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Se la propaganda prende il posto della cultura democratica

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di MICHELE PETTINATO

Cosa resterà di questa campagna elettorale che, lentamente, ci sta portando al voto del 4 Marzo?

 

 

Se volessimo utilizzare un’immagine, potremmo paragonarla all’eco di una voce gridata che perde progressivamente la sua forza, fino a disperdersi ed annientarsi completamente.

Queste politiche attestano in maniera definitiva la scomparsa di ogni pensiero riconducibile ad una filosofia politica. Se nella destra di Berlusconi, Salvini e Meloni, i rigurgiti di intolleranza e razzismo hanno decisamente preso piede rispetto a quel pensiero liberale che in passato aveva offerto il suo contributo a livello costituzionale, il centrosinistra appare quanto mai smarrito, diviso e, soprattutto orfano del suo popolo. E se il Movimento Cinque Stelle prenderà sicuramente consensi da sinistra a destra, resta tutto da capire come si potrà raggiungere l’obiettivo della governabilità.

In questi mesi, messa da parte qualsiasi volontà di dare forma ad un confronto politico in grado di lasciare il segno, si è preferito gridare, barcamenarsi in promesse poco credibili, dare la colpa agli immigrati e rinchiudersi nei palazzi del potere. Oppure, come hanno fatto quelli del PD, raccontare un paese che non esiste nella realtà dei fatti.

In questi anni, infatti, è aumentato il numero dei poveri, è aumentata la distanza tra redditi alti e redditi bassi. Secondo una recente indagine dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile che raccoglie più di 180 istituzioni e reti della società civile, rispetto al 2010 è cresciuta la povertà, anche rispetto alla possibilità di poter usufruire di cure mediche. Sul tema del lavoro, la riforma del PD, con lo sregolato aumento di contratti a termine, non garantisce proiezioni di stabilità e sicurezza per il futuro. Infine, sul tema ambientale, sempre secondo questa indagine, la qualità della vita è notevolmente peggiorata.

Su questi temi, la campagna elettorale messa in campo dalle forze politiche, non è stata in grado di indicare agli elettori uno scenario credibile. E quando un paese non riesce più a riflettere in maniera seria sul suo futuro, tutto diventa più difficile.

In questo scenario rientra pure quella “Questione morale” ancora irrisolta che ancora investe il mondo della politica. La corruzione è ancora un bubbone che attraversa la penisola da nord a sud e la classe politica è ancora responsabile di questo inaccettabile clima che mortifica qualsiasi dibattito sul futuro del paese.

I giovani, intanto, guardano. Molti di loro sono completamente disorientati su chi votare, disinformati nel senso più profondo del termine. Da quando la politica ha rifiutato di essere formatrice, costruttrice di cultura e non solo di consenso, il panorama del pensiero è divenuto quanto mai oscuro e di difficile lettura.

Dove manca la cultura, fioriscono i populismi e la becera propaganda. Qualcuno protegga i nostri giovani da questa ondata di nichilismo culturale che rischia di affossare per sempre il loro talento critico, quello che si trasforma in impegno per la società attraverso la politica. Quest’anno, per la prima volta, voteranno i nati nel 1999. Inevitabile, con la mente, andare ai ragazzi del 1899 che cento anni fa si trovarono a combattere una guerra ingiusta e crudele. I ragazzi di oggi, guardino i volti di quei giovani, vittime di una cultura della guerra che li privava del loro diritto al futuro.

I ragazzi di oggi, sappiano allora dare il giusto valore a quel diritto e dovere al voto ricevuto in eredità dalla democrazia, lo strumento irrinunciabile con cui costruire il domani e che deve essere continuamente difeso, anche e soprattutto dai giovani. Perché la democrazia è ancora l’unico rimedio che pone fine alle disuguaglianze.