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Turati e lo psicoanalista

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di NICOLA COLONNA

Intervenendo di recente su “Repubblica”, Massimo Recalcati, insigne psicoanalista di scuola lacaniana, si è voluto cimentare con un’analisi in chiave psicoterapeutica delle divisioni che affliggono la Sinistra. Mischiando categorie politologiche e diagnosi mediche, ha individuato in Renzi e nei suoi sostenitori la parte mentalmente “sana” della Sinistra, e in chi gli si oppone la parte “malata”.

 

 

 


Per dare un più scientifico fondamento al suo giudizio, Recalcati ha fatto di più ed ha disegnato una lignée che da Renzi risalirebbe su per li rami a Turati e al riformismo socialista, mentre gli oppositori del segretario Pd altri non sarebbero che tardi epigoni dei vecchi massimalisti.

Non solo. Ma per completare il quadro diagnostico, l’illustre clinico ha concluso che ogni idea di un mondo alternativo alla realtà esistente altro non è se non una romantica e irrealizzabile utopia, “agganciata a un paradigma teorico superato, che utilizza categorie che il tempo storico ha svuotato di senso e ha reso simili a carcasse spiaggiate”. Quale sarebbe questo paradigma teorico, gelosamente custodito da una minoranza di nevrotici “incapaci di elaborare un lutto compiuto”, Recalcati non lo precisa, anche se si ha motivo di sospettare che egli lo identifichi con il marxismo. (Ma allora perché non chiamarlo con il suo nome? Forse per un tabù linguistico o per un inconscio processo di rimozione? Vi sarebbe motivo di riflessione per gli psicanalisti di scuola freudiana!).

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A Milano c’è un’espressione dialettale che, tradotta in italiano, suona pressappoco così: “Ciabattino, fai il tuo mestiere!”. Esortazione che, sia detto con il dovuto rispetto, ben si potrebbe indirizzare al prof. Recalcati, quando pretende di discettare su argomenti coltivati in munere alieno. Sicché, ad evitare il diffondersi di pericolose fake-lesson, qualche precisazione è d’obbligo.

1.- Turati – e, insieme con lui, i maggiori dirigenti e teorici della II Internazionale – non ha mai contrapposto riforme e rivoluzione; nella sua visione politica, le riforme avrebbero dovuto costituire lo strumento per modificare, in modo graduale e non violento, l’ordine di cose esistente, e cioè la formazione economico-sociale capitalistica, creando progressivamente le condizioni per sostituire al capitalismo la società socialista, fondata sulla socializzazione degli strumenti di produzione e sull’autogoverno dei produttori.

2.- La rottura storicamente più importante all’interno del movimento operaio internazionale è stata quella tra socialisti e comunisti, intervenuta dopo la rivoluzione vittoriosa realizzata in Russia dai bolscevichi nel 1917; essa, però, non avvenne sull’obbiettivo finale, comune ad entrambi e rappresentato dal superamento del capitalismo, ma su altri due punti, e cioè: a)-l’uso della violenza come strumento di lotta politica, ritenuto necessario e inevitabile dai comunisti e visto invece come eventuale e da usare solo a scopo difensivo dai socialisti; b)- la concezione del partito, considerato dai comunisti come un’avanguardia “esterna” al movimento di massa, e inteso invece dai socialisti come strumento “interno” alla classe.

Da questo punto di vista, la storia ha dato ragione ai socialisti, dal momento che il fallimento nel Novecento del modello leninista ha confermato che non si può costruire il socialismo senza il consenso attivo dei governati e senza allargare la partecipazione democratica a tutti i livelli: dai luoghi della produzione a quelli dell’intero governo della società.

3.- La contrapposizione tra riformisti e massimalisti all’interno del partito socialista italiano, (che non c’entra nulla con la frattura tra socialisti e comunisti cristallizzatasi a partire dagli anni Venti del Novecento), ha caratterizzato, sia pure con gravi e negative conseguenze sulla storia del nostro Paese, solo un breve periodo della storia del socialismo italiano all’indomani della prima guerra mondiale, ed è stata definitivamente superata già all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, allorquando l’intero movimento socialista internazionale individuò nella difesa e nell’allargamento della democrazia, e nella presenza dentro le istituzioni rappresentative, il terreno più adatto per lo sviluppo della lotta di classe e la costruzione del socialismo.

