famiglia che sembra avere a cuore è un'idea paternalistica, nella quale campeggia  un capofamiglia che deve occuparsi della sua difesa: un concetto d'altri tempi che ha dimostrato la sua inadeguatezza sostanziale, fondandosi su una presunta ed assoluta forza granitica dell’uomo e su un’altrettanto presunta ed assoluta debolezza caratteristica della donna.

Qualcuno potrà far notare e ne avrebbe ben donde, che oggi ad occuparsi da ogni punto di vista di ciò che Salvini chiama “ famiglia” è spesso la donna. A questo qualcuno farei a mia volta notare che nella sostanza è quasi sempre stato così, sebbene da un punto di vista  formale e di facciata sia stato impossibile scardinare il presunto ruolo di maggior peso che si riteneva un uomo dovesse avere, come se tale maggior peso fosse tipico di un sesso e non del carattere, di una specifica personalità maschile o femminile che sia. Un certo ruolo può pertanto essere detenuto esercitando un potere che non sempre coincide con un’autorevole forza.

Personalmente ritengo che un'idea paternalistica della famiglia faccia torto all'uomo, che, in ragione di essa dovrà rinunciare a pensare a sé stesso come ad un individuo capace di essere anche fragile e quanto ai torti che tale concezione produce nei confronti delle donne, sono stati e sono ahimè, sotto gli occhi di tutti, attraverso le notizie che i media riportano quotidianamente e che riguardano le violenze perpetrate contro mogli, madri, fidanzate da parte delle figure maschili che più sono loro vicine.

In conclusione, il concetto di famiglia che sta a cuore a Salvini non esiste e forse non è mai esistito. È soltanto una favola e quasi mai a lieto fine, che lui ed i suoi sodali si raccontano e che riconferma il principio che, se è vero che “cumannari è megghiu di futtiri”, che gusto c'è a vivere se non hai nemmeno una moglie da sottomettere?

 


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