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"Una difesa del materialismo"

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di ROSAMARIA FUMAROLA

Quando pensiamo agli esseri umani riconosciamo tutti quanto, in termini di significato, siano in larga parte legati a ciò che chiamiamo vita. Il loro tempo, i loro giorni si declinano, si adagiano infatti, su quel famoso fiume che scorre, sul nastro cioè del mistero dell'esistere. Parrebbe una considerazione al limite del banale e di fatto lo è, se non fosse che, a complicare tale banalità interviene una prerogativa legata a doppio filo alla vita stessa e cioè il vedersi vivere, il guardarsi mentre si vive.

Quindi, quando parliamo degli uomini, dovremmo legare il significato della parola a questa facoltà: l'essere umano è tale perché è capace di guardarsi mentre esiste ed è questo che prima di ogni altra cosa gli consente di orientare il tempo a sua disposizione.

Eppure l'uomo, mentre si osserva vivo, crede di farlo in modo non condizionato e crede che i suoi occhi siano un semplice strumento, un mezzo distaccato. Le cose non stanno così: il guardarsi vivere presuppone anche un raccontarsi vivere. È in quel racconto che esercitiamo tutto il nostro potere, la nostra capacità di influire sul reale, perché il racconto in effetti presuppone il guardare, ma non garantisce tanto il vedere la vita, quanto il creare la vita. Ma allora la vita non esiste in sé? Ne siamo noi i soli creatori? Ovviamente no. L'uomo narra ciò che crede essere la vita, in questo è la sua creazione. La vita non la si guarda infatti mai per ciò che è, ma solo per ciò che crediamo essa sia. Siamo in sostanza ciechi, incapaci di definire le cose, proprio perché non le vediamo, ma sappiamo di dover provare a darne una definizione, che, non potendo avere alcuna riprova, finisce con l'essere arbitraria come lo è lanciare i dadi e scommettere all'infinito. I numeri di volta in volta apparsi sono la sola cosa che possiamo chiamare esistenza.

Esemplificato così il rapporto dell'uomo con la vita, parrebbe facoltà assolutamente inutile e priva di senso, eppure se bendassimo qualcuno e gli imponessimo di organizzare il proprio tempo senza mai liberarsi della benda che gli copre gli occhi, costui imparerebbe ad immaginarsi il mondo fuori di sé nella misura necessaria al soddisfacimento dei propri bisogni. Saprebbe dove cercare acqua, cibo, dove dormire e dove trovare cose a lui indispensabili senza tuttavia essere capace di sapere esattamente cosa sia il mondo che lo circonda nella sua globalità, nell'assolutezza di cui pure avverte il bisogno. Tutto ciò che è assoluto non gli appartiene ma può immaginarlo ed in questo suo esercizio è stato in grado di regalare ai sui simili mirabili "prodotti", di creare civiltà capaci di evolversi e migliorare le condizioni dell'esistenza e del sopravvivere, prodotti come la letteratura, la filosofia, la matematica, la religione. Tutto questo senza mai uscire dalla propria dimensione, capace solo di essere relativa a qualcosa, che in opposizione ne immagina una assoluta, ma che sa di non poter conoscere e definire qualcosa che lo contenga.

Da un principio non dissimile da quello che ho descritto il filosofo tedesco Feuerbach nell'ottocento tentava di dare una spiegazione alla necessità dell'uomo di creare religioni e divinità a cui credere. Il suo pensiero è il fondamento del materialismo marxiano. All'interno della sua filosofia hanno trovato spazio concezioni ed opere di artisti e pensatori eccezionali, la cui grandezza non ha bisogno di alcuna patente per giustificare sé stessa. Il legame tra materialismo e comunismo, possibile ma non sempre necessario, ha fatto sì che si ritenesse obsoleto il primo, in ragione degli errori storici del secondo e che si cercassero altre strade per definire l'uomo.

Personalmente sono sempre ben disposta verso qualsiasi nuova lettura dell'umano e della sua storia, tuttavia non mi pare di vederne alcuna degna di tacitare la lezione di Feuerbach e del materialismo in generale. Filosoficamente e politicamente mi pare solo un vuoto quanto inutile mescolio di carte, peraltro le solite, che però tanti ritengono necessario fare pur di negare il valore di scuole di pensiero a tutt'oggi insuperate o addirittura insuperabili. Ma forse anch'io, formatami in anni in cui certe lezioni avevano ancora un senso, finisco per considerarne il valore come assoluto mentre invece è, come ogni altra cosa, solo assolutamente relativo. O no?


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