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Tuttavia, fatte queste doverose precisazioni storiche e teoriche, occorre convenire che Recalcati ha ragione un punto, e cioè che le divisioni all’interno della Sinistra finiscono il più delle volte con il favorire l’avversario di classe. E non v’è dubbio che, venuto meno con la caduta del muro di Berlino nel 1989 il modello di transizione proposto dai comunisti, e dunque a fronte della possibilità di riunificare in un unico partito politico - socialista e democratico - tutti i soggetti anticapitalistici, una nuova rottura è intervenuta a Sinistra, e non solo in Italia, indebolendola radicalmente e determinandone la sconfitta politica e culturale.

Proprio a partire dagli anni Novanta del Novecento, infatti, una parte cospicua – e in taluni casi addirittura maggioritaria – dei gruppi dirigenti e degli intellettuali di Sinistra in tutto l’Occidente ha rinunciato, un po’ per insipienza e molto per opportunismo, a porre all’ordine del giorno la questione della transizione nel nuovo quadro mondiale, ripiegando invece sull’idea di mera gestione dell’esistente, ed anzi accettando di rinunciare addirittura alle più importanti conquiste realizzate negli anni del “compromesso socialdemocratico”. In nome di non meglio specificate “terze vie”, teorizzate dai maggiori leader del socialismo europeo, da Blair a Schroeder, da Hollande a Veltroni, si è così assistito alla progressiva “mutazione genetica” della maggior parte dei partiti socialisti e socialdemocratico occidentali, che si sono in non pochi casi trasformati nel braccio armato della controffensiva messa in atto dal capitale finanziario internazionale e nella cassa di risonanza delle teorie liberiste e mercatiste, che sono alla base delle gravi crisi sociali ed economiche e del deficit di democrazia dei primi due decenni di questo secolo.

E allora sarebbe opportuno che Recalcati, e quanti la pensano come lui, si interroghino su che cosa significa oggi essere realisti o utopisti. È utopistico mettere all’ordine del giorno la lotta contro un modo di produzione, come è il capitalismo, fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla distruzione delle risorse del pianeta in nome di un consumismo sfrenato, sulle ingiustizie sociali e sulla compressione dei diritti fondamentali? Ovvero: è realistico credere che l’obbiettivo di superare queste contraddizioni si raggiunge diminuendo le garanzie dei lavoratori, come ha fatto il job act, espellendo dalla formazione dei giovani ogni forma di pensiero critico, come ha fatto “la buona scuola”, o riducendo la spesa per sanità, pensioni e ricerca, come hanno fatto i governi Renzi e Gentiloni?  Ed è  immaginabile che si possa capire, senza utilizzare le categorie analitiche marxiane, come si è giunti a una situazione in cui l’1% della popolazione mondiale detiene il 90% dell’intera ricchezza del pianeta; in cui i privilegi della cittadella capitalistica vengono difesi gettando letteralmente in mare o nei lager milioni di uomini e donne, che migrano sempre più disperati dalle periferie del mondo; dove ogni giorno si assiste al saccheggio delle risorse naturali della Terra per conservare i lussuosi stili di vita di esigue minoranze di sfruttatori? O la vera utopia, ed anzi la distopia dei giorni nostri, è proprio quella di coloro che, come Renzi e Recalcati, in nome di una supposta modernità, introiettano i paradigmi delle attuali classi dominanti, fanno proprie le compatibilità del sistema capitalistico, presentandole come naturali, disarmano culturalmente e politicamente le classi subalterne, e si illudono che così facendo stanno ancora a sinistra; mentre finiscono – aldilà persino delle loro intenzioni – per diventare i difensori del capitalismo, magari accontentandosi di smussarne i tratti più feroci con qualche modesta correzione in chiave pietistica e distribuendo qualche mancia caritatevole.

Sicché l’alternativa che si apre oggi davanti alla Sinistra non è quella tra riformisti e massimalisti, tra pretesi realisti e immaginari utopisti, tra apocalittici e integrati; bensì la scelta tra chi è rimasto fedele a un progetto di cambiamento, sia pure da aggiornare negli obbiettivi e nei mezzi, e chi, pur continuando a dichiararsi a parole di sinistra, ha reciso nei fatti ogni legame con la propria identità e la propria storia, rimanendo culturalmente succube della vera e propria “rivoluzione passiva” posta in atto in questi ultimi decenni dai poteri forti a livello internazionale..

Insomma, ora più che mai la parola d’ordine di cui deve riappropriarsi una Sinistra riformista e di governo, che sia però coerente con la sua storia migliore, non può che essere lo slogan scritto sui muri della Sorbona nelle giornate del maggio del ’68, che recitava: “Siate realisti, chiedete l’impossibile”.